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Perché l’Italia non ha una vera politica estera? Il commento di Polillo

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farnesina

Nella storia più recente il sentimento nazionale è stato vissuto come una colpa da espiare. Il commento di Gianfranco Polillo

L’impietosa analisi di Ernesto Galli della Loggia, nel suo ultimo editoriale del Corriere della sera (“Gli interessi nazionali dimenticati“), la dice lunga sul senso di frustrazione che colpisce chi si occupa di politica estera, nel nostro Paese. Finita la “guerra fredda” che comunque all’Italia assegnava un ruolo di frontiera, è stato difficile immaginare “alcun ruolo, alcuna priorità, alcuna linea d’azione”. Un completo appannamento ha colpito la Farnesina, mentre ministri, sempre meno probabili, non hanno saputo sostenere la nostra diplomazia, né guidarla, imponendo se necessario gli opportuni cambiamenti. Non è un caso se, a distanza di anni, il credito di Gianni De Michelis, come responsabile degli Esteri, è rimasto, ancora oggi, pressoché immutato. Ed il suo ricordo presente in quasi tutte le cancellerie.

Dell’intervento di Galli della Loggia è bene partire dal finale: “costruito” dopo aver ricordato che Germania e Francia hanno sempre privilegiato il proprio tornaconto, prima di immolarsi in difesa di una ragione comune. Europea od atlantica che fosse. “La verità – conclude – è che esiste una cosa che si chiama interesse nazionale, e finché non ci sono patti liberamente sottoscritti che esplicitamente impegnino a certi comportamenti, è inevitabile – in certo senso anche giusto – che ogni Paese si senta libero d’interpretare il suddetto interesse nel modo in cui meglio crede. Come di fatto in realtà accade: perché mai allora l’Italia solamente dovrebbe fare eccezione?”

Appunto: perché vi dovrebbe essere un’eccezione? O meglio perché finora, in larga misura, c’é stata? Al punto da condannare, senza possibilità di difesa, chi parla di sovranità nazionale da difendere, né più né meno al pari degli altri. Senza per questo essere additati come esseri spregevoli: sovranisti! Il fatto é che solo nella storia più recente il sentimento nazionale è stato vissuto come una colpa da espiare. Quando non era stato così in tutto il periodo antecedente la seconda guerra mondiale, in cui era stata soprattutto la sinistra di ispirazione mazziniana e garibaldina a coltivare quel mito. Per poi consegnarlo nelle mani del Duce.

Le principali componenti culturali dell’Italia repubblicana – quella social-comunista e quella cattolica – avevano un ben altro riferimento. L’internazionalismo proletario i primi, l’ecumenismo vaticano i secondi. Il prevalere di un simile atteggiamento, che non escludeva possibili punti di conflitto, portava, inevitabilmente a sacrificare l’interesse nazionale in nome di quelle più ampie visioni planetarie. Nello stesso tempo, la Resistenza veniva ricordata solo nei suoi aspetti di lotta di liberazione. Una sorta di “pura” continuazione del Risorgimento. Depurandola, cioè, dagli episodi di guerra civile, che ne avevano caratterizzato lo svolgimento. Così l’interesse nazionale finiva per coincidere con quello di quelle stesse forze che alimentavano il mito.

Naturalmente non fu sempre possibile dimostrare che la difesa del cosiddetto “campo socialista” era compatibile con uno sviluppo autenticamente nazionale. I fatti di Ungheria, prima, e della Cecoslovacchia poi, ruppero l’incantesimo. Ma seppur con mille contraddizioni ed altrettanti minuetti quell’antico rapporto, seppure sempre più sfilacciato, tenne, grazie anche al supporto di un antiamericanismo militante. Fu la crisi dell’89, con il crollo del muro di Berlino, a dare il colpo definitivo, a quella impostazione, ma non al gruppo dirigente del partito che l’aveva sostenuta e valorizzata. I quali cambiarono solo la spalla su cui avevano poggiato per anni il fucile. Un transfert vero e proprio. Mosca fu semplicemente sostituita da Bruxelles, sebbene, negli anni più feroci della “guerra fredda”, la Comunità europea (come allora si chiamava), era considerata da quello stesso gruppo dirigente uno strumento in mano all’imperialismo americano.

Queste quindi le ragioni più lontane di tutte le incertezze che si manifestano nella politica estera. E che riflettono una mancata elaborazione politica circa il valore intrinseco che ha la difesa degli interessi nazionali. Senza voler scomodare Cavour, non si dimentichi quanto complessa fu la vicenda risorgimentale. E come potente fosse allora l’intreccio tra i diversi piani di quell’agire politico. Memoria storica che si è progressivamente smarrita, sostituita dall’anatema o dallo sberleffo nei confronti di chi oggi richiama i temi del patriottismo. Destinati a far riemergere tutti i limiti di una cattiva coscienza, come é stata, per lungo tempo, quel misto di “faziosità ideologiche e fanciulleschi utopismi a sfondo buonista”, di cui parla Galli della Loggia, nel suo editoriale.

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