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Perché la pandemia frantumerà l’Unione europea. Parla il prof. Pelanda

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La pandemia accelera la disgregazione europea. L’Europa diventerà terreno di scontro tra Usa e Cina più di prima. L’analisi di Carlo Pelanda, saggista e docente di geopolitica economica

 

Quante volte, durante l’emergenza da Covid-19, si è letto o sentito ripetere che “nulla sarà più come prima”?

Per quanto dotato di evidenza apparente, l’adagio che andò per la maggiore anche quando diciannove anni fa quattro aerei di linea dirottati dai terroristi islamici misero in atto un mega-attentato nel cuore degli Usa è per Carlo Pelanda uno slogan vuoto e per giunta fuorviante.

Per lo studioso che da quattro decenni coltiva le complicatissime equazioni della teoria dei sistemi, la verità è un’altra, ossia che il Covid-19 rappresenta un evento sì eccezionale, ma non tale dal devastare le nostre società e avviarle inesorabilmente a cambiamenti radicali e densi di incognite.

Una lunga tradizione di ricerche sui disastri ha dimostrato semmai che – fatte salve calamità quali guerre nucleari e biologiche – un sistema colpito da un fattore imprevisto come il Covid-19 ritorna presto al suo equilibrio precedente, anche se con l’unica differenza di sperimentare accelerazioni di tendenze preesistenti.

Nessuna rivoluzione all’orizzonte, dunque, ma consolidamento di processi già in essere di cui la disgregazione dell’Europa appare la più probabile insieme al proseguimento dello scontro frontale tra Usa e Cina di cui il Vecchio Continente rappresenta uno dei terreni oltre che la posta in gioco di questo emergente equilibrio bipolare.

Prof. Pelanda, dal punto di vista della teoria dei sistemi e delle ricerche sui disastri che li mettono sotto stress, come possiamo classificare l’evento Covid-19?

Partendo dai suoi elementi di base. Anzitutto, non è localizzato. È a bassa letalità, pur presentando alti tassi di contagiosità. Diversamente da ciò che si dice, non è una guerra. E non sembra poter durare a lungo: un anno e mezzo, massimo due, durante i quali peraltro interverrà la capacità di apprendimento dell’uomo.

A cosa lo possiamo paragonare?

La comparazione più vicina non è con eventi come i terremoti, ma con la contaminazione radioattiva. Che nella scala che usiamo non si pone al livello massimo, dove troviamo invece la guerra nucleare, seguita da quella biologica. Si tratta di pericoli che non possono nemmeno lontanamente essere paragonati al Coronavirus. Questo è un tipo di disastro che ha sicuramente effetti pesanti da un punto di vista economico, ma non è tale da rompere la struttura di un sistema sociale.

Prevale infatti quello che la teoria e lei stesso definite “principio di continuità”.

Esattamente. Questo principio fu sviluppato per i disastri territoriali, ma le ricerche successive ne hanno confermato la validità anche in eventi più catastrofici quali terremoti o tifoni. In tutti questi casi si vide come il sistema, dopo alcuni trend specifici di ricostruzione, riprendeva le stesse tendenze di prima, anche se con accelerazioni di tendenze preesistenti.

Spieghi meglio quest’ultimo punto per favore.

Il fenomeno dell’accelerazione nei disastri è abbastanza simile a quello che si vede durante le guerre. Le guerre non inventano le cose, ma accelerano quelle che c’erano già. La seconda guerra mondiale ad esempio l’abbiamo cominciata con il biplano e terminata con il jet. Le guerre sono acceleratori molto forti perché i governi hanno assoluto bisogno di garantirsi la superiorità. Però anche i disastri possono rivelarsi dei potenti acceleratori. Quel che più importa, dal punto di vista dello scenarista, è capire se si stia creando qualcosa di nuovo, e sia dunque necessario aggiungere una cella alla grande matrice, oppure se c’è solo un’accelerazione di qualcosa che era già presente.

Uno di questi fenomeni che accelereranno è la sorveglianza di massa, magari alla cinese?

Senz’altro. L’uso maggiore di tutto il potenziale elettronico era una tendenza già in atto che ora proseguirà a ritmo intensificato, anche se speriamo naturalmente non con le stesse caratteristiche cinesi. Bisogna dire, d’altra parte, che la tecnologia che stiamo usando in questo momento è tutta americana, pensi a Zoom o a Cisco. L’industria tecnologica Usa prevale anche stavolta non solo per la sua maggiore efficienza, ma perché un numero sempre maggiore di consumatori vi sta facendo ricorso nella convinzione che sia la migliore.

E dal punto di vista politico? Come cambieranno la nostra percezione e i nostri rapporti con l’Europa? Vede accelerazioni in tal senso?

La pandemia accelera la disgregazione europea. Mi spiego meglio: non ci sarà una rottura, bensì un aggiustamento delle relazioni europee in termini sostanzialmente più realistici. L’Europa tornerà ad essere quella che è sempre stata: meno di una unione di nazioni, ma più di un accordo pragmatico. Quello che davvero succederà all’Europa, in termini di accelerazioni di tendenze politiche preesistenti, è che diventerà terreno di scontro tra Usa e Cina come se non più di prima, costringendola a scelte improcrastinabili.

Questo è un punto che interessa molto: può approfondirlo?

L’Eurasia occidentale è una zona a governance debole. Per questo una tendenza che conoscerà una forte accelerazione è la riconvergenza tra Eurasia Occidentale e America nella cornice, ripeto, di una fortissima competizione con la Cina.  Se toccherà a Trump, lo farà in un modo; se toccherà a Joe Biden, lo farà in un altro modo. Ma la direzione è questa. Il nostro orizzonte è il ritorno al bipolarismo, con due imperi che un po’ si combatteranno e un po’ coopereranno. In questo scenario, una buona soluzione per l’Europa e l’Italia è che l’euro diventi una moneta ancillare al dollaro. Ma le dirò di più: è indubbia la convenienza di diversi Stati europei ad aggregarsi all’America per formare un sistema globale. È la famosa alleanza tra democrazie, che – se devo dirla tutta – fa apparire l’europeismo come un fenomeno puramente provinciale.

E la Russia? Che parte giocherà in questo schema?

Giacché Mosca vuole mantenere il suo status imperiale, ma ha fortissimo timore della Cina, si collocherà nell’impero americano con il quale svilupperà una qualche forma di collaborazione. Non può fare altro.

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