Mondo

Vi svelo perché Pansa lo piangono in pochi veramente

di

pansa

Il ricordo di Giampaolo Pansa a firma di Franco Recanatesi, collega di Pansa a Repubblica

(articolo tratto da calciomercato.com)

Con Giampaolo Pansa ho trascorso gli anni migliori della mia storia di giornalista, gomito a gomito su quel bolide da corsa targato Scalfari che a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 ha frantumato ogni record. E ora che dopo 84 anni la sua vita si è spenta, riemergono ricordi lucidi dei nostri rapporti, non sempre felicissimi perché Giampaolo non era quel che si dice una pasta d’uomo, occorreva impegnarsi a fondo per abbattere timidezza, diffidenza e ruvidezza radicatissime nel suo animo ombroso di casalese. Una volta compiuta l’impresa, il risultato si rivelava comunque modesto: Giampaolo si apriva a sprazzi, parentesi subito richiuse, come se avesse timore di mostrare i suoi pensieri e la sua umanità.

Lasciava che la sua grandezza risplendesse prima sulla tastiera e poi sulle pagine dei giornali. Cronista insuperabile, degno erede del mitico Egisto Corradi nel “Corriere della sera”. Affiancarlo o meglio seguirlo nei suoi “servizi” valeva un corso di giornalismo. A Milano, nel marzo del 1983, feci parte di una straordinaria task-force di “Repubblica” che comprendeva, oltre a Pansa, anche Giorgio Bocca, Giovanni Valentini e Alberto Stabile. Il capolavoro di quei giorni fu un pezzo di Giampaolo che descriveva le reazioni di Bettino Craxi – osservato fin dalle rughe con il binocolo – alle conclusioni del “nemico” Enrico Berlinguer. Non attraverso le parole, ma le espressioni del volto, le alzate di sopracciglia e di spalle, i pissi-pissi all’orecchio dei compagni socialisti. Un gol da fuoriclasse.

Ne segnò tanti altri di gol, dal colloquio con Calvi in piena bufera P2 alla clamorosa intervista-confessione di Maurizio Costanzo al maxi-processo alla mafia di Palermo. Anche allora, febbraio 1986, ero con lui, alla vigilia della prima udienza, in una sala dell’hotel Delle Palme dove Tommaso Buscetta, Andrea La Barbera, Salvatore Greco da una parte, Joe Adonis, Lucky Luciano, Frank Coppola dall’altra tennero l’ultimo vertice fra Cosa Nostra siciliana e quella americana. “Ragazzi – disse Pansa – io vado a nanna. Ci vediamo domattina alle 5,30 per la colazione. Ordino anche per voi sveglia alle 4,30?”.  Era in grande forma Giampaolone, come un felino che fiuta una preda importante. Ma alle 5… Perché alle 5? Rimasi muto, e con me gli altri colleghi dell’equipe di Repubblica, Franco Coppola, Attilio Bolzoni e Giuseppe Cerasa. Davanti al palese imbarazzo della squadra, Pansa tagliò corto: “Io mi muovo alle 5, voi fate come vi pare”.  Due giorni dopo capimmo perché aveva voluto trovarsi alle 6 davanti al cancello dell’aula bunker. Solo così avrebbe potuto scrivere – anzi, dipingere – un pezzo straordinario, diverso da tutti gli altri usciti quel giorno. Da scuola di giornalismo. Da Pansa. “Palermo. Aula bunker? Ma quale aula bunker! Questa è l’aula della Nuova Giustizia planata da altri mondi a mostrare come si fa un SuperProcesso alle soglie del 2000… Poco dopo le 6 due milanesi arrivano per primi alla super cancellata d’acciaio, una selva di lance appuntite che si levano verso il cielo color pece… L’Astronave, immensa, ancora silente, prende forma nella prima luce dell’alba. A uno a uno i fari sciabolano la pista… Gli arrivi sono rassicuranti. E’ lo Stato signori. Pullman, furgoni, gipponi, alfette… Passa la Finanza. Sì, finalmente lo Stato è davvero sbarcato a Palermo… Sfilano, sorpassandoci, le implacabili, splendide ragazze delle tv americane che hanno i loro pulmini già piazzati qui da giorni in attesa dello storico incontro fra il Satellite e la Mafia. Sfilano eleganti impiegate della Giustizia, sfilano uomini dei servizi segreti in abiti simulati. Ma quando sfileremo noi giornalisti? Tranquilli, la Nuova Giustizia ha fatto le cose ottimamente. E le Forze dell’Ordine sono efficientissime. Avevano promesso: alle 8 entrerete. E alle 8 meno cinque minuti entriamo…”.

I suoi incipit sono da collezione. Fin da quello su La Stampa nell’ottobre del 1963, il suo primo grande réportage sul disastro del Vajont, inviato a Longarone: “Scrivo da un paese che non esiste più…”.

Quante lezioni ci ha impartito il Grande Cronista. Che con la sua prosa immaginifica tanti sillogismi ha creato e tante etichette rimaste nella storia: la Balena Bianca, le truppe Mastellate, l’Elefante Rosso. D’Alema è diventato Dalemoni, Fanfani il Mezzotoscano.

