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Tutte le sfide (possibili?) di Olaf Scholz

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Olaf Scholz merkel

Il candidato alla cancelleria dell’Spd, Olaf Scholz, appare in distonia con l’orientamento del proprio elettorato e anche con quello della direzione del partito. L’approfondimento di Mennitti

Dopo aver creduto che le tre precedenti candidature alla cancelleria fossero fallite anche per un ritardo di presentazione, l’Spd, lo storico partito socialdemocratico tedesco, ha deciso questa volta di giocare d’anticipo, incassando naturalmente la critica opoosta di essersi esposto troppo presto. “Un parto prematuro”, è stato il giudizio assai diffuso tra i commentatori tedeschi. Si voterà nell’autunno 2021.

IL VICE DI MERKEL CHE VUOLE DIVENTARE CANCELLIERE

Il predestinato è Olaf Scholz, attuale vicecancelliere e ministro delle Finanze che sta gestendo con polso fermo l’emergenza economica scaturita dal covid-19, la più grave crisi dal dopoguerra. Non sarebbe in verità una grande sorpresa, se non fosse che appena dieci mesi fa lo stesso Scholz franò da favorito nella competizione per diventare presidente del suo partito, soccombendo di fronte a un duo sconosciuto e portatore di istanze praticamente opposte alle sue: Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans. Che dopo dieci mesi il duo alla guida dell’Spd sia rimasto pressoché sconosciuto al grande pubblico è uno dei motivi che hanno spinto il partito a optare per un terzo candidato.

Gli altri motivi sono più politici. Olaf Scholz è il politico socialdemocratico più amato nei sondaggi. Si posiziona appena dietro l’inossidabile cancelliera e il ministro della Salute Jeans Spahn, altri due protagonisti dell’emergenza pandemica. Ma nessuno di loro si candiderà: Merkel per raggiunti limiti di carriera (non stabiliti da una legge ma da lei stessa), Spahn per aver lasciato forse prematuramente strada libera al presidente del suo Land, Armin Laschet, con il quale costituirà una sorta di ticket. Non è detto che alla fine andrà davvero così: la popolarità di Spahn è cresciuta moltissimo grazie a una (finora) efficace gestione della pandemia e le pressioni affinché sfrutti il momento favorevole da parte dell’ala conservatrice della Cdu di cui fa parte sono sempre più forti. Ma al momento Scholz compare al primo posto nella lista dei consensi tra coloro che dichiarano di ambire a diventare cancelliere, nonostante di recente abbia dovuto cominciare a difendersi dall’accusa di scarso controllo nella vicenda dello scandalo Wirecard.

UN RIFORMISTA ANSEATICO

Classe 1958, nato in Bassa Sassonia a Osnabrück, più vicino all’industriale Ruhr che alle brughiere di Lüneburg, Olaf Scholz deve tutto ad Amburgo, la città nella quale è cresciuto frequentando le scuole, laureandosi in giurispudenza e poi governandola da sindaco tra il 2011 e il 2018, ricalcando le orme di un altro grande socialdemocratico anseatico, l’ex cancelliere Helmut Schmidt. L’Spd amburghese forgia prevalentemente politici riformisti, l’atmosfera commerciale del grande porto sull’Elba non permette troppi voli pindarici. E Scholz è un riformista sulla scia di Gerhard Schröder, sotto il quale fu segretario generale, anche se ai tempi dell’innamoramento per l’Spd, quando capellone militava fra i giovani del partito, auspicava sulla rivista economica interna “il superamento dell’economia capitalistica”. Con gli anni, assieme ai riccioli, ha perduto anche le utopie. E sebbene da sindaco di Amburgo passasse quasi per spendaccione (sempre rispetto alle abitudini tedesche), il suo ingresso da vicecancelliere nell’ultimo governo Merkel è avvenuto sulla scia del suo predecessore Wolfgang Schäuble: controllo rigoroso dei conti pubblici, zero debiti (il famigerato Schwarze Null), dighe robuste di fronte alle richieste dei suoi colleghi. Quando un anno fa l’economia tedesca cominciò a traballare per le incertezze dovute alle guerre commerciali e alla Brexit, Scholz fece balenare una riserva straordinaria di 50 miliardi di sostegno pubblico, ma quei soldi rimasero nel forziere. È stata la tempesta del covid-19 a stravolgere l’impianto delle politiche economiche e sociali del governo di Grosse Koalition, riportando in auge istanze vicine al pensiero tradizionale socialdemocratico e facendo piazza pulita del mito dello Schwarze Null.

I TRE MIRACOLDI DI OLAF SCHOLZ

Come sempre, dal punto di vista elettorale è stata Angela Merkel ad avvantaggiarsene più di tutti, trasferendo il beneficio al suo partito che nei sondaggi è schizzato al 38%, e cancellando d’un colpo le miserie cristiano-democratiche degli ultimi anni. Ma un po’ di polvere di gloria è rimasta appiccicata anche all’Spd, soprattutto al suo uomo più importante al governo, Olaf Scholz.

Con i numeri di oggi, la scelta del cancelliere resterebbe ancora una volta una questione interna fra i due partiti conservatori (la Cdu del dopo Merkel e la Csu dell’ambizioso Markus Söder), ma in una situazione straordinaria come quella pandemica tutto può di nuovo cambiare velocemente e al voto manca ancora più di un anno. E tuttavia, se Scholz vuole davvero avere una qualche chance di diventare cancelliere, deve mirare una coalizione che in qualche modo contraddice la sua più recente stagione politica: il che, dati i tempi straordinari che viviamo, non è poi una cosa paradossale.

All’ex sindaco di Amburgo è richiesto un triplo miracolo. Puntare a una coalizione con Verdi e Linke, la formazione di sinistra in parte erede del partito unico ai tempi della Ddr, la cui presenza in un governo federale costituisce ancora un tabù, e far digerire questa prospettiva al vasto e influente mondo economiuco e finanziario. Allo stesso tempo contrastare (ma non troppo) l’ascesa dei Verdi che ancora oggi sopravanzano l’Spd nei sondaggi, per evitare che siano eventualmente questi ultimi a nominare il cancelliere di una maggioranza di sinistra. E infine convincere gli elettori (a cominciare dai propri) di essere la persona giusta per guidare questo processo a sinistra, dopo essere stato l’alfiere sconfitto di un’altra linea politica.

Più delle sfortunate tornate precedenti, il candidato alla cancelleria dell’Spd appare in distonia con l’orientamento del proprio elettorato e, questa volta, anche con quello della direzione del partito. Candidature di peso come quelle di Peer Steinbrück, Frank-Walter Steinmeier e Martin Schulz sono fallite anche per uno scarso sostegno interno. Certo, questa volta non ci sarà di fronte Angela Merkel. E forse il “parto prematuro” potrà dare all’ultimo degli schröderiani il lasso di tempo necessario a convincere gli elettori della bontà della propria metamorfosi.

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