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Come la Turchia minaccia Draghi e Merkel con i migranti

Turchia Cipro

Grazie al controllo di Balcani e Libia, la Turchia di Erdogan può ricattare la Germania e l’Italia attraverso l’immigrazione. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Come era prevedibile, sia Draghi che la Markel sono costretti ad aggiornare il patto sui migranti stipulato con la Turchia del 2016.

Infatti durante la conferenza stampa congiunta, Angela Merkel, voltandosi verso Mario Draghi, ha dichiarato: «Penso che entrambi concordiamo che non andremo avanti se la Turchia non coopererà».

Quello che la cancelliera ha affermato non è una valutazione di ordine politico, ma è una costatazione di fatto. Infatti grazie alla politica di proiezione di potenza che la Turchia ha posto in essere nel Mediterraneo centrale, la Turchia non solo controlla la rotta balcanica ma anche la Tripolitania, e ciò le consente di ricattare la Germania e l’Italia utilizzando i flussi migratori come uno strumento di pressione politica.

In secondo luogo, proprio grazie al ruolo di sempre maggiore rilevanza che la Turchia rivestirà nel controllo dei flussi migratori, l’Ue non potrà permettersi di contrastare l’influenza di Ankara in Libia ma al contrario obtorto collo l’Ue finirà per legittimare la presenza turca in Libia. D’altronde già nel 2020 il presidente turco era stato molto esplicito nei confronti della Merkel in merito alla necessità che l’Unione Europea finanziasse con due lotti di 3 miliardi i rifugiati siriani.

Se i funzionari dell’Unione Europea avessero letto con attenzione due splendidi volumi sugli argomenti dell’immigrazione – e cioè quello della studiosa Kelly M. Greenhill intitolato Armi di migrazione di massa (Leg), nel quale si compie una ricerca sistematica che studia la teoria e la pratica della immigrazione come strumento di pressione passando in rassegna più di cinquanta casi dal 1953 al recente passato, con particolari approfondimenti dedicati a vicende paradigmatiche, da Cuba al Kossovo, da Haiti alla Corea fino a Gheddafi vero maestro della immigrazione come strumento politico, e quello di Raffaele Simone, autore del saggio saggio L’ospite e il nemico (Garzanti) – avrebbero certamente evitato di commettere errori gravissimi e che potrebbero rivelarsi fatali come già osservato in un articolo precedente.

Ebbene, solo uno sciocco o un ipocrita potrebbe negare come i recenti sviluppi in Libia abbiano dimostrato l’inesorabile declino della nostra nazione nel Mar Mediterraneo. Sul piano internazionale stiamo complessivamente ricoprendo un ruolo pressoché irrilevante e, quando abbiamo avuto posizioni di rilievo, ciò è stato solo grazie alla nostra posizione geografica, sfruttata però dagli Stati Uniti, abili a servirsi del nostro territorio come portaerei naturale per la propria proiezione di potenza.

Ritornando alla questione dell’immigrazione, nonostante il fenomeno dell’immigrazione fosse iniziato ormai da diverso tempo, l’Europa si è fatto trovare assolutamente impreparata di fronte alle più recenti ondate e questo ha determinato una politica di breve respiro che, però, avrà conseguenze di lunghissimo termine e di grande impatto.

La classe politica europea doveva – e dovrebbe – ripensare i propri fondamenti di natura culturale di fronte a un’ondata di queste proporzioni domandandosi, per esempio, se esistono dei valori europei, se esiste una tradizione europea.

Sotto il profilo storico queste domande sono state poste più volte nel corso della storia, proprio nel momento in cui l’Europa si doveva confrontare con popoli che avevano valori diversi dai propri.

Una riflessione dovrebbe essere fondamentale soprattutto per comprendere se l’essenza dell’Europa – ammesso che ne abbia (ancora) una – sia ancora viva o invece sia in fase di declino. Certamente una delle ragioni di questo mancato confronto dipende dal dominio del politicamente corretto.

Ebbene, la mancata riflessione sul drammatico problema della nuova immigrazione ha determinato un atteggiamento possiamo quasi istintivo verso di essa, emotivo ed irrazionale, caratterizzato dallo spirito di accoglienza generalizzata. Stiamo alludendo, da un punto di vista politico, non solo agli accordi di Schengen ma anche a quelli di Dublino. Alla luce di queste due accordi l’immigrato viene semplicemente interpretato come un semplice straniero e quindi in automatico incluso nelle dinamiche di libera circolazione previste per i cittadini europei. Tutto ciò costituisce un errore fatale come, d’altra parte, dimostra il fatto che le nazioni dell’Unione Europea hanno scaricato questo problema sulle spalle praticamente della sola Italia, con il pretesto che il flusso proveniva dal sud e quindi toccava le nostre coste.

In buona sostanza la mancata preparazione storica e politica da parte dell’Ue ha condotto a due atteggiamenti opposti: un ideologia catto-comunista di accoglienza assolutamente indiscriminata e dall’altra una gestione dell’immigrazione disordinata, occasionale e inefficace come d’altra parte dimostra la morte di migliaia di disperati durante il loro percorso.

Una delle conseguenze più incredibili di questa incapacità di gestione è il fatto che per esempio coloro che non ottenevano asilo politico – e quindi andavano ad ingrossare le fila dell’immigrazione illegale – potevano mandare i figli nelle scuole pubbliche finendo magari per godere di posizione di vantaggio rispetto agli abitanti autoctoni ed anche usufruire dell’assistenza sanitaria che, come noto, è gratuita in quasi tutta Europa. Non sorprende di scoprire che questa politica non sta facendo altro che favorire la presenza di terroristi che, una volta entrati in Europa come immigrati, hanno potuto godere per anni dell’aiuto finanziario dei Paesi nei quali erano stati ospitati. Basti pensare che uno dei leader della banda che ha prodotto la strage di Parigi nel novembre del 2015, Salah Abdesalam, aveva percepito la bellezza di 19mila euro di contributi di disoccupazione proprio nel periodo prima dell’attacco.

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