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Perché Zingaretti rincorre Di Maio su taglio parlamentari e non solo? L’analisi di Polillo

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Tutti gli improvvisi cedimenti del Pd di Zingaretti di fronte all’offensiva del Movimento di Di Maio. L’analisi di Gianfranco Polillo

Tra qualche giorno, salvo improvvisi ed auspicabili colpi di scena, Luigi Di Maio avrà lo scalpo di Nicola Zingaretti. Il taglio dei parlamentari, tanto agognato dai 5 stelle, diverrà realtà. Risparmi milionari secondo una propaganda esasperata. Più o meno una settantina di milioni all’anno, secondo le stime più avvedute. Il giusto prezzo che dovrebbe compensare un vulnus così evidente della nostra Carta costituzionale. In discussione non è la proposta in sé. Ma quello che c’è dietro. Il trionfo di un sentimento anti casta, che considera i rappresentanti del popolo gente prezzolata con i quali sarebbe bene non farsi vedere in giro.

Sennonché, se fosse così, sarebbe meglio chiuderlo: il Parlamento. Mettere sulla porta di Palazzo Madama e Montecitorio il cartello “affittasi”. Come facevano, con goliardia, i provo olandesi, nel ‘68, contro la casa reale. Per poi affidarsi mani e piedi alle cure della premiata ditta Casaleggio. Rinunciare ad ogni partecipazione democratica e limitarsi a schiacciare un bottone ogni qual volta il supremo garante della rete (un altro “elevato”) lo avesse ritenuto opportuno.

Forse ci si arriverà presto. L’appetito, si dice, viene mangiando. E già Di Maio propone l’abolizione del divieto del mandato aperitivo. Il tutto per trasformare quelle cariche istituzionali, dense di storia, i puri rappresentanti – i portavoce – dei cittadini. Di quali, non è dato sapere. La riduzione del numero dei parlamentari avrà l’effetto di aumentare notevolmente la dimensione dei collegi elettorali. Come il singolo portavoce potrà tener conto dell’opinione dei migliaia dei suoi eventuali supporter, trasformati in deleganti, resta ancora un mistero glorioso. Se non spuntassero, ancora una volta, le corna della “rete”. Il congegno miracoloso che, come il “libretto rosso” del Presidente Mao, era in grado di curare ogni male, anche fisico, del mondo.

In Umbria il Pd tenta già di fare le prove generali. Multa a chi non seguirà le direttive del partito. Il copia ed incolla di un articolo dello “statuto non statuto” del Movimento 5 stelle. E poco importa se questa prassi rischia di colpire al cuore non solo la democrazia parlamentare. Ma lo stesso divenire dei processi politici: sempre espressione dei sommovimenti profondi, che intervengono nelle dinamiche sociali e culturali sottostanti. Il rischio maggiore è il consolidarsi di un potere autarchico ed autoreferenziale, che si isola completamente nella rigidità delle strutture di cui si dotato.

La svendita di un patrimonio culturale è evidente. Patrimonio che va, addirittura, oltre i confini temporali della Costituzione repubblicana. Il divieto del mandato imperativo era già contenuto nell’articolo 41 dello Statuto Albertino. Tentare, oggi di abolirlo, significa pertanto recidere un ramo importante dell’intera storia nazionale. La speranza è riposta in coloro che dicono “prima gli italiani”. Se veramente vogliono difendere la Nazione e le sue tradizioni, questo è il momento di intervenire. Rifiutandosi di compiere il primo passo lungo una strada lastricata, che può portare all’inferno.

Questo significa, forse, ritenere immutabile quel numero: i 630 deputati e i 315 senatori, che oggi occupano i relativi scranni? Pensare ad un numero diverso, non solo è giusto, ma anche necessario. A condizione che tutto ciò avvenga nel quadro di una riforma complessiva, che dia maggiore forza alla democrazia rappresentativa. Motivazioni opposte a quelle sostenute dai 5 stelle. E sulle quali il Pd non solo conveniva, ma nel nome delle quali si era speso, votando convintamente “No” nelle tre precedenti votazioni.

Zingaretti aveva resistito anche nello stilare il documento programmatico del nuovo governo. Aveva preteso ed ottenuto che questa “riforma” fosse contestuale con quella di carattere più generale: a partire dalla legge elettorale. Poi l’improvviso cedimento di fronte all’offensiva di Di Maio. Un nuovo slittamento progressivo, dopo i tanti subiti nel corso della trattativa. La mancata “discontinuità’, sebbene più volte invocata, compensata, forse, con qualche posto in più nella presunta “stanza dei bottoni”. Vizio antico della politica italiana, da cui era pensabile che il Partito di Togliatti e Berlinguer fosse immune.

Ci si è invece accontentati di un documento che più fumoso e velleitario non si può. Entro il ottobre, secondo il testo approvato, dovrà essere presentato un disegno di legge costituzionale per equiparare l’elettorato attivo e passivo per Camera e Senato, per ridurre di un terzo il numero dei rappresentanti regionali che partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica e per eliminare la base regionale per l’elezione dei senatori.

Secondo step a dicembre in cui si dovrà prevedere, sempre con legge costituzionale, la sfiducia costruttiva e la partecipazione dei Presidenti di Regione ai lavori del Parlamento in sede di discussione della legge per l’autonomia differenziata. Nulla si dice, invece, sulla modifica dei Regolamenti parlamentari, che avrebbero dovuto avere la precedenza, a partire dal numero delle Commissioni, per poi riflettersi sui vari istituti di garanzia che garantiscono il regolare funzionamento delle due Camere. Problemi di non facile soluzione. Al tempo stesso, con legge ordinaria, si dovrebbe modificare quella elettorale.

Vedremo se questi tempi saranno rispettati, mentre incombe la legge di bilancio. Ma se anche fosse, quale sarà il punto effettivo di caduta? Per ridurre il numero dei parlamentari – argomento facile da affrontare dal punto di vista del drafting – ci sono voluti più di 15 mesi. Sempre che alla fine vi sia fumata bianca. Quando verranno alla luce le nuove riforme? Non azzardiamo ipotesi, ma solo un sospetto. Una vecchia pubblicità diceva: una telefonata allunga la vita. Forse era questo il retro pensiero di molti dirigenti del Pd. Nel subire la colonizzazione culturale dei 5 stelle.

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