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Perché Trump ha fretta di chiudere la guerra all’Iran

Le ultime mosse di Usa e Israele contro l'Iran. La reazione di Teheran in Libano e non solo. E le mire politiche di Trump. Il corsivo di Dario D'Angelo tratto dal suo profilo su X

Possiamo affermare con granitica certezza che il conflitto in corso si estenderà (ben) oltre la Guerra dei 12 Giorni andata in scena la scorsa estate.

L’attacco combinato compiuto ieri notte da Iran (missili) ed Hezbollah (razzi) contro Israele è un promemoria di quanto ci siamo detti fin dall’inizio di questa battaglia: “Smetto quando voglio” non si applica al Medio Oriente. In una guerra si sa come si entra, mai come si esce.

L’attacco dal Libano conferma le informazioni di intelligence israeliane che parlavano di un Hezbollah nettamente più pronto rispetto al precedente round di scontri.

Quello dall’Iran sembra invece suggerire la volontà di rispondere in maniera spettacolare al Presidente degli Stati Uniti, che ancora oggi ha descritto una Repubblica Islamica di fatto in ginocchio.

Eppure era stato lo stesso generale Caine, appena 24 ore fa (se il flusso del tempo non ha ormai iniziato a prendersi gioco di me), ad ammettere che sì, gli iraniani stanno combattendo, forti della consapevolezza di poter causare dolore agli americani e ai loro alleati.

Domanda: significa che Stati Uniti e Israele stanno “perdendo” la guerra? No. Intensità ed estensione dei bombardamenti israelo-americani stanno effettivamente degradando la potenza di fuoco del regime e dei suoi alleati. Ma la verità è che chi pensava di poter archiviare la pratica in brevissimo tempo era un illuso.

L’Iran non è mai stato il Venezuela. Cosa sto dicendo? Che un motivo ci sarà se questi tiranni sono rimasti al potere per 47 anni, più o meno indisturbati. Ed è che vincere una guerra è sempre difficile, soprattutto senza mettere stivali sul terreno (operazione che richiederebbe uno sforzo mastodontico e un supporto interno che al momento in America non c’è). E allora, direte voi leggendo, “lo vedi che stanno/stiamo perdendo?”. Di nuovo: non è vero.

L’Iran di oggi è molto meno pericoloso di dodici giorni fa. Ma bisogna accettare che in una guerra i colpi si danno e si prendono, che un avversario alle corde sarà sempre disposto a tutto pur di togliersi dall’angolo.

Fatto questo, se si combatte per una giusta causa, occorre insistere, perché ne vale la pena. Ora, è altamente probabile che i nostri obiettivi e le nostre ambizioni non coincidano perfettamente (eufemismo) con quelli della Casa Bianca. Per un italiano medio la guerra sarebbe giustificabile probabilmente soltanto dal raggiungimento di un regime change in Iran. E non è neanche detto.

Eppure negli ultimi due giorni Trump si è guardato bene dal minacciare di morte Mojtaba Khamenei. Lo avete notato? Non credo sia gentilezza, ma forse volontà di lasciarsi una via d’uscita aperta qualora si rivelasse più complicato del previsto riservargli lo stesso destino inflitto a Khamenei senior. Vedremo.

Continuo a credere sia impossibile per gli americani – ancora di più che per gli israeliani – chiudere questa guerra fino a quando non sarà stata spezzata quanto meno la dinastia dei Khamenei.

Allo stesso tempo, Trump ha molta fretta: non solo (ma è una mia idea) perché probabilmente ha voglia di presentarsi in Cina a fine mese da chiaro vincitore, ma perché le midterm incombono, la stagione elettorale che conta è alle porte. Perché è importante? Perché la fretta è sempre una cattiva consigliera. Ma lo è a maggior ragione in guerra.

Non solo “smetto quando voglio” può non essere possibile, nel nostro caso non è nemmeno consigliabile. Fermarsi prima di aver completato il lavoro potrebbe presentare un conto amaro più avanti. Invierebbe un messaggio di debolezza estrema a tutti i nemici dell’America e dell’Occidente. Minerebbe la situazione di sicurezza di tutti i Paesi Alleati.

(Estratto dal profilo di Dario D’Angelo su X)

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