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Nagorno-Karabakh, cosa combinano Armenia e Azerbaijan

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Nagorno-Karabakh

Il punto sulla contesa del Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaijan nei report di Ispi e Affari Internazionali

 

Nell’enclave contesa del Nagorno-Karabakh i cannoni continuano a tuonare nell’undicesimo giorno di combattimenti, ma se non altro la diplomazia ha ora una chance.

IERI IL GRUPPO DI MINSK HA VISTO A GINEVRA IL MINISTRO DEGLI ESTERI ARMENO, LUNEDI’ E’ IL TURNO DI QUELLO DI MOSCA

Ricostituitosi in gran fretta, il gruppo di Minsk dell’Osce costituito da Usa, Russia e Francia che supervisiona dal lontano 1994 il cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaijan, è riuscito a convocare ieri a Ginevra il ministro degli Esteri armeno Jeyhun Bayramov e sentirà lunedì a Mosca il suo collega azero Zohrab Mnatsakanyan.

MOSCA BRUCIA TUTTI E INVITA DOMANI I MINISTRI DEGLI ESTERI AZERO E ARMENO A MOSCA

Ma la diplomazia è in marcia anche grazie all’iniziativa di Mosca, che, oltre a chiedere un’immediata cessazione delle ostilità ha convocato per domani nella capitale i due ministri degli esteri dei paesi contrapposti.

Sono i primi segni di luce in un conflitto che ha rigettato nell’incubo della guerra una regione strategica per il mondo e per l’Europa in particolare, quella striscia di terra tra il mar Caspio e il Mar Nero dove scorrono il petrolio e il gas in direzione del Vecchio Continente e dove troviamo il Tap, che dall’Azerbaigian arriva in Italia attraverso la Puglia, il Cmg, senza dimenticare l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.

CIRCA IL 50% DELLA POPOLAZIONE DEL NAGORNO-KARABAKH E’ SFOLLATA SOTTO I CONTINUI BOMBARDAMENTI

È un filo di speranza all’interno di una tragedia immane, che dal 27 settembre, giorno in cui sono iniziate le ostilità, ha già provocato un gran numero di sfollati nel Nagorno-Karabakh. “Secondo le nostre stime preliminari – ha affermato il responsabile dell’autoproclamata repubblica Artak Beglaryan – circa il 50% della popolazione del Karabakh e il 90% delle donne e dei bambini, ovvero circa 70-75.000 persone, hanno dovuto lasciare le loro case”.

Gli scontri, secondo quanto ha dichiarato il ministro della Difesa armeno all’agenzia TASS, stanno proseguendo “tutto il giorno, lungo tutto la linea del fronte e stanno continuando”.

Molte persone fuggono terrorizzate da Stepanakert, la ‘capitale’ dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh, bersaglio ad intervalli regolari dei bombardamenti armeni.

Gl azeri, per canto loro, lamentano i continui bombardamenti sulla città di Ganja.

Il bilancio del conflitto è per ora contenuto ma pur sempre alto ed è viziato dalla confusione della guerra. Le auTorità azere avrebbero riportato 30 morti tra i civili e 143 feriti, quelle del Nagorno- Karabakh parlano di 19 civili decediti e di 320 combattenti passati a miglior vita.

PER IL PRESIDENTE ALIYEV, EREVAN DEVE RESTITUIRE CIO’ CHE NON FA PARTE DELL’ARMENIA

In questa situazione di caos, le parti, più che parlarsi, si scambiano accuse a vicenda. Il presidente azeroI lham Aliyev ha ribadito quel che pensa da sempre: “Erevan deve riconoscere l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, scusarsi con il suo popolo e ammettere che la regione contesa non fa parte dell’Armenia”, ha dichiarato qualche giorno fa ai reporter.

Al tempo stesso tuttavia Aliyev ha anche reso esplicite le proprie condizioni per fermare l’intervento militare: un ritiro in tempi certi delle forze militari armene e un chiaro impegno a riconoscere la sovranità dell’Azerbaijan sul Nagorno-Karabakh e i territori adiacenti. Richieste chiaramente inaccettabili per la parte armena, che mantiene le proprie posizioni e anzi rilancia sostenendo che potrebbe decidere di riconoscere formalmente l’indipendenza del Nagorno-Karabakh.

