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Perché la Libia è il simbolo del fallimento dell’Onu

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Onu Libia Italia

Gli ultimi sommovimenti militari tra Serraj e Haftar in Libia nell’approfondimento di Giuseppe Gagliano

Partiamo dei fatti di cronaca recente relativi alla questione libica. Al di là dei suggestivi dibattiti presso le sedi internazionali dell’Onu e dell’Ue, il governo di accordo nazionale — sostenuto dalle milizie siriane e da ufficiali turchi — ha attuato negli ultimi giorni spregiudicate ed efficaci offensive militari che gli avrebbero consentito non solo di colpire il quartier generale a Sabratha sotto controllo della coalizione dell’Lna, ma sarebbe stato in grado di riconquistare diversi centri abitati siti sulla parte costiera della Tripolitania occidentale inducendo le forze militari del generale Haftar a ritirarsi dalla base aerea di al-Assaha.

Ora, a parte il rilevante successo militare conseguito dalle forze del governo di accordo nazionale grazie al supporto addestrativo e logistico da parte degli ufficiali turchi, è difficile negare che questo significativo risultato militare — determinato anche dal fatto che le Forze armate turche sono nelle condizioni di disporre dei mercenari turcomanni che si stanno dimostrando affidabili e che per esempio nella guerra siriana sono inquadrati sia nell’Esercito nazionale siriano che nella brigata Sultan Murad e sono usati sia in Situa che in Libia — contribuirà in modo rilevante sia ad aggravare l’immigrazione clandestina verso l’Italia sia a rafforzare la leadership di Erdogan e a consolidare la sua proiezione di potenza nel teatro siriano come in quello libico. Ma soprattutto servirà a dimostrare — ancora una volta — l’irrilevanza dell’Onu.

Il segretario delle Nazioni Unite non è altro che l’amministratore delegato di una società i cui azionisti sono gli Stati ognuno dei quali aderisce all’Onu senza rinunciare alla propria sovranità e soprattutto alle proprie prerogative politiche ed economiche. Proprio per questa ragione sia i poteri che le funzioni dell’Onu non sono diretti o sovrani ma sono delegati e quindi l’Onu fa ciò che i soci gli consentono di fare. Le recenti crisi internazionali — a cominciare da quella siriana e libica — hanno dimostrato che, nonostante si viva in un contesto di sovranazionalità e di integrazione, le classi dirigenti delle nazioni non sono disponibili né a cedere né a trasferire parte della loro sovranità ad un soggetto altro che abbia una dimensione sovranazionale.

Nel corso della sua storia, infatti, l’Onu sovente ha legittimato la logica di potere dei membri del consiglio di sicurezza, in particolare quella degli Stati Uniti, ma soprattutto ha dimostrato di essere impotente di fronte ai genocidi come quello della Cambogia e del Ruanda, a guerre come quella del Vietnam, dell’Afghanistan, della Cecenia e dell’Iraq.

Inoltre il consiglio di sicurezza dell’Onu ha dato sovente la sua autorizzazione a conflitti armati anche in esplicita contraddizione proprio con la carta dell’Onu come ad esempio nel caso del Golfo, del Kosovo e della ventennale guerra in Afghanistan. Insomma l’Onu ha certamente contribuito ad una progressiva normalizzazione dell’uso della guerra quale strumento di soluzione dei problemi dei conflitti internazionali.

Un altro rilevante problema, sottolineato da numerosi studiosi internazionali, riguarda il fatto che ogni qualvolta in consiglio di sicurezza viene portata una risoluzione problematica, cioè una risoluzione che può in qualche modo ledere gli interessi di potere di uno dei membri del Consiglio di sicurezza o di un suo alleato, l’azione politica dell’Onu viene paralizzata costantemente dal meccanismo del veto.

Alla luce di queste osservazioni diventa difficile non condividere la tesi secondo la quale lo scopo reale dell’Onu non è altro che quello di mantenere lo status quo sotto l’apparenza di un regime giuridico internazionale assolutamente fittizio. Stiamo in altri termini affermando che l’Onu serva soltanto a confermare e a legittimare le operazioni decise dalle grandi potenze e quindi l’unica reale libertà che esercita è quella di convalidare le decisioni prese altrove ma non ha certamente il potere di prendere decisioni autonome.

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