Una sconfitta secca, pesante. Con il rammarico, dice Giorgia Meloni, nel pieno rispetto della “sovranità” del voto popolare, che “è stata persa un’occasione per modernizzare” l’Italia. Commenti dello stesso tenore da parte dei due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Ma perché la riforma della giustizia ha perso al referendum e in modo così netto, con un’affluenza alle urne al di sopra delle stesse aspettative del fronte del No rappresentato dal campo largo di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni che ora con il segretario della Cgil, Maurizio Landini, giustamente festeggiano? “A una campagna calda è stata contrapposta una campagna fredda, cui ha posto riparo nelle ultime due settimane Meloni”, osserva nei primi commenti Daniele Capezzone, direttore del quotidiano Il Tempo. Che, unico nel panorama dei media anche vicini al centrodestra, ha messo sotto la lente di ingrandimento quello che è un fatto difficilmente contestabile: “Il No aveva dalla sua parte praticamente tutto o quasi il sistema mediatico, dai giornali alle tv”.
Il Sì perde perché con la discesa in campo di Meloni è stato troppo politicizzato? Al contrario, forse il Sì perde anche per eccessiva timidezza da parte del centrodestra, che ha cercato di stare, pur con errori di alcuni esponenti della maggioranza di governo, fino in fondo al merito della questione oggetto della consultazione. Questo dovrebbe essere un merito di per sé, ma a fronte della forte mobilitazione delle opposizioni di sinistra contro il governo Meloni in quanto tale, alla fine quello del centrodestra è risultato un linguaggio freddo, tecno-giuridico, “incomprensibile per le persone”, ammette in una nota Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, cofondatore di FdI, il partito maggioritario di governo.
Forse, il centrodestra ha avuto troppa timidezza nel non denunciare quell’uso politico della giustizia di cui la sinistra da oltre trent’anni è stata la principale protagonista per cercare di andare al potere, senza battere gli avversari sul piano politico. Come la stessa premier solo in un breve inciso dei suoi video ha affermato. Fabrizio Cicchitto, politico e intellettuale del Psi di Bettino Craxi, poi capogruppo del Pdl alla Camera, autore di L’uso politico della giustizia (Mondadori), in un articolo su Libero Quotidiano di Mario Sechi, nelle settimane scorse aveva ammonito che difficilmente la sinistra avrebbe rinunciato al suo potere in campo giudiziario, con la maggiore corrente del Csm da sempre egemonizzata da Md.
Il Sì vince nelle tre Regioni del Nord, governate dal centrodestra con governatori leghisti, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, come ai tempi del referendum sulla Devolution voluta da Umberto Bossi, cui è stato dato l’estremo addio con solenni funerali domenica scorsa nella sua Pontida. Il Sì vince proprio in quelle terre moderne, traino produttivo del Paese, governate dalle “destre” accusate da certa vulgata mainstream di sinistra di giustizialismo e vecchi cappi che la storia ha sepolto e condannati dallo stesso Senatùr. Mentre, invece, ieri sera a Roma davanti a Montecitorio, nella manifestazione di urla, distinta dalla festa del campo largo, si respirava quasi aria di nuove monetine.
Episodi preoccupanti, ma ancora di più quello dei magistrati, pubblici ufficiali che decidono della nostra libertà, a Napoli che ballano con “Bella ciao”, contro un fascismo che da 80 anni non c’è più, aggiungendo “chi non salta Meloni è”. “Come se quella circa metà del Paese che ha votato per il Sì fosse fatta da fascisti. Non è una bella serata”, ha commentato Capezzone in tv. E ci sarà molto da riflettere anche sulla parte “giustizialista” del centrodestra che non ha votato o ha votato per il No, come afferma il professor Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, alla guida della sinistra liberale per il Sì, con persone coraggiose come Anna Paola Concia.
Ma un fatto è certo: è stata soprattutto la sinistra, quella maggioritaria, in questi anni a cavalcare tutte le battaglie giustizialiste, a cominciare da ‘mani pulite’. Il traumatico cambio che, in spregio dello stato di diritto, ha segnato il nostro Paese. Per sempre?
Il governo va avanti. Quanto al campo largo, dopo l’annuncio di Conte per la discesa in campo alle primarie , resta e anzi si accentua la guerra per la leadership. Niente di nuovo sul fronte delle opposizioni. Nonostante il No abbia stravinto.