Con il suo corpaccione poderoso e i suoi occhi sempre indagatori, a noi giovani di redazione metteva un po’ di soggezione. Ai suoi colleghi più anziani provocava qualche mal di pancia. Lui e Bocca si detestavano cordialmente. Giampaolo, riservatissimo, non volle mai spiegarmi la sua antipatia verso il collega corregionale. Giorgio sì. Mi disse una volta: “Pansa mi ha tirato dei brutti scherzi. E pensare che fui io a farlo assumere al Giorno. Per esempio era nella giuria del Premio Estense al quale partecipavo con un libro sulle Br e fu lui, membro influente, a farmi bocciare. E poi, tante altre piccole carognate. Una volta tirò fuori che ero fascista e antisemita. Io che ho comandato una brigata partigiana!”.

Pansa si guardava di traverso anche con Sandrino Viola, e con Mino Fuccillo a malapena si salutavano dopo avergli rimproverato di averlo visto alzare il pugno sinistro ad una manifestazione: “Non si fa, un giornalista non lo fa”. La risposta fu secca e irriverente, tanto da chiudere ogni porta alla pacificazione.

Eppure Giampaolo apparteneva all’ala sinistra del giornale, senza peli sulla lingua quando dal Pci venivano spifferi che non gradiva (“sembri un estremista”, disse una volta a Scalfari in piena riunione), ma convinto della posizione politica liberal-progressista condotta al suo giornale.

Fino a quando l’idillio si spezzò. Credo di sapere perché. Ci fu un periodo, anche se breve, in cui Pansa volle provare a fare il giornale. Cioè a dirigere la macchina. Era stato assunto come caporedattore, ne aveva facoltà e Scalfari ne assecondò il desiderio. 1980, o giù di lì. Quel cambio di mansione, però, non si rivelò una felice idea. Nel ruolo di capo macchinista Pansa perse smalto, sicurezza, e infine anche entusiasmo. Come schierare Gigi Riva nel ruolo di terzino. Sbuffava, sudava, era ansioso. Alle 7 del mattino telefonava ai capi dei servizi per discutere di notizie e articoli che dalle 6 aveva letto sugli altri giornali. Dopo pochi giorni, in una riunione un po’ carbonara, ci accordammo per disattivare i telefoni di casa fino alle 9. Di giorno Pansa chiamava decine di volte attraverso l’interfono per discutere di qualsiasi dispaccio di agenzia: “Avete visto che domani pioverà?”; “Ce l’abbiamo che in Francia è scattato un black-out?”; “Il concerto di De Gregori è saltato”.

Davanti a un minestrone, una sera, in una trattoria di piazza Indipendenza, mi regalò una delle sue rarissime confessioni: “Non è roba per me, torno alla scrittura”. “Farai felici molti di noi e soprattutto i lettori”, gli risposi. E, incoraggiato, insistetti con una domanda apparentemente stupida: “Quand’è che sei diventato così bravo nella scrittura?”. “Avevo 13 anni quando mio padre Ernesto, operaio, mi regalò una macchina per scrivere Underwood di seconda mano. Naturalmente non sapevo usarla, così mia madre Giovanna mi iscrisse a una scuola di dattilografia. Dopo un paio di lezioni l’insegnante le disse che avevo già imparato. Da allora, era l’estate del 1948, non ho più smesso di scrivere”.

Non potei fare a meno di contestargli che un fuoriclasse come lui non fosse mai uscito dai confini italiani. Mi rispose con sincera semplicità: “Non conosco le lingue, mi troverei a disagio”.

Assunto come redattore capo poi promosso vice direttore, in redazione divideva la stanza con Gianni Rocca, pari grado e anch’egli piemontese, ma caratteri opposti. Rocca era sportivo (accanito tifoso del Torino), burlone, schietto. Rideva a crepapelle quando Paolo Guzzanti faceva l’imitazione di Giampaolo che la sera, dopo la chiusura, telefonava alla moglie e al figlio chiedendo con voce cavernosa notizie del cane: confondendo la moglie con il cane, il figlio con la moglie, la moglie con il cane. Rideva fino alle lacrime ma aggiungeva “no Paolo, basta, se Giampaolo lo viene a sapere succede un casino”.

Ecco, in realtà Pansa non si è mai integrato con il clima goliardico della redazione e alla fine con il concetto di liberismo professato da Scalfari.

La rottura è stata graduale: prima Pansa è traslocato all’Espresso con la qualifica di condirettore, poi ha lasciato il Gruppo per una svolta netta, radicale. Sui suoi libri, prima di tutto (di grande successo), come “Il sangue dei vinti” e altri tre sullo stesso tema (le crudeltà da parte dei partigiani verso i fascisti in rotta) che gli provocarono accuse di revisionismo. E poi trovando spazio su giornali di destra per riflessioni un po’ rancorose verso i suoi vecchi ideali politici e verso il giornale dal quale forse si aspettava ciò che lui stesso ammise non essere nelle sue corde.

Un finale abbastanza triste per un gigante del Giornalismo (G maiuscola) e di un uomo venuto dal nulla, provato dalla morte di un figlio geniale, intristito dalle ruvidezze del carattere. Dispiace dirlo, ma lo piangono in pochi.

A testimonianza della sua grandezza restano articoli da collezione. Dicono che di Pansa Giornalista ce n’è uno e il suo Giornalismo è morto ancor prima di lui.

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