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Perché è buona la mossa del governo con la Grecia sulle Zee. L’analisi di Dottori

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I governi di Roma ed Atene hanno tracciato i confini delle rispettive Zone Economiche Esclusive (Zee), stabilendo i limiti geografici cui Italia e Grecia dovranno attenersi nello sfruttamento delle risorse presenti. Decisione giusta del governo. Ecco perché. L’analisi di Germano Dottori, consigliere scientifico di Limes e docente di Studi strategici alla Luiss

 

La visita ad Atene del nostro Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è stata monitorata dai media italiani soprattutto in relazione alla nota vicenda della chiusura delle frontiere greche ai nostri turisti: cinque milioni di persone attendevano la conferma di poter trascorrere anche quest’anno le loro vacanze in qualche bella isola dell’Egeo o del Mar Ionio.

Non era tuttavia questo il dossier più importante sul tavolo. Italia e Grecia dovevano infatti regolare i propri interessi nei tratti di mare contigui in cui entrambe ne vantano. E ne è scaturito un passaggio di rilevanza storica, dal momento che i governi di Roma ed Atene hanno provveduto a tracciare i confini delle rispettive Zone Economiche Esclusive, o ZEE, stabilendo quindi i limiti geografici cui Italia e Grecia dovranno attenersi nello sfruttamento delle risorse presenti.

L’importanza della mossa italiana risiede nella circostanza che ad Atene il Ministro Di Maio ha di fatto avviato un processo che dovrebbe sfociare nella progressiva definizione della ZEE da parte del nostro paese.

In pratica, l’Italia ha iniziato a piantare dei paletti in mare, formalizzando un’estensione della propria sovranità marittima alla quale si era finora rinunciato per non incoraggiare altri Stati rivieraschi a fare altrettanto, nella presunzione che potessero alla fine risultarne pregiudicati gli interessi di qualche pescatore del nostro paese.

Di questa svolta si era già discusso informalmente durante i negoziati che nella primavera del 2018 precedettero la formazione del governo giallo-verde, ma alla questione non venne poi più dato alcun seguito.

La linea italiana in materia di ZEE è peraltro cambiata non in virtù di qualche cedimento ideologico al sovranismo, ma su basi decisamente più pragmatiche, in reazione alla scelta di altri paesi di delimitare la propria con modalità che avevano suscitato apprensione.

Prima che il Covid-19 compromettesse l’economicità del progetto EastMed, ad esempio, l’accordo tra la Turchia ed il Governo libico di Accordo Nazionale aveva generato preoccupazioni anche a Roma.

Analogamente, i sardi avevano assistito con una certa costernazione alla mossa con la quale l’Algeria aveva unilateralmente proclamato a sua volta la propria ZEE, ponendone i confini a ridosso delle loro coste.

In pratica, erano venuti meno i presupposti che avevano suggerito all’Italia di non dichiarare la propria ZEE per non indurre altri Stati a fare altrettanto.

La decisione di Di Maio va quindi accolta con favore. Rimanere ancora inerti avrebbe infatti potuto comportare la compromissione di importanti interessi nazionali attuali e futuri, specialmente sotto il profilo della coltivazione delle risorse energetiche di cui è ricco il sottosuolo del bacino mediterraneo.

La proclamazione della ZEE da parte italiana non implicherà alcuna limitazione al diritto di navigazione delle navi battenti bandiera straniera, né al diritto di posa dei cavi sottomarini. Non avrà particolari ripercussioni neppure sotto il profilo delle obbligazioni collegate alla salvaguardia della vita umana in mare, riconducili a norme generali di valenza universale, cui si sono aggiunte quelle derivanti dalla sottoscrizione di alcuni accordi specifici sulle cosiddette aree di “Search and Rescue”.

Ai sensi dell’articolo 80 della Costituzione, l’accordo italo-greco di ieri dovrebbe essere esaminato dal Parlamento, dove peraltro è stato già avviato l’iter di una proposta di legge presentata lo scorso anno dalla deputata pentastellata Iolanda Di Stasio che tende proprio ad autorizzare il governo a dichiarare la ZEE italiana secondo i criteri stabiliti dalla Convenzione di Montego Bay.

La progressiva territorializzazione del mare è certamente una conseguenza del disfacimento del vecchio ordine internazionale ereditato dalla Guerra Fredda, che ha comportato una forte crescita della competizione geopolitica anche tra le medie potenze. L’Italia non poteva continuare a sottrarvisi senza pagare un prezzo.

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