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Strage a Nizza: lo jihadismo, i martiri cristiani e i titoli dell’Osservatore Romano

di

Turchia Francia

Il corsivo di Andrea Mainardi

Infilzati tra un Pater, un’Ave e un Gloria di prima mattina.

Decollati in chiesa. E c’è chi si è strascicato con la gola a brandelli ad un ultimo respiro fino sotto le seggiole di una brasserie per cercare di salvarsi. Per figli, parenti e amici.

Al “perdente radicale” è andata male anche questa volta. Il tunisino impugnante un coltellaccio da 17 centimetri ha ucciso. Ma non ha ucciso davvero; non ha capito nulla. Come quando i suoi non amici accoppavano gente al Bataclan di Parigi o sulla Promenade di Nizza.

E stavolta ha capito meno.

E noi con lui.

Da una chiesa a una brasserie tre martiri hanno svelato i pensieri dei cuori.

Ci vorrebbe Rimbaud. Sì, quell’urticante di Arthur da Charleville che nel 1871 descriveva – spocchioso – di dame “fegatose che offrono dita lunghe e ingiallite alle acquasantiere da baciare”.

Oggi non si soffermerebbe su livide vetrate di chiese che poi, in Francia, si incendiano ogni due per tre. E non per autocombustione.

Tanto ormai sono finite. Le chiese.

E non se la prenderebbe “sugli attruppati in chiesa”. Anzi.

Forse, instagrammando, si assembrerebbe social. Converrebbe in una story che non è sì un “sollievo lucidare le panche” per le anziane signore. E forse gradirebbe il richiamo di Emmanuel Macron dell’altra sera mentre annunciava chiusure per Covid a tutelare, nell’ordine: gli anziani, i malati gravi, i disabili e chi li assiste. Toni convinti che, non risulta, da qua, non si sono uditi, dove vige una sovrabbondanza di paternali sull’aperitivo da negare e la nuotata da affogare. In un eccesso di aggettivi.

Gli oremus delle vecchiette di Rimbaud non sono più risibili, ma cocciuti sì. Fermamente cocciuti.

E meno male.

E sono quegli oremus che portano la gente a uscire da una messa ormai profanata a colpi di lama per cercare di respirare ai tavoli dove si serve anche Pernod. Dove il perdente non può arrivare. Ci può arrivare col coltello, ma non lo capisce.

Perché il cattolicesimo tiene tutto. Ovvero la vita. Quella vera, non quella immaginata. Messa, e poi brioche e cappuccio. La joie de vivre. La vita semplice del cristiano. Quello che poi passa tutta giornata a viverlo ‘sto cristianesimo, facendo le sue cose, questo e quello. Fino a rincorrere i poveri, e a fregarsene degli scandali finanziari vaticani. Che quelle sono robe da preti. Si arrangiassero.

Ma l’islamista clericale non ci arriva. E poi il Pernod non lo beve. E nemmeno i prof dei giornaloni apprezzano.

Non ha capito il 21enne arrivato tramite italico Stivale da Lampedusa fino al sud della Francia – vista Costa Azzurra – che da queste parti la vita vale. L’eterna, soprattutto: ça va sans dire. E però anche quella terrena non dispiace a un cristiano conservarla. In funzione dell’altra. Ché non te la sei data, la vita, ma qualcuno te l’ha regalata. Fosse fino alla brasserie dove salutarla.

Ma il perdente non comprende.

Alla brasserie non ne avrai più per un tagliagole la possibilità di un bicchiere di Riesling. Ma lo sbatti in faccia: non è un cin cin che risolve. Ma neppure negarlo.

Ma quella frase, forse apocrifa forse no, di una delle decollate di Nizza: dite ai miei figli che li amo.

Ma la prendiamo sul serio? Sì. Si deve.

È il realismo di chi sta di fronte a tutto fino alla morte. Osiamo?

Sì, è martirio. Fa il pari con il “Vattene Satana” dell’anziano padre Hamel davanti agli sgozzatori in un parrocchietta in Normandia.

Ma la Francia ha dimenticato. O forse no.

L’Europa è smemorata. Quello è certificato.

La Francia si sta svegliando?

Macron pedala verso una via di conversione ad un Islam illuminista. Che ha tanti di quegli agganci con una mal compresa lectio di Benedetto XVI in quel di Ratisbona. Ma tanti.

Due tweet. Macron pochi giorni fa insisteva verso l’islam des Lumières. Ratzinger nel 2006 metteva in attenzione su una non separazione tra fede e ragione. Accecati dai facili titolismi su Islam, ci siamo tutti persi il virgolettato essenziale: autentico illuminismo e religione.

Tant’è.

Dopo lo sgozzamento in pubblica via di Samuel Paty non ci risultano simboliche reazioni mondiali. Abbiamo assistito a ginnici inchini fino dentro al nostro Parlamento – noi si era sul momento preoccupati per anziane articolazioni – a simulare la protesta dei Black lives matters dopo l’uccisione di George Floyd. Eccessivi, questi parlamentari, cinematografici; ma doverosi con quei ginocchi piegati.

