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La Nato si ritira dall’Afghanistan? La celebrazione di una mancata vittoria

Talebani

Portata, obiettivi ed effetti del ritiro Usa e Nato dall’Afghanistan. L’analisi di Claudio Bertolotti, già capo sezione contro-intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan, per Affari Internazionali

Donald Trump aveva accelerato il disimpegno statunitense dall’Afghanistan con il ritiro di 2500 militari a gennaio, con l’obiettivo di rispettare la data del 1° maggio per il previsto ritiro totale: una decisione in linea con una politica di disimpegno avviata dal presidente Barack Obama nel 2012 e in base all’accordo negoziale firmato a Doha con i talebani nel 2020.

Il presidente Joe Biden, confermando la linea strategica delle due precedenti amministrazioni, ha annunciato che completerà il ritiro delle residue forze statunitensi nei prossimi mesi, portando al disimpegno definitivo dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021, data evocativa che corrisponde al 20esimo anniversario degli attacchidell’11 settembre 2001: l’evento storico che ha trascinato gli Stati Uniti nella loro guerra più lunga.

Una data che sarà ricordata come tragicamente bella, ma poco felice, perché se è vero che verrà chiuso un ciclo ventennale di combattimenti, cambi di strategia, obiettivi, successi e fallimenti, è però innegabile che l’anniversario dell’11 settembre rappresenta di fatto la celebrazione di una mancata vittoria, con l’Afghanistan che verrà lasciato in eredità proprio a quei talebani che furono cacciati da Kabul venti anni fa.

La data formale del disimpegno statunitense è il riflesso, in negativo, di un evento ben diverso da quello che venne celebrato 20 anni fa, il 7 ottobre 2001, con l’avvio dell’operazione Enduring Freedom che di fatto abbatté il regime dei talebani. Troppo presto per lasciare il Paese in una condizione di sicurezza come ci è stata presentata per vent’anni. Ma è terribilmente tardi per pensare di coglierne qualche vantaggio.

Un disimpegno senza condizioni, questa volta, non più basato sui risultati ottenuti o sulle condizioni di sicurezza o di rispetto degli accordi, ma che guarda esclusivamente alla data dell’11 settembre 2021: è il prezzo che Biden ha deciso di pagare per porre fine a una guerra che nessuno vuole più combattere, anche a costo di assistere al collasso dello Stato afghano e alla conseguente, e probabile, presa di potere talebana.

COSA ACCADRÀ DAL 1° MAGGIO ALL’11 SETTEMBRE?

Ufficialmente ci sono 2.500 soldati americani in Afghanistan, a cui si aggiungono ulteriori mille operatori della difesa diversamente impiegati. Ci sono anche 7.000 forze straniere aggiuntive nella coalizione, la maggior parte delle quali sono le truppe della Nato.

Washington e gli alleati della Nato manterranno le poche migliaia di militari oltre la scadenza del 1° maggio, per poi ritirarle progressivamente entro il mese di settembre.

I talebani, per contro, hanno promesso di proseguire con gli attacchi a partire da quella data – cosa che di fatto non hanno mai cessato di fare – e che non prenderanno parte ad alcuna conferenza di pace e sul futuro dell’Afghanistan fino a quando tutte le “forze straniere” non avranno lasciato il Paese, con implicito riferimento alla conferenza per l’Afghanistan di Istanbul in calendario sabato 24 aprile.

Nonostante i tentativi diplomatici, e l’opzione del governo di unità nazionale che preveda la condivisione del potere con i talebani, è però venuto meno il contributo militare della Coalizione a guida statunitense e della Nato, con il risultato che oggi i talebani sono ormai prossimi alla vittoria militare e, come evidenziato da John Sopko, l’ispettore generale speciale indipendente per la ricostruzione dell’Afghanistan, il ritiro degli Stati Uniti senza un accordo effettivo sarebbe “un disastro” e porterebbe al collasso del governo. A ciò seguirebbe l’avvio di una nuova fase di guerra civile, alimentata dagli interessi legati alla gestione del narcotraffico.

IL PREZZO PAGATO DALL’INTELLIGENCE

Fonti statunitensi avrebbero confermato che ci sarà un riposizionamento delle capacità di contrasto al terrorismo,mantenendo significativi asset nella regione per contrastare il potenziale riemergere di una minaccia dall’Afghanistan. Nessuno fa affidamento sull’impegno dato dai talebani nel non ospitare al-Qa’ida o altri gruppi terroristici.

In questo torneranno utili tre elementi: il primo, le basi afghane lasciate in gestione agli Stati Uniti fino a tutto il 2024, in base agli accordi bilaterali del 2014; il secondo, le residue forze speciali e di intelligence che continueranno a rimanere nell’area, certamente molto esposte e con minimo margine di manovra; e, infine, il terzo, la pronta capacità di intervento mirato garantito dai droni e dalle forze militari che Washington saprà schierare o mantenere nella regione. Ma senza operatori intelligence sul terreno sarà tutto più difficile.

COSA FARÀ LA NATO

L’Alleanza, da prassi, si è sempre adeguata a tutte le scelte strategiche di Washington. Sarà così anche questa volta, come hanno concordato i Paesi Nato maggiormente coinvolti nella Coalizione e convocati ieri a Bruxelles. E la conferma viene dal principio continuamente ribadito dalla Nato in Afghanistan: siamo arrivati assieme e ce ne andremo assieme. E così sarà.

L’impatto sul piano operativo sarà sostanzialmente irrilevante in quanto dal 2014 a oggi tutte le attività operative dell’Alleanza si sono progressivamente ridotte seguendo il principio enunciato da Obama nel 2012: la transizione irreversibile. E questo le Forze armate afghane lo hanno capito ormai da tempo, a loro spese: non possono più contare sulle forze della Nato per il contenimento della vittoriosa offensiva talebana.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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