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Quali erano i veri piani di Trump a Capitol Hill?

Economia

Dov’era a Capitol Hill la Polizia di Washington, che dipende dal sindaco della città – la democratica Muriel Bowser – ma soprattutto dov’era la Guardia nazionale, che dipende dal Presidente? Il commento di Gianfranco Polillo

 

Che Donald Trump sia stato il principale responsabile dell’assalto a Capitol Hill è ormai cosa pacifica. Le indagini avviate dovranno solo precisare se sia stato anche l’organizzatore materiale o il semplice mandante. I fatti finora conosciuti, con la loro plasticità, ne sono a testimonianza. La manifestazione, preannunciata da diversi giorni, era stata organizzata nei pressi della Casa Bianca. Che dista solo qualche chilometro da Capitol Hill.

Il discorso incendiario del Presidente aveva esacerbato gli animi. Né era stato previsto un servizio d’ordine interno, capace di impedire gesti di violenza, in un Paese in cui le armi sono più diffuse dei telefonini. Per contro a poca distanza, in Capitol Hill, si stava svolgendo il rito costituzionale della ratifica della nomina del nuovo Presidente. Malgrado ciò, nessun presidio era stato posto a difesa di quel luogo e di quella solenne funzione.

Per un italiano abituato a vedere come si muove il Comitato per l’ordine e la sicurezza la cosa è sconcertante. In occasione di ogni manifestazione, nei pressi del centro storico della Capitale, tutti i centri sensibili, a partire da Camera e Senato, sono presidiati dai blindati della polizia. Nel Paese che vanta la più forte polizia del mondo – pensiamo all’Fbi – invece a difesa di quelle istituzioni erano poste solo delle semplici barriere di latta e qualche agente infreddolito.

Dov’era la Polizia di Washington, che dipende dal sindaco della città – la democratica Muriel Bowser – ma soprattutto dov’era la Guardia nazionale, che invece dipende proprio dal Presidente? Ed è qui che è nato un giallo del giallo. Quando le devastazioni era già iniziate, i principali esponenti di Camera e Senato ne avevano sollecitato l’invio, ottenendo dai vertici del Pentagono un fermo rifiuto. Quali le motivazioni, nonostante la fragranza del reato? Evidentemente: un impedimento che non poteva che nascere dalla volontà di Trump e che non poteva essere aggirato, se non rompendo il vincolo della neutralità politica, che ne caratterizza il relativo statuto.

Alla fine, tuttavia, il Congresso è stato messo in sicurezza, ma come si è saputo: a chiedere l’intervento della Guardia nazionale era stato il vicepresidente Mike Pence e non più Trump ormai, come ha scritto il New York Times, “tagliato fuori dalla catena di comando”. Ed allora: esisteva, fin dall’inizio, un obiettivo “militare”? Interrompere quella procedura di carattere costituzionale che doveva portare alla ratifica di Joe Biden. Ipotesi plausibile che spiega i successivi contraccolpi, come l’ipotesi di impeachment contro lo stesso Presidente e l’avvio di un inchiesta che potrebbe riservare più di una sorpresa.

Se questo era lo schema, si comprende meglio la personalità di Donald Trump. Non solo un tycoon, ma sostanzialmente un outsider della politica. Portatore di una cultura che non si riconosceva nella sacralità della democrazia rappresentativa e delle sue Istituzioni. Aveva dalla sua la radicalità della critica nei confronti di una globalizzazione che stava già mostrando tutti i suoi limiti, spostando gli equilibri del Mondo a favore delle superpotenze degli antipodi. Cina in testa. Meriti, se tali possono essere considerati (ma almeno noi siamo di quest’avviso), che le scriteriate decisioni dei suoi ultimi giorni di Presidenza hanno mandato al macero.

C’è ovviamente una morale da trarre da simili avvenimenti. Che ha un contenuto più generale. La politica come professione, per riprendere le tesi di Max Weber, è la vera garanzia di ogni democrazia. L’outsider può anche avere un ruolo da svolgere, specie quando i meccanismi del ricambio istituzionale sono arrugginiti. Ma bisogna sempre diffidare e non abbassare la guardia. Specie nei confronti di chi teorizza disinvolto l’utilizzo della necessità dell’uso di apriscatole. Ed è in grado di incidere sulle più alte cariche della Repubblica. Perché finché le cose vanno, tutto può andare. Ma al primo intoppo serio, come purtroppo sta vedendo in Italia, la situazione può anche precipitare.

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