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Siria, ecco come i curdi si lanceranno nelle fauci di Assad dopo la capriola di Trump

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Il Punto di Marco Orioles

 

A distanza di poco più di due settimane dall’annuncio via Twitter, la decisione di Donald Trump di ritirare le truppe dalla Siria ha prodotto un primo risultato dirompente: i curdi siriani, già alleati degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico, annunciano ora di essere pronti ad un accordo con il presidente siriano Bashar al-Assad purché questi schieri le proprie truppe nel territorio da loro controllato nel nordest della Siria affinché li protegga dall’invasione dell’esercito turco ventilata ripetutamente da Recep Tayyp Erdogan.

A rivelarlo a Reuters è Badran Jia Kurd, un alto funzionario dell’amministrazione curda che governa da anni la porzione nordorientale della Siria strappata all’alba della guerra civile al controllo del regime di Damasco e poi ai tagliagole dell’Isis. È proprio ai curdi dell’YPG, formazione sorella del movimento separatista curdo del PKK, che gli Stati Uniti si rivolsero, quattro anni or sono, affinché combattessero le bandiere nere con il sostegno dell’aviazione a stelle e strisce e poi con il supporto da terra di duemila membri delle forze speciali americane. Un’alleanza che ha partorito i risultati sperati – espugnando una dopo l’altra le roccaforti islamiste e costringendo alla ritirata i miliziani fedeli al califfo Abu Bakr al-Baghdadi – ma a cui ora Donald Trump volta le spalle, in nome della promessa elettorale di riportare i soldati a casa e di disimpegnare l’America da fronti non cruciali dal punto di vista strategico oltre che costosi per le casse dello Stato.

Il dietrofront degli Stati Uniti mette i curdi con le spalle al muro: quando l’ultimo soldato americano sarà rientrato a casa (cosa che dovrebbe avvenire, ma c’è gran confusione in proposito, tra quattro mesi), nessuno potrà più proteggerli dalle mire del sultano di Ankara, che guarda all’YPG come ad una minaccia a causa dei suoi legami troppo stretti con il PKK e le sue istanze secessioniste. Per ben due volte, dal 2016, le truppe turche hanno invaso la Siria per combattere e scacciare i guerriglieri curdi: prima con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” e poi con quella, scattata all’inizio del 2018, denominata “Ramoscello d’Ulivo”. Ora, Erdogan minaccia l’atto terzo, una nuova invasione che stavolta promette di sradicare l’amministrazione curda dal cuore dei territori che ha gestito in piena autonomia negli anni in cui la Siria è stata la polveriera del Medio Oriente.

Per scongiurare questo infame destino, i curdi non hanno ora altra alternativa che rivolgersi al rais di Damasco, prospettandogli un accordo che, se realizzato, ricomporrebbe l’unità della Siria e lascerebbe fuori dal controllo del regime solo la provincia di Idlib, ultima ridotta delle opposizioni ad Assad. Sarebbe, di fatto, la fine della guerra civile con l’esito più infausto per chi, come gli stessi americani, per otto anni ha sostenuto direttamente ed indirettamente la causa di quanti hanno lottato e combattuto per un cambio di regime.

Badran Jia Kurd spiega che la proposta curda è stata già illustrata in alcuni incontri tenutisi in Russia. Significativa la scelta dell’interlocutore: Mosca è il principale alleato di Bashar al-Assad, il cui potere Vladimir Putin decise di puntellare, a fronte della minaccia posta dalle varie formazioni ribelli, con l’intervento militare scattato nel settembre del 2015. In questi tre anni e mezzo, il capo del Cremlino non ha giocato però solo il ruolo del partner in armi del leader siriano. I generali di Mosca hanno infatti svolto compiti cruciali di mediazione con le opposizioni e di garante degli accordi presi dal regime con i suoi avversari affinché smobilitassero e accettassero il ritorno in auge del potere centrale sui territori riconquistati. Oltre che di forza schiacciante a sostegno di Damasco, la Russia, si è insomma ritagliata il ruolo di interlocutore fondamentale per quanti hanno dovuto fare i conti con la fine del sogno di una Siria liberata dal potere di Assad.

Naturale, pertanto, che i curdi si rivolgano a Putin, affinché svolga i suoi buoni uffici con Assad e lo persuada a siglare un accordo che soddisfi, almeno in parte, anche le loro richieste, in particolare il desiderio di prolungare l’esperienza del governo autonomo nel nordest della Siria. Secondo Jia Kurd, la Russia ha accettato di buon grado l’incarico. “La nostra visione”, spiega a Reuters, è che la Russia “sta cercando di aprire nuovi orizzonti con Damasco, questo è quello che abbiamo percepito da loro”. Si tratta, ora, di lavorare per raggiungere “un accordo con Damasco, lavoreremo in questa direzione senza considerare i costi, anche se gli americani obiettassero”.

“La palla ora è nel campo della Russia e di Damasco”, aggiunge Kurd, specificando che la loro aspettativa è che Assad accetti di incorporare i territori sotto amministrazione curda preservandone però l’ autonomia. “Su questa base possiamo negoziare e cominciare un dialogo”.

Non sarà, tuttavia, una passeggiata, e i curdi ne sono perfettamente consapevoli. Sanno bene, infatti, che Damasco ha più volte manifestato la più piena indisponibilità a fare concessioni di questo tipo. Il ministero degli esteri ha recentemente ribadito che non ci sarà alcuna Siria federale. Come spiega Kurd, nel governo centrale ci sono voci “conservatrici” che pretendono di ignorare i cambiamenti politici creatisi in questi ultimi anni e di “imporre il loro controllo”. “Questo”, afferma il funzionario, “noi lo rigettiamo”.

Margini per una trattativa, comunque, ci sono. Nel piatto, i curdi metteranno il controllo sia delle fondamentali dighe sull’Eufrate sia il bottino dei pozzi di petrolio che sorgono nel nordest della Siria. In più, molti analisti sono persuasi che i combattenti dell’YPG potrebbero collaborare con l’esercito di Damasco nella riconquista della provincia ribelle di Idlib. Non sarebbe la prima volta, peraltro, che regime e curdi collaborano sul terreno contro un nemico comune.

Con queste frecce nel loro arco, i curdi siriani si apprestano a negoziare con Assad il loro futuro. La priorità è impedire il colpo di mano di Erdogan, eventualità fattasi più probabile con l’uscita di scena delle forze americane. Se poi dalle trattative scaturirà una qualche forma di autonomia per il nordest della Siria dipenderà dalla disponibilità di Assad. E dalla mediazione di Vladimir Putin, che oggi più che mai, grazie al favore fattogli da Trump, appare come il vero “kingmaker” e demiurgo dei destini della Siria.

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