Skip to content

Massimo Panizzi

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Perché difendere un Paese significa difendere la libertà

"Difesa è libertà. Il coraggio di proteggere la nostra indipendenza" (Historica/Giubilei Regnani) del generale Massimo Panizzi letto da  Massimo Balducci

 

Il generale Massimo Panizzi è una figura di primo piano nel mondo della difesa con significativi e prestigiosi incarichi per conto della NATO in varie parti del mondo e, da ultimo, a Bruxelles come responsabile della comunicazione. Il generale Panizzi ha appena pubblicato un agile volumetto dedicato al tema della cultura della difesa dal titolo Difesa è libertà, (edito da Historica/Giubilei Regnani 2026). Il generale Panizzi fa il punto della situazione con estrema pacatezza evitando ogni spunto polemico.

Qui di seguito riportiamo alcuni estratti del volume che ci sembrano particolarmente significativi.

In Italia, la parola “difesa” continua troppo spesso a evocare immagini riduttive: apparati, retorica, gerghi specialistici, talvolta perfino un sospetto istintivo. La Difesa è molto più ampia e più umana. Riguarda la sicurezza dei confini, certo, ma riguarda anche la tenuta delle istituzioni, la qualità dell’informazione, la possibilità di distinguere il vero dal falso, la capacità di educare, la memoria di una nazione,il senso della giustizia, il coraggio di chi non si sottrae quando la realtà si fa esigente.

Il conflitto non si presenta più soltanto con le forme tradizionali della guerra; entra nella mente, si insinua nella percezione, agisce sul linguaggio, erode la fiducia e indebolisce le società dall’interno […] impedire che la forza degeneri in dominio, che l’indifferenza prenda il posto della partecipazione, che l’ignoranza attiva diventi il carburante delle manipolazioni.

Le crisi non vengono negate, ma declassate a sfondo permanente. Ci si abitua a tutto. Ed è questa, forse, la forma più pericolosa di anestesia: l’abitudine al disordine […] Il torpore riduce la capacità di anticipazione, rende tardive le risposte, spinge a considerare eccezionale ciò che spesso era già annunciato.

I sistemi che filtrano l’informazione, suggeriscono contenuti, premiano certi comportamenti e ne penalizzano altri hanno cominciato a incidere sulle forme della percezione stessa. Non si limitano a servirci. Ci educano, spesso senza che ce ne accorgiamo, a una determinata modalità di rapporto con il reale.

La guerra cognitiva non è propaganda nel senso classico del termine, anche se ne utilizza alcune tecniche […] per incidere sui processi con cui individui e collettività costruiscono la propria immagine del reale […] Il “conflitto cognitivo” ci obbliga dunque a ripensare la sicurezza. Non come semplice difesa di spazi fisici.

Una nazione perde il senso della Difesa quando smette di riconoscere il nesso tra sicurezza e libertà, […] la protezione di una nazione non riguarda soltanto il territorio, ma anche infrastrutture, reti, sicurezza energetica, tenuta psicologica, sovranità tecnologica, credibilità delle istituzioni, affidabilità dell’informazione.

La distinzione tra forza e violenza è decisiva. La Forza appartiene all’ordine della vita e della difesa; la violenza comincia quando quella forza, non più contenuta da un criterio etico, si trasforma in dominio […] Quando il conflitto viene consumato come spettacolo, quando la distruzione altrui scivola dentro un’estetica della potenza o di logiche ludiche, qualcosa di grave si produce nelle coscienze a distanza culturale che si è aperta in Italia tra la Difesa e la coscienza civile. Per molti, resta una realtà specialistica. La si percepisce come una competenza delegata, una materia tecnica, talvolta persino un ingombro lessicale […] Parlare di Cultura della Difesa significa anzitutto rompere questo isolamento Non basta possedere forze armate preparate, se intorno a esse cresce una società disabituata alla responsabilità. Una Difesa priva di cultura si svuota dall’interno.

Cultura della Difesa non coincide con la cultura della guerra. Difendere non significa esaltare il conflitto, ma ridurre la vulnerabilità. C’è una figura che attraversa la storia italiana il “soldato italico”,e non coincide soltanto con il militare in uniforme […] Talvolta è stata celebrata in modo retorico, altre ridotta a caricatura, spesso rimossa. Il paradosso, allora, è proprio questo: all’estero il soldato italiano è spesso rispettato e apprezzato, mentre all’interno del Paese fatica ancora a trovare un riconoscimento culturale pieno.

La Cultura della Difesa non coincide con una “cultura della guerra”. Vuol dire riconoscere che il sistema Paese non si protegge soltanto con mezzi militari, ma anche con infrastrutture affidabili, istituzioni credibili, informazione non degradante, scuola consapevole, media responsabili, cittadinanza preparata. Il termine “leadership”, oggi molto abusato e poco compreso, viene spesso associato alla capacità di guidare, decidere, ottenere risultati. Una leadership autentica si riconosce da un altro elemento, più esigente e meno spettacolare: la responsabilità […] Se la Difesa riguarda anche la tenuta delle coscienze e la qualità del giudizio, allora il suo primo terreno di costruzione non è il confine, ma la formazione.

Torna su