Però.

A un professore di storia scannato per una lezione sulla libertà di espressione per avere mostrato in classe una vignetta di Charlie Hebdo, no. Manco un fiato si è dedicato.

E se è arrivato era afono.

E mentre i professionisti delle manifestazioni in certi Paesi (citofonare le rivoluzioni sostenute dai dem Usa ai tempi) sono scesi in piazza contro la Francia istigati dai sultani vari che spadroneggiano in certe regioni.

Da noi? Muti. O quasi.

Intanto si sgozza gente che dopo la chiesa si rifugia anche in un bar per salvare la vita. Perché è libera. E perché si va a messa e viva la vita.

Gli islamofascisti, no. Quelli no. Non ci vanno. Al bar. Nemmeno per un caffé. Si fanno esplodere. Figurati se cercano rifugio se attaccati da lame da macellaio.

Alla Chiesa, il passaggio chiesa (eterno) e brasserie (rifugio momentaneo, però così umano, aka: vero, ovvero eterno) torna stordito.

Faraway so close.

La prima dell’Osservatore Romano di oggi lo documenta.

Apertura: “Attacco a Nizza: morte in un luogo di amore e consolazione”. Manco si trattasse di un monastero in Tibet.

Tolta una titolistica che a un esame per giornalisti sarebbe segnalato con matita blu, sfugge dal titolo e dal sommario il riferimento a una “chiesa”. Sarebbe Notre-Dame di Nizza.

Sarebbe una chiesa. Sarebbe pure basilica. Ma vabbé. Nel pezzo si dà conto di una dichiarazione del direttore della sala stampa vaticana uscita a primo pomeriggio. Con tanto di un usurato “il Papa è informato”. Ovviamente non mancano le condanne, il richiamo a “guardarsi come fratelli e sorelle”. L’ufficio stampa di una multinazionale di biscotti avrebbe scritto le stesse precotte.

In spalla destra compare un ineffabile colonnino: “Si segue la pista del terrorismo”. Messo in pagina dopo ore che il tagliagole di Nizza urlava fin dalla barella dell’ospedale Allah Akbarr fa un po’ effetto di distratto spritz in Borgo.

Tanto è che la reazione deve essere apparsa tiepidina fino al cortile di Santa Marta. Da dove poco dopo è uscito un comunicato ufficiale. Non del Papa. Ma a nome suo del suo Segretario di Stato Pietro Parolin.

E ci mancherebbe, dopo che in tutte le chiese di Francia le campane – dalla bruciata Notre Dame di Parigi fino a Lourdes – alle 15 hanno suonato. Tutte. Forte e chiaro. E non a lutto – come malamente raccontato dai gazzettieri – ma come hanno continuato già in mattinata, a poche ore dagli sgozzamenti di tre martiri, persino i campanili di Notre-Dame dell’Assumption di Nizza a salutare i suoi.

Non erano a lutto, erano a testimonianza.

Che la morte non ha l’ultima parola. Che la Chiesa avrebbe un messaggio lieto che il perdente non capisce. E la Chiesa ha rinunciato a dirglielo.

Non ci siano accenti più croccanti nel secondo comunicato della Santa Sede. Lo spartito è simile. Ma almeno risulta su una sinfonia orchestra dal direttore in capo.

In un involuto incartamento.

È che dal Vaticano si sta investendo molto sulla fratellanza umana. Primo documento firmato da Bergoglio con Aḥmad Muḥammad Aḥmad al-Ṭayyib, il Grande Imam di al-Azhar. Era il 2019. Passa progressista e illuminista. Sui diritti civili e della donna in particolare, avrebbe qualcosina da spiegare. Le donne, tipo, non si farebbe scrupolo a punirle per bagatelle familiari. Noi, muti.

Ora la terza enciclica (in realtà seconda che la prima è a sua firma ma preparata da Ratzinger) di Papa Francesco punta tutto sulla fratellanza umana. Fin dal titolo.

Fratelli tutti.

Bello. Francescano. Nel senso del Serafico.

Intanto il tagliagole è salito da Lampedusa – stanca di una accoglienza doverosa quanto ormai distratta. Verso un’Europa dimissionaria. Annoiata.

O forse no. Nizza lo ha testimoniato: c’è ancora chi al mattino presto va in chiesa. Rimettendoci la gola.

Un sagrestano e due donne.

Les pauvres à l’èglise.

Rimbaud macchiettava ai tempi. Oggi – si sospetta – avrebbe da riscrivere. Ché i poveri secondo il Vangelo sono i cristiani che vanno a messa al mattino presto. Oggi martiri. Non bastano le commoventi campane. Meritano di più. Loro la testimonianza l’hanno data. Fino al cercare di difendersi rifugiandosi in una brasserie, E stando sul pezzo: dite ai miei figli che li amo.

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