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Perché non mi convincono i primi passi di Enrico Letta nel Pd

Draghi Catasto

Parole e decisioni del segretario del Pd, Enrico Letta, analizzate da Gianfranco Polillo

 

Dal trasloco di Giuseppe Conte da Palazzo Chigi, verso le più rassicuranti sedi universitarie, sono passai poco più di due mesi. Rivederlo nei TG, in occasione del primo incontro con Enrico Letta, parlare di “cantieri” aperti per il bene del Paese, è stato come fare un salto indietro di cento anni. Tanto è cambiata la situazione dell’Italia.

Ancora una volta, linguaggio ampolloso e retorica incontinente, quando lo zeitgest italiano viaggia ormai con l’essenzialità degli interventi di Mario Draghi. Le cose da fare e le direttive da seguire. Le decisioni assunte, i rischi connessi a possibili insuccessi. Soprattutto bando agli incensamenti ed alla teoria dell’insostituibilità della propria persona.

Ed, invece, marcia indietro. A rimbastire discorsi fumosi sul dover essere, con l’unico obiettivo, di battere la destra. Ma soprattutto, quel terribile personaggio, che risponde al nome di Matteo Renzi. Responsabile di un duplice crimine: l’averli pugnalati entrambi. Il primo, Enrico Letta, quando era presidente del Consiglio e lui appena divenuto segretario del partito; il secondo, quando tentava disperatamente di far nascere, con l’aiuto di transfughi e voltagabbana, il Conte ter, dopo le dimissioni imposte dal Senatore di Rignano.

Incontro, quindi, tra due sconfitti, tornati alla ribalta per quelle strane vicende che accompagnano i corsi ed i ricorsi della storia. La speranza è che, nel frattempo, qualcosa abbiano imparato dalle loro vicende personali. Conte qualche segnale lo ha mandato. Un ramoscello d’ulivo verso Davide Casaleggio, con il quale spera in un accordo che eviti il peggio. Il blocco delle procedure che potrebbe portare alla nascita di un movimento nuovo di zecca, con Beppe Grillo alla presidenza e lui stesso leader. A capo di una segreteria o meno: si vedrà nei prossimi giorni. Come si vedranno le possibili alternative, volte a coinvolgere almeno i gruppi parlamentari, nelle more della discussione con il titolare di Rousseau, che sembra voglia insistere nella richiesta degli arretrati.

Più incerta la prospettiva del segretario del Pd. Quel suo pensare ad una sorta di riedizione dell’Ulivo non sembra essere proprio un must. Aveva forse un senso, ma bisognerebbe chiedere a Vasco, al tempo di Romano Prodi, ma oggi ė solo un’operazione nostalgia. Non sono questi i tempi in cui bisogna resistere. Annibale non è alle porte. Al contrario è tempo di mollare gli ormeggi ed affrontare il mare aperto delle grandi riforme. Possibile non rendersene conto? Eppure i fondi concessi dall’Europa mirano proprio a questo obiettivo. Segno evidente di un’esigenza che va anche oltre i confini nazionali. E che dall’Europa stessa è vista come prioritaria.

Chi è più vicino a questa prospettiva? Conte o Renzi? L’alternativa tra i due non è un nostro capriccio, ma il frutto della pregiudiziale posta dallo stesso Conte ed accettata, con entusiasmo, da Letta. Certo la ruggine è dura da rimuovere. Ma qui si misura la capacità vera di un leader che ha una missione da compiere. A giudicare dai primi passi sembra, invece, che Letta abbia imboccato una via diversa: normalizzare il partito, passando per l’emarginazione dei cripto-renziani. Asserragliati nella corrente di Base riformista. Con l’aggravante di aver utilizzato, in questo suo disegno, la clava della parità di genere per sostituire il capo gruppo del Senato, Andrea Marcucci. Una mezza vittoria soltanto, se, alla fine, sarà Simona Malpezzi, fedelissima di quest’ultima, a prenderne il posto.

Piccole manovre, furbe scorrerie, sospetti e mezze verità: forse anche inevitabili nella crisi che travaglia i due possibili futuri alleati. Anche se l’esperienza dovrebbe insegnare che due debolezze, che si uniscono, non fanno necessariamente una forza. Lo sconcerto è altrove. Finora i temi evocati dai due schieramenti hanno poco a che vedere con i reali problemi del Paese. Al di là delle chiacchiere e delle fumisterie, (ius soli e voto ai sedicenni, da un lato, ambientalismo integrale dall’altro) il problema di fondo dell’Italia è uno solo: quello di una politica economica che inverta il trend negativo dell’inedia.

L’Italia non cresceva prima e crescerà ancor meno dopo la pandemia. A questo bisognerà provvedere, in via prioritaria. Tutto il resto verrà dopo. Se ci sarà il tempo, soprattutto la possibilità. Letta e Conte sono invece portati ad invertire l’ordine dei fattori, forse pensando che il risultato non cambierà. Ma questa regola vale in aritmetica. In economia, ma soprattutto nel sociale, e quindi in politica, le cose sono diverse. Come l’esperienza più recente avrebbe dovuto insegnare. E la presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi almeno far supporre.

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