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Turchia, ecco come Russia e Cina gongolano per le mosse Usa

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Cina e Russia stanno sostituendo l’alleato storico della Turchia – e cioè gli Stati Uniti e l’alleanza atlantica – sia su infrastrutture e investimenti sia sotto il profilo politico e militare. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

Sia la Cina che la Russia stanno progressivamente sostituendo l’alleato storico della Turchia – e cioè gli Stati Uniti e l’alleanza atlantica – sia sul piano degli investimenti economici e infrastrutturali sia sotto il profilo politico e militare.

Per quanto concerne la Cina il 9 agosto Bloomberg News ha riferito che la banca centrale cinese aveva trasferito fondi per 1 miliardo di dollari in Turchia a giugno, e ciò certamente costituisce il più consistente finanziamento cinese per il presidente Recep Tayyip Erdogan.

La Cina, dunque, sta contribuendo a sostenere la Turchia con 3,6 miliardi di dollari in finanziamenti per progetti infrastrutturali, sfruttando il conflitto di Ankara con Washington per espandere la sua Belt and Road Initiative nel paese chiave che collega l’Asia con l’Europa. Infatti la Cina ritiene che la sua iniziativa Belt and Road le consentirà di assimilare i popoli turchi dell’Asia centrale nella sua sfera di influenza economica.

Per quanto riguarda la Russia, Putin ed Erdogan si incontreranno il 22 ottobre nella località russa di Sochi, nel Mar Nero, dove è probabile che porranno in essere un progetto di spartizione per la Siria settentrionale. Infatti allo stato attuale, escludendo il Pakistan, il Qatar e l’Azerbaigian l’unico alleato — a parte la Cina — al quale può fare affidamento Erdogan è certamente la Russia. D’altra parte, proprio all’inizio di questa settimana, il presidente turco ha ancora una volta confermato la sua intenzione di rafforzare la cooperazione militare con la Russia.

In altri termini, a livello strettamente geopolitico, la Turchia sta cercando di conseguire un’autonomia di carattere sia militare che politico per la futura spartizione del Medio oriente (Siria e Iraq), cercando di ridimensionare il ruolo americano nell’area. Allo scopo di poter conseguire questo obiettivo, Ankara ha posto in essere scelte geopolitiche di riavvicinamento verso la Russia di particolare rilevanza perché determinano un allontanamento graduale ma significativo dalla tradizionale alleanza con la Nato e gli Usa (non dobbiamo dimenticare che la Turchia è stata per la Nato uno strumento fondamentale non solo e non tanto per il ruolo di contenimento rispetto all’Urss e ai suoi alleati, ma soprattutto per la sua capacità di proiezione di potenza in Medio Oriente).

In primo luogo proprio la Russia ha attuato, per esempio ad Afrin nel marzo del 2018, una politica di tacito consenso all’offensiva turca permettendo all’aviazione di Ankara di compiere i bombardamenti in uno spazio aereo che di fatto era – ed è – sotto il suo controllo, rendendo in questo modo sempre più difficile conseguire da parte curda l’autogoverno nel nordovest della Siria.

In secondo luogo, l’avvicinamento con la Russia è la conseguenza della necessità di raggiungere l’autonomia energetica. Stiamo naturalmente alludendo al gasdotto sottomarino Turkish Stream con il quale la Turchia intende diventare lo snodo fondamentale tra la Russia, il Medio Oriente, il Levante e l’Europa, il cui completamento è stato annunciato nel novembre del 2018 a Istanbul. Grazie al gasdotto sarà possibile trasportare circa 15,75 miliardi di metri cubi di gas all’anno, che basteranno a rifornire innanzitutto la Turchia e in un secondo momento i paesi dell’Europa meridionale e sudorientale.

In terzo luogo l’avvicinamento, questa volta da parte della Russia nei confronti di Ankara, è certamente il controllo turco del Bosforo e dei Dardanelli che per Mosca sono uno strumento rilevante per la sua espansione sia nel Mediterraneo che nell’Oceano Indiano e dai quali transita il 38% del petrolio russo.

Dobbiamo anche considerare che l’attuale riposizionamento turco, costituisce anche la conseguenza dalle scelte fatte dalla amministrazione Trump e, in particolare, del documento strategico americano National Security Strategy del 2017 (NSS 17) che pur ponendo la propria attenzione sulla politica di proiezione di potenza della Cina e della Russia attribuisce di fatto una rilevanza minore al quadrante medio orientale consentendo proprio alla Russia di rafforzare la sua leadership non solo in Siria ma nello scacchiere medio orientale.

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