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Perché gli Usa si ritirano dal Medio Oriente

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La vicenda curda può far capire il rapporto degli Stati Uniti col Medio Oriente. L’analisi della professoressa Daniela Coli

La partenza degli Stati Uniti dal nordest della Siria, l’offensiva turca, i tweet di Trump a sostegno della partenza da Rojava, l’accordo ad Ankara tra Pence, Pompeo ed Erdogan su una tregua di cinque giorni per dare tempo alle milizie curde del YPG di ritirarsi ha fatto parlare molto del tradimento dei curdi da parte di Trump.

Proprio la vicenda curda può aiutarci a capire il rapporto degli Stati Uniti col Medio Oriente, dove intervennero militarmente nel 1990-1991 con una coalizione internazionale per liberare i pozzi petroliferi del Kuwait occupati dall’Iraq e poi nel 2001 con la guerra di Afghanistan e l’invasione dell’Iraq del 2003. Infine, con Obama, from behind con le Arab Spring e la guerra in Siria nel 201, guerre disastrose e senza fine.

L’intervento militare Usa in Medio Oriente inizia dopo la fine della Urss, alleata dei paesi arabi. Durante la guerra fredda gli Stati Uniti intervenivano from behind, secondo l’espressione usata poi da Obama. E i curdi, divisi tra Iraq, Siria, Iran e Turchia, sono stati un alleato importante per l’America. Dagli anni Sessanta Israele e l’Iran dello Shah iniziarono a sostenere i curdi in funzione anti-Iraq, come chiarisce lo storico Bryan R. Gibson su Foreign Policy per spiegare il tradimento di questi giorni.

Quando nel 1968 in Iraq andò al potere Saddam Hussein, alleato dell’Urss, Nixon e Kissinger decisero di sostenere i curdi. Ma Kissinger in un cablogramma del 1974 a Teheran chiarì che gli Usa non avrebbero mai appoggiato la creazione di un Kurdistan indipendente e sovrano, perché senza sbocchi al mare non avrebbe avuto possibilità di scambi economici internazionali senza l’aiuto di Turchia, Iraq, Siria e Iran. Quindi, il sogno di Rojava era considerato già irrealizzabile dagli Usa nel 1974 per ragioni geografiche.

I curdi sono stati un ottimo alleato per gli Usa contro l’Iraq di Saddam Hussein come contro la Siria di Assad. Trump ha sviluppato la politica di Obama, che aveva deciso interventi from behind per chiudere col Medio Oriente e dedicarsi ai problemi americani, fare un po’ nation building a casa. La decisione di Obama di non intervenire in Siria nel 2013, ai tempi della red line, e il successivo intervento russo in Siria a favore di Assad, fino allora difeso solo da Iran e Hezbollah, furono approvati da molti membri del Pentagono. Come rivelò Seymour Hersh in Military to Military del 2016 sulla London Review of Books molti al Pentagono ritenevano Obama prigioniero della guerra fredda, perché la Russia aveva aiutato gli Stati Uniti fin dalla guerra in Afghanistan, condividendo intelligence, permettendo il passaggio sul proprio territorio di rifornimenti alla macchina militare Usa e perfino assicurando una base aerea. Quindi, anche il rapporto di Trump con la Russia in Siria non è nato all’improvviso.

Prima di dare l’ok all’avanzata alla Turchia, membro della Nato, gli Usa avevano chiesto ai governi europei di inviare truppe per una forza di interposizione nel nordest siriano e di riprendere i propri militanti di Isis, perciò l’intervento turco, nonostante le condanne europee, non deve essere stato proprio una sorpresa. Per certi versi, Trump ha evitato a Usa e Nato una grossa grana (Uk e Francia hanno ritirato le truppe subito dopo quelle Usa) e i russi si sono trovati a fare da cuscinetto tra turchi e curdi, non certo il massimo delle aspettative per Putin, che non desidera impantanarsi in Siria e soprattutto spera di sbloccare il nodo Ucraina e relative sanzioni.

Il ritiro Usa è stato il risultato di un accordo multilaterale, principalmente tra Usa, Russia e Turchia. Trump ha vinto nel 2016 promettendo il ritiro dal Medio Oriente, è in campagna elettorale e può rivendicare di avere riportato le truppe a casa. Per gli Usa, autosufficienti per il petrolio, il Medio Oriente, dove hanno comunque tante basi, non è più al centro dell’interesse come nell’era Bush jr. Rimane importante per il prezzo del petrolio e per la vendita di armi, ma l’America oggi combatte con dazi e sanzioni Cina, Russia ed Europa.

È finito l’ordine post-45e post-89 e l’Europa deve iniziare a pensare i propri obiettivi in termini geopolitici, tenendo conto che per gli Stati Uniti l’Europa è ormai un competitor come gli altri. Occorre, quindi, realismo, e rendersi conto che con l’abbandono americano della Siria si apre anche un’occasione per l’Europa per ripensare i rapporti col Medio Oriente. A Londra dove accade sempre tutto prima, il British Museum ospita una mostra importante dedicata agli stereotipi del mondo arabo creati dagli orientalisti britannici, francesi e tedeschi dell’arte coloniale.

Una mostra nel nome di Edward Said, autore di Orientalism, un libro del 1978, che rivelava come il colonialismo europeo avesse creato gli stereotipi dell’arabo sensuale ed effeminato o irrazionale e violento, che hanno avuto molto successo nell’immaginazione occidentale.

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