Stefano Pelaggi è docente di Relazioni internazionali all’Università La Sapienza di Roma e autore, per Luiss University Press, del saggio L’isola sospesa. Taiwan e gli equilibri del mondo.
Quanto è rilevante che le due grandi potenze — quella egemone in declino e l’altra in ascesa — si parlino nel pieno di crisi geopolitiche nelle quali sembrano sempre essere su fronti opposti?
Sul piano storico ci troviamo in un territorio inesplorato. Per la prima volta, due potenze nucleari sono anche le due maggiori economie del mondo e sono profondamente integrate l’una con l’altra, dopo trent’anni di globalizzazione intensiva.
Quindi non è la Guerra fredda. Stati Uniti e Cina sono simultaneamente competitor e partner economici, legati da catene di approvvigionamento, mercati finanziari e, soprattutto, vulnerabilità condivise. Questo rende il dialogo non un favore concesso all’avversario, ma una condizione di sopravvivenza per entrambi e, ovviamente, per tutti gli altri.
Il fatto che Cina e Stati Uniti si parlino, proprio mentre si trovano su fronti opposti — dall’Ucraina al Mar Cinese Meridionale, da Taiwan al Medio Oriente — non è una contraddizione: è precisamente il punto. La comunicazione previene la catastrofe, è la storia che ce lo insegna. Quando i canali si chiudono, ogni mossa diventa ambigua. Ogni segnale rischia di essere letto come un’escalation.
C’è poi un fattore inedito che amplia la posta in gioco: la rivoluzione tecnologica, in particolare l’intelligenza artificiale, minaccia di alterare in modo imprevedibile l’equilibrio relativo di capacità tra i due paesi. Ossia, non sappiamo chi tra cinque anni potrà essere avanti.
Non si tratta solo ed esclusivamente di un dato economico, ma, come abbiamo imparato, soprattutto di un dato strategico. In un mondo in cui la deterrenza nucleare si combina con un’interdipendenza economica senza precedenti e con un’innovazione tecnologica accelerata, il valore del dialogo non si misura nei comunicati congiunti, ma nelle guerre che non scoppiano: ossia nel dialogo tra i due competitor globali.
Come viene vista da Taiwan la crisi dell’egemonia americana e quanto i taiwanesi si sentono più insicuri con Trump alla Casa Bianca?
Nel mio periodo a Taiwan ho percepito un cambiamento che i sondaggi confermano in modo netto: la narrazione dello scetticismo americano, l’idea che Washington non sia più un partner affidabile, non è più marginale. Si sta radicando in maniera molto veloce, e i numeri sono impressionanti.
Il rapporto di Brookings di quest’anno mostra che il 40 per cento dei cittadini taiwanesi ha oggi un’opinione negativa degli Stati Uniti. Lo scorso anno, nel 2024, era appena il 24 per cento.
Ma probabilmente il report più significativo è l’American Portrait Survey realizzato da Academia Sinica. Lo abbiamo presentato anche negli scorsi anni qui a Roma. L’edizione del marzo 2025 rileva che il 60 per cento non considera più gli Stati Uniti un partner affidabile, con un aumento di quasi 10 punti in appena un anno. Oltre il 40 per cento degli intervistati ritiene improbabile, o esclude, che gli Stati Uniti intervengano in caso di conflitto nello Stretto.
Ci sono sostanzialmente tre fattori che alimentano questa sfiducia.
Il primo sono i dazi. Trump ha imposto tariffe che sono state considerate profondamente ingiuste dalla stragrande maggioranza della popolazione taiwanese.
Il secondo fattore è Trump stesso. Il 57 per cento della popolazione considera gli Stati Uniti meno affidabili sotto la sua amministrazione, e l’idea di una sorta di bullismo praticato dal presidente statunitense nei confronti di Taiwan è sempre più profondamente radicata.
Il terzo fattore è quello dei semiconduttori. La questione TSMC, la decisione di costruire stabilimenti in Arizona, viene letta dai cittadini taiwanesi come il risultato di pressioni americane.
Ma soprattutto è il dato anagrafico a preoccupare di più: la popolazione più giovane mantiene un tasso di scetticismo nei confronti dell’alleato statunitense ancora più alto rispetto ai ceti medi e alle fasce più anziane.
La Cina si muove con grande cautela a livello internazionale e non sembra interessata a proporre un nuovo ordine internazionale alternativo a quello di matrice americana, quanto piuttosto a piegarne le regole a proprio vantaggio. È una strategia efficace?
La Cina si presenta come una potenza di tipo nuovo. Una potenza che non assomiglia a nessuna delle precedenti transizioni egemoniche. Dispone di capacità materiali enormi — economiche, infrastrutturali e militari — ma è priva di una leadership normativa corrispondente.
È una potenza strutturalmente influente, ma normativamente incoerente. Non opera attraverso la fissazione di regole o la diffusione di un’ideologia universale, come fecero gli Stati Uniti nel 1945 o, pensiamo, l’Unione Sovietica per tutto il secondo dopoguerra. Agisce invece attraverso quello che possiamo chiamare un groviglio infrastrutturale: Belt and Road Initiative, cavi sottomarini, piattaforme digitali, dominio sui materiali critici.
E lo fa attraverso un’ambiguità strategica calcolata. Questa postura ha un nome: è il nuovo ordine nell’epoca del disordine.
Per la dirigenza cinese, il mondo attuale non è un caos da regolare, ma una giungla in cui le regole sono già rotte. Ed è proprio per questo che la Cina si sente legittimata ad agire con maggiore sicurezza, dall’Iran fino al Pacifico, mentre l’Europa appare, soprattutto nella narrazione di Pechino, paralizzata dalle proprie crisi.
Si tratta di una strategia efficace? Sicuramente, nel breve periodo, sì. La Cina guadagna influenza senza assumersi i costi di un’egemonia. Non deve garantire sicurezza a tutti, non deve sostenere istituzioni costose e non deve difendere principi universali.
Ma ci sono limiti strutturali, ed è qui che la strategia probabilmente mostra la corda. Una potenza priva di coerenza normativa fatica a costruire coalizioni stabili. Gli altri stati la usano, ma non la seguono. L’ambiguità strategica, che oggi è un vantaggio, diventa un costo nel momento in cui occorre mobilitare alleati in una crisi.
Non si guida il mondo solo con infrastrutture e contratti: serve una visione che altri vogliano condividere. E qui la Cina, per ora, non offre nulla di paragonabile a quello che gli Stati Uniti offrirono, e continuano ancora a offrire, dopo la Seconda guerra mondiale.
La domanda vera, quindi, non è se questa strategia funzioni oggi, perché sta funzionando. La domanda è se reggerà quando l’ordine americano entrerà in una vera e propria crisi. A quel punto piegare le regole non basterà più: bisognerà scriverne di nuove. E non è affatto detto che Pechino, abituata a operare nell’ambiguità, sia pronta a quel salto.
(Estratto da Appunti)





