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Perché Renzi vorrebbe per Rosato la delega ai Servizi?

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Renzi

Repubblica ha scritto che Italia Viva di Renzi, “secondo Palazzo Chigi”, avrebbero richiesto per Rosato il posto da sottosegretario con delega ai Servizi. Come mai? L’approfondimento di Federico Punzi di Atlantico Quotidiano

 

Ieri Repubblica riportava che i renziani, “secondo Palazzo Chigi”, avrebbero richiesto per Ettore Rosato il posto da sottosegretario con delega ai Servizi. Delega che però il premier non ha alcuna intenzione di cedere. Ha già resistito alle polemiche seguite alla visita di Barr e Durham lo scorso autunno e alle pressioni del Pd, figurarsi se accetterebbe di regalarla a Renzi…

“Soprattutto con la tempesta atlantica in arrivo”, ha osservato su Twitter Maria Antonietta Calabrò, la quale per Huffington Post, tra le sfide del nuovo direttore dell’Aise Caravelli ne ha citata anche una “politica”, l’accelerazione dello Spygate, che “potrebbe coinvolgere alcuni esponenti politici italiani”.

Proprio la collaborazione sullo Spygate chiesta l’estate scorsa dall’amministrazione Usa potrebbe essersi rivelata un insperato colpo di fortuna per il premier Conte, che della gestione di un dossier così scottante avrebbe fatto una polizza di assicurazione contro le manovre di Renzi, dal quale ieri in Senato ha incassato una sorta di giuramento di lealtà istituzionale, un serrate i ranghi da ex premier a premier: “Chi di noi si ritiene un patriota istituzionale, chi di noi crede alla ragion di Stato, rispetta ciò che dice il presidente del Consiglio”.

Stiamo entrando in un’estate calda, anzi rovente, a Washington per quanto riguarda l’indagine del procuratore Durham sulle origini del Russiagate, su quello “schema di eventi” per sabotare prima il candidato, poi il presidente Trump. Ed è chiaro che se un coinvolgimento italiano dovesse essere provato, questo chiamerebbe in causa i governi italiani dell’epoca, Renzi e Gentiloni. Un’allusione al ruolo del nostro Paese è stata fatta anche dal presidente Trump e abbiamo trattato diffusamente il tema nel nostro speciale: tutte le strade del Russiagate sembrano portare a Roma, tutti i principali filoni – l’incontro Mifsud-Papadopoulos, il dossier Steele, il caso EyePyramid – partono da o passano per Roma.

Ricordiamo gli incontri con i vertici dei nostri servizi dell’Attorney General William Barr il 15 agosto scorso, e di Barr e Durham il 29 settembre. Poi, a inizio ottobre, la visita del direttore della Cia Gina Haspel. Non sappiamo con precisione quale siano state esattamente le richieste americane e quale il livello di collaborazione accordato dal premier e dalla nostra intelligence. Poco o nulla, a sentire Conte e fonti dei servizi.

Fatto sta che pochi giorni dopo apprendevamo dai media Usa che l’indagine di Durham era stata ampliata per uomini, mezzi e arco temporale sotto esame, ma soprattutto era diventata ufficialmente un’inchiesta penale, proprio sulla base degli elementi raccolti a Roma.

Il procuratore generale Barr ha più volte affermato che il lavoro di Durham si sta concentrando su “potenziali crimini” e che se il Dipartimento di Giustizia riterrà di poterli provare, i responsabili saranno perseguiti. Non è chiaro se il lavoro di Durham terminerà con un rapporto come quello del procuratore speciale Mueller, ma la natura penale dell’inchiesta e le dichiarazioni molto impegnative di Barr fanno supporre che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi potrebbero arrivare citazioni di testimoni e incriminazioni.

(estratto di un articolo pubblicato si Atlantico Quotidiano; qui la versione integrale)

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