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Perché in Afghanistan la guerra non è finita

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Afghanistan

L’articolo di Giuseppe Gagliano

 

Secondo quanto riferito da Tolo news, 8 membri delle forze di sicurezza afghane sono stati uccisi in un attacco dei talebani contro il distretto di Julga, nella provincia di Baghlan. Alla luce di queste ultime novità le fonti locali sottolineano che se non verranno inviati rinforzi, il distretto rischia di cadere nelle mani dei talebani.

Basti pensare che numerosi scontri e attacchi tra soldati e talebani si sono verificati in almeno 10 province nelle ultime 24 ore. Infatti venerdì un avamposto militare nel distretto di Jawand, nella provincia nordoccidentale di Badghis, è stato conquistato dai talebani e sette soldati sono stati uccisi nell’attacco.

Quali conclusioni possiamo trarre dei continui attacchi che vengono attuati in Afghanistan?

Il conflitto tra i talebani e l’attuale stato islamico continuerà a prosperare solo e soltanto se rimarrà l’attuale situazione di instabilità, di corruzione intrinseca e soprattutto la mancanza di legittimità politica dell’autorità di Kabul ma soprattutto per l’ovvio quanto naturale odio verso gli occidentali.

Come abbiamo più volte osservato nei nostri articoli sull’Afghanistan i talebani mese dopo mese stanno ormai ampliando il loro controllo del territorio. Basti pensare il ruolo determinante che hanno nel controllo dei villaggi che sono il vero e proprio tessuto sociale dell’Afghanistan.

In secondo luogo non dobbiamo mai dimenticare il ruolo che il Pakistan ha avuto attraverso i suoi servizi segreti e del ruolo che hanno avuto nel finanziare il terrorismo.

In terzo luogo è difficile negare che dopo vent’anni di presenza americana e miliardi di dollari spesi per stabilizzare l’Afghanistan la situazione economica non sia certamente migliorata e soprattutto che le sue azioni politiche non sono diventate più legittime né autorevoli. Infatti il totale delle risorse destinate alla ricostruzione in Afghanistan hanno ormai superato il totale degli aiuti statunitensi che furono destinati al piano Marshall.

Il quarto fattore che vorremmo sottolineare è quello relativo al fatto che sia le forze armate che quella della polizia sono tutt’altro che in grado di porre in essere una efficace azione di controinsorgenza o comunque di contrasto nei confronti del terrorismo ampio e diffuso.

D’altronde non è certo un mistero che ad esempio la benzina venga rivenduto al mercato nero né è un mistero il fatto che molti reparti una volta ottenuta la licenza si diano alla macchia.

Fra le ragioni certamente numerose del fallimento dell’operazioni militari attuate in Afghanistan — ed è il quinto aspetto — vi sono certamente l’assenza di una strategia chiara, l’assenza di obiettivi evidenti, l’assenza di una politica autenticamente realistica, cioè la mancanza di uno scopo chiaro da raggiungere sul lungo periodo.

Un altro aspetto che non si può non rilevare è l’incapacità da parte della Nato di riconoscere la sconfitta. D’altronde già nel 2011 chi parlava della necessità di attuare una transizione per usare un’espressione eufemistico.

Insomma come durante la guerra del Vietnam anche durante la guerra l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere un gigante dai piedi di argilla che ha utilizzato una strumentazione tecnologica sofisticata per contrastare una guerra assimmetrica.

Non dimentichiamoci che gli Stati Uniti hanno vinto soltanto una guerra di tipo tradizionale, quella contro l’Iraq di Hussein. Per questo è difficile negare che da parte degli Stati Uniti non ci sia un uso efficace della forza poiché attuano guerre errate con obiettivi confusi o comunque controversi e d’altronde la sconfitta in Afghanistan è la dimostrazione di come le sconfitte relative alla guerra del Vietnam siamo stati presto dimenticate.

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