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Perché Zingaretti sbaglia ad appiccicare etichette a Draghi

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Che cosa sta sbagliando Zingaretti su Draghi. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Un Draghi europeista? Un Draghi avvolto nella bandiera con le dodici stelle, in campo blu, dell’Unione? A sentire Nicola Zingaretti sarebbe questa la caratteristica essenziale del presidente del Consiglio incaricato. Il che è un po’ paradossale. Stiamo parlando di colui che per otto anni è stato Presidente della Bce. Non solo, ma di colui che con il suo “whatever it takes” ha salvato l’euro, tagliando le unghia alla grande speculazione, dopo aver sconfitto nel board della Banca gli ortodossi di una politica alla Trichet. Che il banchiere francese ci perdoni per la franchezza.

Un personaggio del genere non è un europeista. Ma è l’Europa stessa, che incarna con la sua persona, al punto che nessuno può chiedergli di mostrare il passaporto. Ed allora perché tanta insistenza? La spiegazione è relativamente evidente. Mira a marcare un perimetro. Da un lato gli antichi credenti di una religione civile, dall’altro i parvenu, i leghisti, gli opportunisti folgorati sulla via di Bruxelles, ma che ancora vanno a braccetto con Viktor Orban e Mateusz Morawiecki. Ed ecco allora che l’esaltazione di Draghi, apostolo dell’Europa, serve per rimarcare una differenza, nel momento in cui una strana congiuntura costringe gli antichi nemici ad abbassare le armi, ma senza giungere, peraltro, ad un definitivo armistizio.

Nessuna sorpresa. Semplice liturgia di una politica, com’è quella italiana, che, da troppo tempo, si è incarognita. Nonostante i guasti prodotti, le cui cicatrici sono così evidente nel corpo, oltre che nello spirito, del Paese. Tutto bene, allora? Mica tanto. L’insistere su un’ovvietà, come quella indicata, impedisce di cogliere il carattere vero del personaggio e la novità che la sua presenza ha rappresentato, nel panorama europeo. I risultati conseguiti, nel corso della sua lunga presenza alla Bce, non sono stati frutti del caso, o di botte di testa. Ma di una riflessione profonda sulle caratteristiche stesse della modernità. Quel suo richiamare l’immagine delle “terre incognite”, non per celebrare le opere del Machiavelli, ma come dato emblematico di una situazione, che non poteva essere affrontata con i canoni delle ortodossia.

Ed ecco allora la sequenza logica: il rifiuto delle prassi tradizionali nella gestione della politica monetaria. Il non accettare quell’interpretazione quasi letterale degli articoli del Trattato Ue, che escludevano ogni possibilità di monetizzazione del debito, e che in precedenza avevano indotto a politiche tutt’altro che accomodanti. Mentre la Fed americana superava ogni limite per mantenere alta l’asticella dello sviluppo. Quella sua pazienza nel giustificare le novità, riconducendole nel perimetro dello Statuto della banca centrale. La necessità di spingersi in avanti, almeno fin quando il tasso di inflazione non avesse minacciato di superare il target del 2 per cento. Strategia che avrebbe poi riassunto con il termine di “politiche non convenzionali”.

Quindi il bazooka imbracciato, fin dal 2015, per evitare che, al rischio di una stagnazione, si sommasse una stretta finanziaria, destinata a produrre un vero e proprio corto circuito. E poi l’invito rivolto ai governi di non lasciare sola la Bce. Quella sollecitazione indirizzata ai Paesi, con maggiori margini fiscali, ad operare per il rilancio delle loro economie, operando in sinergia con lo politica monetaria. Parole dette sempre in tono garbato, espresse in modo tale non urtare suscettibilità alcuna, ma pesanti come pietre, per chi avesse avuto la capacità di coglierne le implicazioni. Cosa che, purtroppo, in Italia non è avvenuto.

Se questa è la vera radiografia del personaggio, e non una generica patente di europeismo, allora tanti angosciosi interrogativi, che turbano i sogni di analisti e commentatori, possono essere sciolti con relativa facilità. Meglio rivolgere loro un semplice invito: non dannatevi l’anima nel formulare ipotesi e scenari, perché alla fine Mario Draghi, comunque, vi sorprenderà. E se questo non avverrà, per sopravvenuti condizionamenti, allora, vorrà dire che la palude italiana avrà, di nuovo, avuto il sopravvento, in uno dei giorni più tristi della storia repubblicana.

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