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Tutti i subbugli degli ortodossi in Russia, mentre Putin cerca di nascondere i morti

Il governo russo non ha intenzione di diffondere il numero dei soldati morti in Ucraina e le loro salme non torneranno in patria. Mentre nella Chiesa ortodossa sulla guerra in Ucraina…

 

Migliaia di morti, anche civili. Bambini, anziani. Scuole e università bombardate. L’Ucraina sta pagando un prezzo altissimo per la guerra. Ma anche i russi pagano.

Al netto delle inevitabili, reciproche propagande in tempo di conflitto, quel che appare certo è che il Cremlino non solo non ha alcuna intenzione di diffondere la contabilità dei suoi caduti. Di più: le salme dei soldati russi non faranno rientro in patria, non avranno funerali né saranno sepolte. I morti vengono cremati utilizzando crematori mobili. Le ceneri disperse. Alle loro famiglie è data solo una sommaria informazione: “È morto nell’adempimento del proprio dovere di servizio al di fuori della località di dislocazione permanente”. Qui persino un video “pubblicitario” della tecnologia testata otto anni fa.

Non è infatti la prima volta che si adotta il sistema, formalizzato nel 2015 da Vladimir Putin, quando ha incluso i morti militari in tempo di pace nell’elenco dei segreti di Stato. Anche ai tempi era per il conflitto in Ucraina. Dopo aver negato la guerra, considerando invece l’invasione come adempimento del dovere internazionale, del ripristino dell’ordine costituzionale, come un’operazione di polizia; il passo successivo era la secretazione di Stato, come prima lo era solo per un conflitto armato dichiarato.

Anche oggi la guerra non è ufficialmente riconosciuta come tale dalla Russia, di conseguenza viene applicato il Decreto di Putin sulla secretazione delle perdite nei combattimenti in tempo di pace, legittimato nel 2015 dalla Corte suprema russa.

Lo scopo è fin troppo evidente: non dare alcuna nuova miccia alla già incandescente protesta interna. Provvedimento che fa il pari con il propagandistico ordine di vietare ai giornali di utilizzare termini come invasione e guerra. Ma qui assume un dolore maggiore della censura del vocabolario. È il totale processo di eliminazione del valore della vita umana; fino al punto in cui la vita di una persona che indossa l’uniforme militare diventa proprietà dello stato. Come lo devono diventare i cuori di amici e famigliari dei caduti. Una livella perfetta per decreto presidenziale. Voluta da chi si considera il grande difensore della fede ortodossa sulla scena mondiale.

Dell’appello a recuperare le salme dei soldati russi si è già fatta interprete la Croce Rossa Internazionale. Del metodo crematorio sul campo ha parlato il 3 marzo il presidente ucraino Volodmymr Zelensky. Putin non gli ha risposto nella sua replica video qualche ora dopo. Ha solo garantito il risarcimento economico alle famiglie dei militari caduti.

Tra l’altro nelle ultime ore si diffondono video e testimonianze di militari russi di 18, 19 anni, partiti da casa a inizio febbraio, convinti di andare ad esercitazioni. Si sono trovati a combattere in prima linea in Ucraina. Carne da cannone i cui famigliari spesso non hanno notizie da giorni. Dispersi, arrestati o morti.

Come documenta Politico, il governo ucraino ha creato numeri di telefono dedicati, un sito web, Look for Yours (inaccessibile in Russia), e un gruppo Telegram per fornire informazioni. Il feed presenta una raccolta di vari contenuti video dalla prima linea della guerra, con paracadutisti russi detenuti, prigionieri di guerra interrogati, oggetti personali, foto. Spesso nella didascalia a una foto si legge “presumibilmente morto”.

L’azione del Cremlino sull’altro fronte, il suo, è ovviamente sensibile anche nella parte religiosa del problema. Se il conflitto in Ucraina è, in una certa misura, un test della competizione su quale tipo di ortodossia prevarrà – la visione ecumenica del patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli, o l’ortodossia anti-occidentale di Mosca, sostenuta da Putin – è naturale aspettarsi che la questione religiosa e ortodossa continui a dettagliare pezzi importanti della narrativa.

Nei giorni scorsi l’arcivescovo Epifanij, della Chiesa ortodossa ucraina, da alcuni anni in aperto contenzioso con il Patriarcato di Mosca, ha scritto al patriarca Kirill, molto vicino a Putin. Affinché trovi almeno le risorse spirituali per prendersi cura dei suoi concittadini: “Se non puoi alzare la voce contro l’aggressione, aiuta almeno a rimuovere i corpi dei soldati russi che hanno pagato con la vita le idee della “’Grande Russia’”. Spiega: “Stiamo parlando di più di tremila soldati russi morti, i cui corpi si trovano sul suolo dell’Ucraina. I leader del nostro Paese hanno già fatto appello alla Croce Rossa perché faciliti il recupero e la restituzione dei corpi, e le loro famiglie e i loro amici possano salutarli e seppellirli. Finora nessuna risposta è stata ricevuta dalla parte russa”.

Ma è già chiaro dalle precedenti dichiarazioni pubbliche che sostenere l’impegno di Putin e della leadership russa è fondamentale per Kirill. Anzi, stringe i ranghi con il presidente. Invoca siano evitate vittime civili, ma avverte che “non dobbiamo permettere a forze esterne oscure e ostili di ridere di noi”.

Il suo clero però comincia a sfilarsi apertamente. Mercoledì 2 i sacerdoti dell’altra Chiesa ortodossa ucraina, quella del Patriarcato di Mosca, hanno scritto un appello al loro metropolita “locale” Onufriy chiedendogli di convocare un Consiglio locale e di lasciare il Patriarcato di Mosca. Il 3 marzo più di 236 sacerdoti e diaconi della Chiesa ortodossa russa hanno firmato una lettera in cui descrivono l’invasione dell’Ucraina come una “guerra fratricida” e chiedono il cessate il fuoco e una riconciliazione immediati: “Auguriamo il ritorno di tutti i soldati, sia russi che ucraini, alle loro case e famiglie, sani e salvi”. I religiosi riconoscono che il popolo ucraino dovrebbe essere libero di prendere le proprie decisioni, ma “non sotto il mirino delle mitragliatrici, e senza pressioni da parte dell’Occidente o dell’Oriente”.

Insomma, mentre l’Ucraina sanguina, anche il popolo russo paga un tributo di dolore. Ne chiederà conto al suo patriarca che stenta a staccarsi da Putin? Lo sta già facendo. Kirill vorrebbe riacquistare i milioni di fedeli ucraini passati nella nuova chiesa autocefala di Kiev riconosciuta da Bartolomeo. Non li distingue un rigo su liturgia e dottrina. Sono però importanti risorse economiche in ballo. E per questo Kirill si è spinto a giudicare scismatici gli autonomisti. Continuando a non affrontare Putin rischia di creare nuove fratture nel suo clero russo. Già si intravvedono le crepe, anche per la mancata pietà verso i militari russi morti lontani da casa, probabilmente privati di una sepoltura in patria, lontani da madri, mogli, figli. Fino a quando? Potrà non ascoltare il loro appello?

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