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Che cosa ha detto (e non ha detto) Luigi Di Maio. Il commento di Polillo

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Di Maio

Era lecito aspettarsi che, nel suo discorso di commiato da capo politico di M5S, Di Maio spiegasse le ragioni “politiche” del suo gesto. Ma questa parte è completamente mancata. Il commento di Gianfranco Polillo

Le dimissioni di Luigi Di Maio, da capo politico del Movimento 5 Stelle, forse chiudono un ciclo. Ma la fase che si apre appare piena di incognite e di interrogativi. Dalle dichiarazioni rese al Tempio di Adriano, non sono risultate chiare le motivazioni di un gesto così clamoroso. Che nel movimento, da tempo, vi fosse maretta, era chiaro. Ma che i contrasti arrivassero fino al punto da richiedere la decapitazione del leader, francamente, era difficile immaginarlo. Tanto più che i retroscena dei giorni precedenti, in cui lo stesso Di Maio aveva lasciato trapelare le sue possibili decisioni apparivano, il più delle volte, come improbabili forzature.

Era quindi lecito aspettarsi che, nel suo discorso di commiato, Di Maio spiegasse le ragioni “politiche” del suo gesto. Che sono ben diverse da un umano “sentimento”, per quanto comprensibile. Ed invece questa parte è completamente mancata. “Deve finire – ha gridato – l’epoca in cui alcuni stanno nelle retrovie e vengono avanti solo per pugnalare alle spalle”. Quasi che quello da lui diretto non fosse, appunto, un movimento politico, ma un covo di serpi, pieno di veleni. In tutti i partiti, episodi come quelli biasimati sono il pane quotidiano. Era Rino Formica a ripetere, ai militanti più giovani, che la politica altro non era che “sangue e merda”.

Ebbene nella lunga storia italiana non c’è stato momento in cui i contrasti interni alle singole formazioni politiche non avessero assunto la forma del tradimento. Crispi contro Giolitti. Grandi vs Mussolini. Craxi che sostituisce De Martino. Con una differenza, tuttavia, quei conflitti non erano solo personali. Puro potere. Ma riflettevano visioni diverse e quindi possibili alternative sia da un punto di vista tattico che strategico. Quel che, invece, ancora non si vede nei 5 stelle.

Luigi Di Maio ha cercato, fin quando ha potuto, di nascondere quello che è l’elemento costitutivo di qualsiasi formazione politica. Aveva fatto sua la formula di una celebre ballata di Giorgio Gaber: “Ma cos’è la destra cos’è la sinistra”. Invocando un approdo post-ideologico, che può anche esistere in natura, ma alla sola condizione di avere poi la forza e la capacità di tratteggiare una sorta di rottura epistemologica rispetto alla tradizione. E quindi costruire su questa nuova base una diversa dinamica politica. Come avvenne, ad esempio, in Europa all’indomani della nascita dei partiti socialisti.

Tutto questo non è avvenuto. I 5 stelle si sono limitati a cavalcare il disincanto degli elettori nei confronti delle vecchie classi dirigenti. Comminando nei confronti di queste ultime pene tanto ingiuste quanto esemplari: dal taglio dei vitalizi, che non hanno tuttavia eliminato le sperequazioni più gravi, a quello relativo alle cosiddette “pensioni d’oro”. Un obbrobrio giuridico sul quale pende il giudizio della Corte costituzionale. Hanno solo cercato di aggirare gli scogli più insidiosi, dichiarandosi “portavoce” dei cittadini. Come se quest’escamotage bastasse a sopperire al vuoto di idee, circa i destini effettivi del Paese.

In queste condizioni la dialettica interna, vitale in ogni formazione politica, non ha avuto modo di manifestarsi con la necessaria trasparenza. Ha preso quelle strade traverse che ora Luigi Di Maio denuncia come semplici “pugnalate alle spalle”, non riuscendo nemmeno ad immaginare a quale possibili opzioni generali ricondurre il relativo dissenso. Questo è l’aspetto più quietante. Finita la panna montata del post ideologico, i 5 stelle devono scegliere da che parte stare. E non sarà una scelta né unanime né disinteressata. Giunti, quasi per caso, nell’anticamera del potere, dovranno mescolare sacro e profano. La forza delle proprie convinzioni personali con il calcolo dell’opportunismo. In un momento in cui l’orizzonte del Paese, a pochi giorni da due importanti tornate elettorali, si è fatto ancora più incerto.

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