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Pescatori sequestrati in Libia, ecco errori e omissioni dell’Italia

Libia

Che cosa non si dice sul caso dei pescatori italiani sequestrati in Libia. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Molto spesso porre a confronto vicende analoghe aiuta a comprendere la diversità degli approcci alla politica estera e le diverse conseguenze alle quali questi approcci conducono.

Si sta naturalmente parlando del rilascio della nave turca, il cui sequestro risale al 5 dicembre, attuato da parte dell’esercito nazionale libico del generale Haftar e relativo ad una nave cargo con a bordo 17 uomini di cui nove sono cittadini turchi. Che ciò abbia determinato una legittima reazione caratterizzata da rabbia e delusione da parte delle mogli dei pescatori ma anche da parte della società civile di Mazara del Vallo era scontato e prevedibile.

Uno sconcerto questo che qualunque italiano farebbe fatica a non provare soprattutto se si considera che la nave turca era stata incriminata dalle autorità libiche per reati molto precisi mentre i pescatori italiani — detenuti in prigione da oltre 100 giorni — non sono stati accusati di nessun reato e vengono detenuti soltanto per indurre il nostro paese a rilasciare trafficanti di immigrati clandestini (alcuni dei quali accusati anche di omicidio).

Un’altra differenza non da poco che emerge con maggiore chiarezza è quella di natura strettamente politica: mentre infatti il generale Haftar sotto il profilo diplomatico non può certo essere considerato un nemico dell’Italia, al contrario Erdogan lo è e fra l’altro il sequestro posto in essere dimostra la sua debolezza politica.

Tuttavia la differenza maggiore tra l’approccio turco e quello italiano è certamente relativo al diverso modo di rapportarsi allo scacchiere libico: mentre la Turchia può oramai considerarsi una nazione la cui proiezione di potenza militare contribuirà a modificare gli equilibri dello scacchiere libico — come certamente quelli del Mediterraneo orientale — l’Italia al contrario costituisce soltanto un’espressione geografica come ebbe modo di dire Metternick.

Al di là della scelta da parte dell’Unione europea di condannare in modo flebile il sequestro dei pescatori italiani da parte libica e al di là del fatto che il fallimento dell’Italia in Libia non farà altro che consentire ad altre potenze europee e non di spartirsi la Libia, l’approccio italiano alla politica estera non solo dell’attuale governo ma anche dei precedenti è sostanzialmente quello di neutralizzare dal punto di vista politico l’uso dello strumento militare ritenuto inutile, dannoso e pericoloso da un lato e attuare un approccio caratterizzato dal buonismo alla Gramellini per creare o consolidare il consenso politico dall’altro lato.

Nel nostro paese infatti lo strumento militare non può e non deve avere alcun ruolo — con buona pace dei corsi di specializzazione dell’Istituto di guerra marittima del Casd — nel definire la strategia della politica estera italiana se non in termini puramente teorici ma deve unicamente servire per produrre armi da utilizzare in esercitazioni di simulazione in ambito Nato o per vendere queste armi ad altri paesi — incrementando quindi il business dell’industria militare — o per compiacere i nostri alleati americani.

Delle cause di natura ideologica per le quali l’Italia ha da molto tempo scelto questa soluzione ne abbiamo già discusso ampiamente in un articolo precedente.

Dobbiamo soltanto limitarci ad aggiungere un’ultima osservazione di natura educativa: nel mondo della scuola, soprattutto nell’ambito dell’insegnamento della storia, è ormai invalso — soprattutto a partire dagli anni ‘70 — un atteggiamento di rifiuto ideologico nei confronti della dimensione militare della storia la cui rilevanza viene volutamente messa in ombra dal corpo docente o, quando non è possibile negarne il ruolo e la portata, ne viene messa in luce la dimensione autoritaria o criptofascista. Come l’approccio alla politica estera del nostro paese nulla a che vedere con i presupposti del realismo politico — classico e moderno — allo stesso modo l’approccio alla storia del corpo docente è lontanissimo dagli strumenti che furono formulati sia da Tucidide nella Guerra del Peloponneso che da Machiavelli ne Il Principe.Vuol dire che quando dovremmo andare a contrattare con il presidente turco Erdogan — la cui proiezione di potenza impensierisce persino gli Stati Uniti — gli faremo leggere i temini dei nostri studenti su Papa Francesco e su quanto sia importante l’empatia verso l’altro. Peace and Love.

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