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Cosa dicono (e fanno) Usa e Taiwan su commercio e microchip

Taiwan

Stati Uniti e Taiwan avviano dei negoziati per accordi commerciali. Intanto, GlobalWafers annuncia una fabbrica di semiconduttori in Texas: in origine l’investimento era destinato all’Europa. Tutti i dettagli

Ieri, lunedì 27 giugno, sono cominciati a Washington dei negoziati tra gli Stati Uniti e Taiwan che potrebbero portare allo sviluppo di una “ambiziosa tabella di marcia” per l’approfondimento dei rapporti economici bilaterali. Lo ha annunciato con un comunicato l’ufficio del rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), che consiglia il presidente sulle questioni di commercio internazionale.

L’INIZIATIVA USA-TAIWAN SUL COMMERCIO

La vice-rappresentante per il Commercio Sarah Bianchi si è riunita con il principale negoziatore commerciale taiwanese, il ministro senza portafoglio John Deng. Il loro è stato il primo incontro nell’ambito della cosiddetta Iniziativa USA-Taiwan sul commercio del XXI secolo (US-Taiwan Initiative on 21st Century Trade) lanciata questo mese dall’amministrazione di Joe Biden.

Non sappiamo con precisione di cosa abbiano parlato Bianchi e Deng. L’ufficio dell’USTR ha però fatto sapere che i due hanno posto le basi per promuovere le “reciproche priorità commerciali” attraverso accordi eventuali in settori come l’agricoltura, le regole per il commercio digitale, le pratiche non di mercato e la lotta alla corruzione.

IL FRAMEWORK ECONOMICO DI BIDEN PER L’INDO-PACIFICO

Lo scorso maggio gli Stati Uniti hanno presentato un’iniziativa economica per la regione dell’Indo-Pacifico, chiamata appunto Indo-Pacific Economic Framework (IPEF). Ne fanno parte tredici paesi, che rappresentano circa il 40 per cento dell’economia mondiale: Stati Uniti, Australia, Brunei, Corea del sud, Filippine, Giappone, India, Indonesia, Malaysia, Nuova Zelanda, Singapore, Thailandia e Vietnam. Non si tratta tuttavia di un accordo commerciale tradizionale poiché non prevede riduzioni delle barriere d’accesso al mercato americano, ad esempio. È piuttosto un framework, cioè un quadro normativo che fissa degli standard normativi elevati per lo sviluppo di intese future su settori specifici.

Attraverso l’IPEF, gli Stati Uniti vorrebbero offrire un’alternativa economica alla Cina nella regione più importante per la competizione tra le due potenze rivali. Non è detto che vi riescano, però, anche perché molti dei paesi che hanno aderito al framework sono anche membri della RCEP, il grande patto di libero scambio asiatico (non granché ambizioso quanto a regole, tuttavia) di cui Pechino fa parte.

L’ESCLUSIONE DI TAIWAN

Taiwan è stato escluso dall’IPEF: gli Stati Uniti non volevano aggravare ancora di più le tensioni con la Cina, che non considera l’isola un paese a sé ma una provincia del proprio territorio; Pechino dice di voler arrivare all’unificazione con Taipei anche con la forza e si oppone alla sua presenza negli organismi internazionali.

Tra l’America e Taiwan ci sono rapporti diplomatici e militari molto stretti. Tuttavia dal 1979, anno del Taiwan Relations Act, Washington non riconosce Taipei ma Pechino come unico governo legittimo della Cina, pur continuando a sostenere l’isola. I contatti tra i due paesi avvengono dunque in maniera non ufficiale e si svolgono tramite l’American Institute for Taiwan (l’ambasciata americana a Taiwan, di fatto) e l’Ufficio di rappresentanza di Taipei negli Stati Uniti (l’equivalente taiwanese).

John Deng ha detto all’agenzia Reuters che Taiwan vorrebbe comunque firmare un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, ma è difficile: al di là delle (probabili) proteste cinesi, l’opinione pubblica americana è oggi fortemente contraria a patti commerciali di questo tipo.

I SEMICONDUTTORI E GLOBALWAFERS

Per gli Stati Uniti Taiwan non è importante solo ai fini del contenimento militare e sistemico (è una democrazia) della Cina, ma anche perché l’isola è la sede di una rilevantissima industria di semiconduttori: aziende come TSMC o GlobalWafers sono dei pesi massimi mondiali, e i loro prodotti – spesso molto sofisticati – sono fondamentali per garantire la competitività futura dell’economia.

Proprio GlobalWafers ha annunciato che spenderà 5 miliardi di dollari per la costruzione di una nuova fabbrica a Sherman, in Texas dove produrre wafer di silicio (sono “fette” di materiale semiconduttore che servono per fare i microchip) da 300 millimetri. L’investimento era inizialmente destinato all’Europa.

Doris Hsu, presidente e amministratrice delegata di GlobalWafers, ha dichiarato che “invece di importare i wafer dall’Asia, GlobalWafers USA produrrà e fornirà i wafer localmente”. L’investimento in Texas verrà realizzato gradualmente, sulla base della domanda proveniente dal mercato americano.

GlobalWafers aveva cercato di acquisire l’azienda tedesca di semiconduttori Siltronic, ma la transazione – dal valore di 4,3 miliardi di euro – è stata bloccata dal governo della Germania per ragioni autorizzative. L’accordo avrebbe creato il secondo produttore più grande al mondo di wafer da 300 millimetri, dopo la giapponese Shin-Etsu.

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