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Qual è la bellezza del sistema elettorale tedesco?

Renzi Calenda

Per anni, ogni volta che si è parlato in Italia di riforme elettorali, si sono sentiti sperticati elogi del sistema tedesco. I Graffi di Damato

Com’è corta la memoria in politica. Ad elezioni avvenute in Germania, e con la cancelliera uscente Angela Merkel fuori gioco per decisione spontanea, non essendosi nemmeno riproposta dopo 16 anni ininterrotti di potere, tutto appare incerto sul nuovo governo. Il cui arrivo, nella migliore delle ipotesi, un po’ per le abitudini di quella democrazia e un po’ per la complessità dei risultati solo apparentemente chiari, non è previsto prima di Natale. Allora noi in Italia saremo alle prese con la corsa al Quirinale, magari sfogliando ancora la margherita sul sì o no di Sergio Mattarella alla conferma appena propostagli, secondo un retroscena non smentito del Giornale, dal presidente del Consiglio in persona in una cena giovedì scorso, ricevendone per risposta un sorriso enigmatico: direi pirandelliano, per la sicilianità dell’interessato.

Per anni, ogni volta che si è parlato in Italia di riforme elettorali, che siamo riusciti a produrre come conigli, fra Parlamento, referendum e sentenze della Corte Costituzionale, ci è toccato sentire gli elogi del sistema tedesco. E poco ci è mancato che ad un certo punto si creasse davvero una maggioranza per importarlo perché ci avrebbe garantito, forse anche più del sistema misto introdotto nel 1993 col nome latinizzato dell’attuale capo dello Stato, di sapere subito chi avesse vinto e chi avesse perso le elezioni. Vi ricordate? E in più quel sistema era raccomandato, e invidiato, perché per rovesciare un governo occorre averne uno già praticamente pronto a prenderne il posto grazie alla cosiddetta sfiducia costruttiva. Ricordate anche questo?

E’ invece accaduto a Berlino non di avere trovato il famoso giudice della favola brechtiana, ma di avere scoperto dopo il conteggio delle schede che un vincitore c’è – il candidato socialdemocratico alla Cancelleria Olaf Scholz, subito proclamatosi con tanto di fiori e sorriso – ma non è per niente sicuro di fare il nuovo governo, e neppure con chi di preciso. C’è anche lo sconfitto, l’aspirante dei democristiani o popolari Armin Laschet assuntosi onestamente la responsabilità dell’insuccesso, quasi con le lacrime agli occhi, e per giunta costretto dai suoi amici di partito, inclini a questo punto ad accettare la penitenza rigeneratrice dell’opposizione, a smentirsi nella rivendicazione della Cancelleria. Che invece non è per niente da escludere, dipendendo l’ultima parola non dal partito più votato, e perciò vincente a parole, ma dagli alleati, o dai “minori”. E qualcuno in Italia, in particolare tra gli esangui forzisti di Silvio Berlusconi, ha già espresso l’auspicio che la lunga crisi di governo tedesca, nel frattempo vigilata dalla cancelliera uscente che potrebbe conquistare in questa attesa anche il primato assoluto della durata effettiva del suo mandato, si concluda proprio con la conferma dei popolari alla guida dell’esecutivo tedesco.

Ma allora -scusatemi- dov’è la bellezza o l’efficienza del sistema elettorale germanico spesso opposta al sempre sgangherato sistema italiano del momento? Ma non vorrei buttarmi la zappa sui piedi con questa domanda e dovermi trovare costretto, per coerenza, a parlar bene anche di questo scandalo costituito in Italia dalle liste bloccate, confezionate neppure dalle segreterie, che ormai non esistono più nei fatti, ma dal capo di turno del partito, con l’elettore costretto a subirne le scelte o trattenuto a casa dalla nausea.

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