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Perché l’Iran ha preso di mira i Paesi del Golfo

Qatar, Emirati, Bahrein, Kuwait, e anche Arabia Saudita e Oman sono stati colpiti dalla reazione iraniana all'attacco subito da Stati Uniti e Israele. L'analisi di Riccardo Pennisi tratta dal suo profilo Facebook

Il lusso vulnerabile. Una mappa (questa l’ho solo colorata) sul perché l’Iran ha preso di mira i Paesi del Golfo

Qatar, Emirati, Bahrein, Kuwait, e anche Arabia Saudita e Oman sono stati colpiti dalla reazione iraniana all’attacco subito da Stati Uniti e Israele.

Per Teheran sono bersagli funzionali, per una serie di motivi.

1. Sono vicini. La geografia non mente. Solo un piccolo braccio di mare – il martoriato ma non certo povero Golfo Persico – li separa dal territorio dell’Iran.

2. Sono quasi senza difesa. Non hanno strumenti sufficienti per neutralizzare gran parte degli attacchi iraniani, come invece Israele.
[[ andarci in vacanza, mentre gli USA raccolgono proprio lì davanti la più grande forza d’attacco degli ultimi vent’anni, sembra una leggerezza incredibile. Sarà che ci stiamo davvero abituando a considerare la guerra un videogioco, o l’episodio di una serie? Sarà che ormai dall’Occidente siamo riusciti a “delocalizzare”, insieme a tutto il resto, anche morti e feriti dei conflitti che provochiamo – ormai “appaltati” in larghissima maggioranza ai Paesi che teniamo sotto schiaffo – e quindi davvero non ci rendiamo conto? La scelta di Teheran è una sveglia anche su questo ]]

3. Offrono un numero di obiettivi largo, ghiotto e concentrato. La mappa è eloquente: il Golfo Persico, un tempo famoso per le sue perle, mette a disposizione una vera collana di gioie – ma facilissima da strappare. Enormi raffinerie e impianti di liquefazione del gas, terminal commerciali, aeroporti giganteschi (Dubai è il secondo più trafficato al mondo, ma nemmeno i 50 milioni che passano ogni anno da Doha sono pochi…) porti, centri direzionali… C’è l’imbarazzo della scelta. Persino un paio di centrali nucleari. E poi tante capitali, col loro corredo di sedi diplomatiche. Quante perle.

4. Sono ricchi, e dunque hanno molto da perdere. Nodi globali di finanza, turismo, logistica, energia, non possono sopravvivere a un blocco prolungato dei flussi di persone, merci e capitali. Si parla giustamente dello stretto di Hormuz, dove passa un quarto del petrolio mondiale, ma i flussi che attraversano il Golfo sono multiformi, e spesso invisibili.

5. Sono pieni di basi americane. Che sono un’ottima scusa per colpire anche qualcos’altro. L’Iran, infatti, non ammette i suoi bombardamenti su obiettivi infrastrutturali e civili. Afferma di aver puntato soltanto su quelli militari.

6. Permettono a Teheran di allargare la dimensione del conflitto: se le conseguenze e i costi di questo si aggravano. il Qatar ha appena interrotto produzione e vendita di gas perché il suo impianto principale (il più grande del mondo) è stato colpito dai droni, l’Arabia Saudita ha fatto altrettanto per lo stesso motivo con raffineria di Ras Tanura, gli Emirati hanno chiuso l’aeroporto di Dubai… – aumenta la pressione perché smetta. Non è che l’Iran abbia poi tante altre frecce diplomatiche, al suo arco, dato che è stato attaccato mentre sedeva al tavolo negoziale.
Per fortuna di Teheran, in Europa, col governo italiano in prima fila, stiamo boicottando la transazione energetica alle fonti rinnovabili e dunque siamo molto esposti ai prezzi degli idrocarburi.
Ma attenzione: circa il 30% del petrolio del Golfo va verso la Cina. Che sia tra gli obiettivi nascosti dell’attacco, aumentare la bolletta energetica di Pechino?

7. C’è anche un messaggio politico. “Fate finta di essere neutrali”, è l’accusa dell’Iran, “ma di fatto appoggiate la geopolitica di Trump e Netanyahu”. Come il Qatar, che ospita il centro di comando USA della regione. O gli Emirati e il Bahrein, che con Israele hanno firmato gli Accordi di Abramo.

Si tratta di un bel rischio per Teheran – e se un giorno i missili prendessero la direzione inversa?

Ma intanto, i Paesi colpiti rischiano danni rilevanti. Non solo nell’immediato: una fuga dei preziosissimi e danarosi residenti stranieri che affollano le metropoli della regione sarebbe letale. Accadrebbe, se la guerra smettesse per loro di somigliare a un videogioco, per trasformarsi nella realtà quotidiana, com’è già dall’altra parte del Golfo.

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