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Perché solo il tandem Draghi-Mattarella garantisce lo status quo

Armi

Come giungere alla primavera del 2023 senza traumi e patemi d’animo? L’ipotesi di una conferma di Draghi e Mattarella. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Solo il tandem Draghi-Mattarella è in grado di garantire lo status quo, blindare in un sol colpo Palazzo Chigi e Quirinale, dando continuità alla legislatura. Per giungere alla primavera del 2023 senza traumi e patemi d’animo. Sarebbe infatti non solo difficile, ma impossibile, per chiunque tentare di rovesciare il tavolo. La maggioranza parlamentare potrebbe anche mutare, a seguito dell’abbandono di qualche componente. Ma fin quando i numeri fossero sufficienti, il neo-confermato Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che poi è stato il vero artefice del Governo Draghi, non avrebbe la benché minima esitazione, nel rintuzzare ogni tentativo destabilizzante.

È bene tenere a mente questo corollario nel giorno in cui, a seguito dell’impasse in una trattativa sempre più complicata, lo spettro di elezioni anticipate è tornato a turbare il sonno non solo di tanti politici, ma di buona parte dell’opinione pubblica italiana. In effetti tutto congiura contro quest’ipotesi sciagurata. I bagliori di un ritorno alla “guerra fredda” nella vicenda Ucraina riportano indietro nel tempo. Facendo riemergere valori, come l’atlantismo, in parte dimenticati. Non meno preoccupante la situazione economica. Di nuovo il rischio di una stagflation – la peste degli anni ‘70 – legato alle vicende energetiche. A loro volta uno dei tanti risvolti del conflitto con la Russia di Putin.

Ma anche a prescindere da questo particolare, che tale non è, il tema più di fondo è quello legato ai cambiamenti della politica monetaria. Con la Fed pronta alla stretta e la Bce destinata inevitabilmente a cedere, dopo una breve resistenza. Nel nuovo orizzonte congiunturale, i mali cronici del Bel Paese, a partire dall’eccesso di debito pubblico, sono nuovamente destinati a risaltare. Rispetto al 2011 la situazione è decisamente migliorata, grazie ad una posizione creditoria nei confronti dell’estero, ma “far fuori” l’ex Presidente della Bce, per dare sfogo alle più inconfessabili pulsioni, non è un buon viatico per i mercati internazionali.

Ed ecco allora che l’eccesso di politicismo, la semplice rivalsa dei politici di professione rispetto ai tecnici, rischia di fare la frittata. Chi guarda a Draghi come semplice espressione del “potere della grande finanza internazionale” (copyright di Massimo D’Alema) dimentica che la sua ascesa a Palazzo Chigi altro non fu che la conseguenza della profonda crisi politica italiana. Non solo tutt’altro che risolta, ma che rischia di avvitarsi ulteriormente verso esiti imprevedibili.

Si prenda l’attuale composizione del Parlamento italiano e la si confronti con la panoplia dei sondaggi, come proxi dei possibili futuri risultati elettorali. Si vedrà quanto profondo è quello scarto. Ed al tempo stesso quali sono le paure, le ansie ma anche i desiderata di coloro che stanno partecipando alla grande kermesse quirinalizia. Elemento sovrastante è indubbiamente la paura del non ritorno. Il 34,3 per cento degli attuali parlamentari (230 deputati e 115 senatori) non sarà rieletto, per effetto delle riforme costituzionali varate. Sarà costretto a tornare – chi l’aveva – alla vecchia professione o mestiere.

Non sarà ovviamente un taglio lineare, poiché gli equilibri politici all’interno dei vari schieramenti sono profondamente cambiati. Prescindiamo per il momento dagli aspetti qualitativi. Già se si votasse con il sistema proporzionale, sarebbe una rivoluzione. Il Pd diverrebbe il primo partito, e vedrebbe la sua compagine parlamentare aumentare, in proporzione, di circa il 50 per cento. Se poi l’unione con Leu andasse avanti, lo scarto sarebbe addirittura superiore al 70 per cento.

Sul fronte opposto, quello del centro destra, i rapporti interni subirebbero un vero e proprio scossone. Forza Italia si dimezzerebbe, mentre il partito di Giorgia Meloni vedrebbe più che raddoppiare (sempre in proporzione) la sua attuale rappresentanza parlamentare, divenendo il primo partito dello schieramento. La Lega, invece, subirebbe una seppur limitata (circa il 10 per cento) limatura. Italia viva, infine, subirebbe un ridimensionamento non dissimile da quello dei 5 stelle. Con una flessione del 50 per cento, rispetto al 44 per cento del gruppo guidato da Giuseppe Conte.

Se poi si tiene in qualche modo conto degli aspetti qualitativi, il cataclisma sarebbe anche più devastante. Con la scomparsa dall’emiciclo politico di Silvio Berlusconi, con ogni probabilità, Forza Italia tenderebbe a scomparire a vantaggio dei propri concorrenti. La Lega da un lato, i centristi di Toti e Brugnaro, e Fratelli d’Italia, dall’altro. Il crollo dei 5 stelle, a sua volta, dovrebbe risultare ancora maggiore, data la loro scarsa possibilità di presentare, nei collegi uninominali, candidati appetibili. L’effetto complessivo dovrebbe essere quello dell’ulteriore polarizzazione del sistema politico con due blocchi contrapposti, guidati rispettivamente dal Pd e da Fratelli d’Italia. Una sorta di nemesi della storia, considerate le più lontane origini di queste due formazioni politiche.

Difficile prevedere come queste pulsioni più profonde potranno incidere sugli orientamenti del collegio parlamentare chiamato ad eleggere il nuovo Presidente della repubblica. Nella famosa conferenza stampa di fine anno, Mario Draghi, pur mantenendo un più generale riserbo sull’intera questione, un avvertimento l’aveva dato. La maggioranza che porterà all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, non potrà essere così diversa, rispetto a quella che sorregge l’attuale Governo. Se si vorrà dare continuità alla sua azione. Non solo un’osservazione disinteressata ed asettica, ma forse il preannuncio di una possibile decisione. Giusto essere uomo, anzi il “nonno”, delle istituzioni, ma non certo a dispetto dei santi.

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