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Perché la mossa dì Trump in Siria imbarazza il Pentagono, irrita i Repubblicani e fa gongolare Iran e Russia

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Ecco portata ed effetti della decisione di Trump sulla Siria. Il Punto di Marco Orioles

Gli Stati Uniti stanno ritirando le truppe dalla Siria? È la domanda che ha aleggiato a Washington per tutta la giornata di ieri, dopo che Donald Trump, di primo mattino, ha lanciato nel web il suo ruggito. “Abbiamo sconfitto l’Isis in Siria”, ha twittato il capo della Casa Bianca, sottolineando che ciò era “la mia sola ragione per essere lì durante la presidenza Trump”.

Subito dopo il cinguettio del presidente, si scatenava la gara della stampa a chi decrittava meglio le parole del presidente. Un articolo della Cnn citava una fonte dell’amministrazione e una del Pentagono che confermavano la linea: il ritiro delle truppe è già stato deciso ed è in corso.  Un dispaccio di Reuters, nel frattempo, menzionava una fonte governativa a detta della quale l’uscita dei soldati Usa dalla Siria sarà completata in un tempo compreso tra 60 e 100 giorni. La stessa gola profonda, inoltre, annunciava che il Dipartimento di Stato comincerà nelle prossime 24 ore a evacuare tutto il personale presente in Siria.

Costretta ad uscire allo scoperto dopo il gran clamore suscitato dalla sortita del suo capo, la portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders dichiarava: “Abbiamo cominciato a riportare a casa le truppe degli Stati Uniti mentre cominciamo la transizione alla fase successiva di questa campagna”. “Cinque anni fa”, aggiungeva la portavoce, “l’Isis era una forza molto potente e pericolosa in Medio Oriente, e ora gli Stati Uniti hanno sconfitto il califfato territoriale”. Una conferma, insomma, che ha contribuito allo spiazzamento del Pentagono, che da tempo sostiene la necessità di un impegno duraturo degli Usa in Siria, e dell’establishment repubblicano, contrario ad una scelta foriera di conseguenze negative per la politica estera della superpotenza a stelle e strisce.

Messo nell’angolo, il Pentagono attraverso la suo portavoce Dana W. White ribadiva le proprie posizioni: “La Coalizione ha liberato il territorio controllato dall’Isis, ma la campagna contro l’Isis non è finita”, ha dichiarato White, costretto tuttavia ad ammettere subito dopo che “abbiamo cominciato il processo di ritorno a casa delle truppe Usa dalla Siria mentre ci accingiamo ad avviare la fase successiva della campagna”.

Nel frattempo, gli esponenti più in vista del Partito Repubblicano, inclusi gli alleati più stretti del presidente, rilasciavano commenti preoccupati. Un’ora dopo il tweet di Trump, seguiva a ruota il senatore Lindsey Graham, che ha definito il “ritiro di questa piccola forza americana in Siria” un “enorme errore alla Obama”. Poco più tardi, in una dichiarazione pubblica, Graham rafforzava il suo messaggio: riportare le truppe a casa “sarebbe una grande vittoria per l’Isis, l’Iran, Bashar al-Assad (…) e la Russia”.

Lo sconcerto in campo repubblicano è comprensibile: sebbene Trump abbia ripetutamente evocato il ritiro delle truppe dalla Siria, tutta la politica estera americana forgiata dall’amministrazione va in altra direzione. L’allineamento con l’Arabia Saudita, difeso dal governo nonostante il barbaro assassinio del giornalista Jamal Khashoggi da parte di un commando partito da Riad, è da un anno e mezzo a questa parte un punto fermo della strategia Usa, che prevede il contrasto a 360 gradi delle manovre iraniane in Medio Oriente. La Siria è uno dei campi di battaglia di questo confronto tutto interno al mondo islamico, con gli Usa schierati fermamente nel campo sunnita capitanato dall’Arabia Saudita.

