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Perché non sarà una passeggiata la guerra di Trump a Twitter

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Elezioni Americane
Donald Trump

Che cosa succede fra Trump e Twitter? L’articolo di Marco Orioles

 

Quando, all’inizio del mese, Twitter ha deciso che avrebbe rimosso post di chiunque, politici compresi, avesse usato la piattaforma per diffondere notizie false sulla pandemia, applicando non molto tempo dopo la sua nuova politica su due pezzi grossi come il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il suo collega venezuelano Nicolas Maduro, non poteva certo immaginare che il successivo caso eccellente avrebbe esulato del tutto dal Covid-19 e riguardato il profilo più seguito al mondo: quello di Donald Trump.

In verità, non di censura vera e propria si è trattato, ma di un’operazione più semplice e al tempo stesso irritante per chi l’ha subita: l’apposizione da parte di Twitter di un “disclaimer”, ossia un punto esclamativo con l’esortazione ad approfondire le affermazioni controverse dell’autore del tweet, in calce a due cinguettii lanciati dal tycoon martedì per denunciare la presunta frode del voto postale:

Twitter, in pratica, ha ammonito gli utenti sulla natura mendace delle affermazioni del presidente, con l’aggravante di rimandarli, per farsi un’idea corretta sull’argomento da lui intavolato (scorrettamente), ad articoli delle odiate testate liberal come CNN e Washington Post.

Tanto è bastato perché si scatenasse il putiferio. Poco dopo i fatti, The Donald riapriva il proprio profilo Twitter per denunciare la società di Jack Dorsey di voler “interferire nelle elezioni presidenziali del 2020” e di “soffocare la libertà di espressione”, giurando che “non lo consentirò”.

A questa prima velata minaccia ne è seguita non molto tempo una seconda, veicolata sempre via Twitter: giacché le piattaforme dei social media “silenziano totalmente le voci conservatrici”, come i Repubblicani lamentano da sempre, la soluzione sarà “regolarle fortemente, o chiuderle del tutto”.

Il fulmine sarebbe arrivato poche ore dopo, quando l’addetta stampa di Trump, Kayleigh McEnany, ha annunciato ai reporter a bordo dell’aereo presidenziale che il giorno dopo il presidente avrebbe apposto la sua firma su un non meglio precisato ordine esecutivo “attinente i social media”.

In serata, quindi, un Trump scatenato è tornato sulla sua piattaforma preferita per lanciare l’ultimo grido di guerra contro “Big Tech” e la sua “censura”:

 

Mangiata la foglia, la stampa Usa a quel punto si è messa al lavoro per cercare di capire cosa stessero cucinando alla Casa Bianca e quale manicaretto avvelenato si stessero accingendo a sfornare per oggi.

Da brava prima della classe, la CNN riusciva a scoprire prima che l’ordine è stato scritto all’ultimo minuto e poi che la Casa Bianca ha fatto tutto da sola senza degnarsi dunque di consultare le autorità competenti, che sono la Federal Communication Commission e la Federal Trade Commission.

Politico, frattanto, riusciva ad agganciare un “senior administration official” al corrente delle deliberazioni scucendogli un dettaglio importante dell’ordine in preparazione e relativo, in particolare, alla sua base giuridica: si tratta, in pratica, di considerare le piattaforme social non più come spazi che veicolano in modo neutrale contenuti prodotti da terzi, ma come veri e propri editori che decidono discrezionalmente cosa pubblicare e no.

Che le mire fossero questo l’aveva chiarito d’altronde poche ore prima uno dei più strenui sostenitori di Trump, il senatore Josh Hawley, in una lettera scritta a Dorsey nella quale, oltre a biasimare la “decisione senza precedenti” di marchiare un tweet del presidente, gli ha ricordato perché le regole che valgono per i giornali non sono applicate a piattaforme come Twitter: “Ciò che gli editori come il New York Times o il Washington Post fanno è “editorializzare”, e “la vostra società è trattata in modo differente” proprio perché non indulge in simili comportamenti.

Ora che però Twitter ha fatto la frittata, prosegue la lettera di Hawley, si solleva automaticamente la questione del perché l’azienda “continui a beneficiare di uno status speciale e di una immunità speciale dalla responsabilità degli editori sulla base della sezione 230 del Communications Decency Act”. Un privilegio bello e buono, insomma, che secondo Hawley va messo quanto prima in soffitta.

Se sarà questa la strada battuta dalla Casa Bianca per matare il toro da 280 caratteri, non sarebbe la prima volta. Come ha scritto Politico, già l’anno scorso nelle segrete stanze di Pennsylvania Avenue avrebbe preso a circolare una bozza di ordine esecutivo – la cui esistenza fu poi confermata dalla CNN –  che prendeva di petto la litania repubblicana del trattamento pregiudiziale riservato dai social ai politici e al pensiero conservatore.

Anche in quell’occasione, l’offensiva era incentrata sulla rimozione dello scudo protettivo garantito all’industria on line dal famoso articolo del Communications Decency Act del 1996, che le protegge da cause intentate sulla base di ciò che pubblicano sulle rispettive piattaforme.

La proposta, tuttavia, non andò in porto, non ultimo per la riluttanza delle agenzie indipendenti come la FCC di essere investite – come la Casa Bianca sembrava in procinto di fare – del men che gradito compito di fare da poliziotti del pensiero su internet.

Se la linea del presidente è dunque la stessa dell’anno scorso, sarà tutto fuorché semplice trasformare i suoi desideri in realtà.

Per quanto Big Tech non abbia un grande credito di simpatia a Washington, e non son pochi quelli che anelano a diminuirne lo strapotere, ostacoli formidabili si frappongono a ogni disegno di svincolare i social dalle garanzie del Communications Decency Act.

Il primo è ovviamente l’assenza di qualsiasi consenso bipartisan sulla materia, che vanificherà senz’altro ogni colpo di mano da parte dell’esecutivo.

Il secondo ostacolo è rappresentato dalla linea invalsa da tempo nei tribunali d’America – l’ultima sentenza di tal fatta è stata depositata appena ieri – di considerare i social media come entità private che hanno il diritto di sorvegliare in piena autonomia ciò che viene pubblicato nei loro spazi ed eventualmente intervenire.

Ma è il terzo ostacolo quello più ostico, ed è il sicuro richiamo che gli oppositori del provvedimento faranno al I emendamento della Costituzione – quello che uno dei cinque membri della FCC,  Jessica Rosenworcel, ha pubblicato ieri su Twitter per evidenziare i problemi di costituzionalità posti da provvedimenti come quello in preparazione alla Casa Bianca:

Oggi dunque sapremo cosa spunterà dal cilindro di Donald Trump. E saranno di nuovo scintille.

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