Ritirando ora le truppe dalla Siria, gli Stati Uniti sconfesserebbero di fatto tutte le proprie mosse, posizioni e dichiarazioni degli ultimi mesi. Era stato il Consigliere alla Sicurezza Nazionale, il falco John Bolton, a chiarire a settembre che “non abbiamo intenzione di lasciare” la Siria “fino a quando le truppe iraniane sono fuori dai confini iraniani”. Le operazioni militari iraniane in Siria sono state determinanti nell’assegnare al presidente siriano Bashar al-Assad la palma della vittoria nella guerra civile che ha infuriato laggiù sin dal 2011. E hanno consegnato a Teheran le chiavi del paese, in uno sviluppo che preoccupa assai l’alleato di ferro degli Stati Uniti, Israele. Che, non a caso, ieri ha accolto con preoccupazione le ultime notizie giunte da Washington.

I più preoccupati di tutti sono, però, i curdi siriani inquadrati nelle Syrian Democratic Forces (SDF). Sono stati loro, infatti, a combattere e sconfiggere l’Isis nella porzione siriana del califfato, espugnando l’una dopo l’altra le loro roccaforti col sostegno dei duemila soldati inviati dagli Stati Uniti. Un precoce ritiro americano comprometterebbe i risultati acquisiti, e non solo perché gli jihadisti controllano ancora una porzione di territorio, quantunque corrispondente a meno dell’1% dell’area su cui esercitavano la sovranità al tempo del califfato. L’Isis, in realtà, ha già mutato pelle, trasformandosi in un movimento di guerriglia che opera clandestinamente, con il sostegno della popolazione locale, pronto a sferrare colpi letali attraverso le sue cellule dormienti.

Ma la ragione dell’inquietudine dei curdi siriani è un’altra. Se gli Stati Uniti li abbandonassero al loro destino, i curdi diventerebbero presto preda delle mire della Turchia, che la settimana scorsa ha annunciato l’imminente lancio di un’operazione militare volta a piegare quelli che considera “terroristi”. L’ipotesi che si fa largo, nella gara di speculazioni dietrologiche sulle reali ragioni dell’ultima mossa di Trump, è che il presidente Usa, nel bilaterale avuto con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan il 1 dicembre al G20 di Buenos Aires, abbia dato luce verde ad Ankara, scaricando così gli alleati curdi.

Dietro una mossa così spregiudicata, che darebbe fiato alle trombe a chi è pronto a denunciare il tradimento americano, si celerebbe tuttavia un calcolo lucido. Sarebbe la Turchia, infatti, a garantire a Washington che la Siria sia immune dalla longa manus dell’Iran, più di quanto possano farlo le valorose ma pur sempre raccogliticce forze curde. Con l’ulteriore vantaggio di raffreddare l’animosità di un alleato Nato come la Turchia che ha sempre denunciato l’alleanza tra l’America e quei curdi che, con le loro velleità indipendentistiche, rappresentano una minaccia per Ankara.

Oltre ad alienarsi le simpatie dei curdi, e a prestare il fianco all’accusa di voltare le spalle all’unica forza che si è sporcata le mani nella lotta contro le bandiere nere, il ritiro americano dalla Siria recherebbe un altro svantaggio per gli Usa e segnatamente per l’uomo che l’ha deciso in apparente solitudine e contro i desideri di buona parte del suo governo e dei militari. La mossa, infatti, assomiglia tanto a quella decisa da Barack Obama nel 2011, che riportò in fretta e furia a casa tutti i soldati schierati in Iraq. Tre anni dopo, l’Isis occupava un terzo dell’Iraq sbaragliando la resistenza dei soldati di Baghdad. Oggi, con l’Isis ridotto al lumicino ma non ancora sconfitto, rischia di ripetersi lo stesso scenario in Siria. E Donald Trump, che a suo tempo contestò la decisione di Obama, si espone ora all’accusa di ripetere lo stesso errore commesso dal detestato predecessore. Una scelta che, qualora provocasse gli effetti temuti, avrebbe il sapore di una nemesi.

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