C’è da dire tuttavia che col passare dei giorni le posizioni sembrano ammorbidirsi; Aliyev in un’intervista a un’agenzia televisiva statale russa ha dichiarato che il suo paese è pronto a tornare a dialogare con l’Armenia quando la fase più acuta del conflitto sarà terminata, mentre per il Primo Ministro armeno Nikol Pashinya un accordo di cessate il fuoco sarà possibile solamente quando la Turchia ritirerà gli uomini che Erdogan avrebbe trasferito nel fronte.

L’ESCALATION DI QUESTI GIORNI LEGATA AD UNA SERIE DI ATTRITI

Ma a cosa è legata l’escalation di questi giorni? Nel caso dell’Armenia, il premier Nikol Pashinyan – sottolinea Affari Internazionali – è stato protagonista nel 2019 di una virata di impronta populista che ha fatto del Nagorno-Karabakh una bandiera politica fomentando il sentimento popolare. C’è stato quindi un’inasprimento progressivo da parte del governo sull’argomento cadenzato da quelle che, alcuni osservatori, hanno definito “provocazioni” Ma c’è stata anche la costruzione di una grande arteria di collegamento tra Yerevan e Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh, condannata anche dal Parlamento europeo.

Ma ci sarebbero anche un’ipotesi più suggestiva ed esattamente contraria, come quella ventilata dal Fatto Quotidiano: “L’Armenia ha avviato le sue operazioni militari a luglio nel distretto sul confine armeno-azero di Tovuz, il territorio interessato dai progetti di infrastrutture per l’energia, non a caso pochi mesi prima dell’entrata in funzione del Corridoio Meridionale del Gas (Cmg). Yerevan persegue un disegno chiaro, ostacolare questi progetti energetici così importanti per l’Europa e, di conseguenza, per l’Italia”

Ricco di risorse naturali e con una popolazione tre volte quella dell’Armenia – ricorda un dossier dell’Ispi – l’Azerbaijan dal canto suo è sulla carta il più ‘forte’ dei due Stati in conflitto. C’è che pensa che abbia voluto approfittare del crescente attivismo dell’alleato turco per regolare i conti una volta per tutte col nemico armeno. 

ERDOGAN HA COLTO AL VOLO L’OPPORTUNITA’ RIFORNENDO DI ARMI E COMBATTENTI L’AZERBAIGIAN

Recep Tayyip Erdoğan, in effetti, ha colto l’opportunità datagli dall’alleato Aliyev e la sta cavalcando in chiave neo-ottomana inviando caccia F-16, droni e combattenti turcomanni provenienti dalla Siria, regolarmente reclutati, addestrati e trasportati in loco a spese di Ankara. Per il momento, il loro numero è stimato tra alcune centinaia e mille.

Sui foreign fighters inviati da Ankara esiste anche l’ipotesi che il loro trasferimento sia iniziato prima della metà di settembre, confermando che l’Arzerbaijan stava preparando un’operazione militare contro il Nagorno-Karabakh da diverse settimane.

Da Ankara il presidente turco Erdogan non conferma ma accusa l’Armenia di essere “la più grande minaccia per la pace nella regione”. E assicura al presidente azero Ilham Alijev che “la nazione turca si pone con tutti i suoi mezzi a fianco dei suoi fratelli e sorelle dell’Azerbaijan”.

È questo il contesto che ora il gruppo di Minsk, e Mosca in particolare, devono dirimere. Nell’ultimo grave episodio di scontro tra i contendenti, risalente al 2016, la Russia riuscì a imporre un cessate il fuoco in appena quattro giorni.

L’ARCHITRAVE DELLA PACE E’ MOSCA, CHE GODE DI BUONI RAPPORTI CON ENTRAMBE LE PARTI

Mosca gode infatti di un vantaggio: ha buoni rapporti sia con l’Armenia, di cui è alleato militare, che con l’Azerbaijan, di cui è partner economico, Mosca non ha quindi nessun interesse al riaccendersi di un conflitto in Transcaucasia. Come sottolineato dall’ambasciatore all’Onu Vasily Nebenzya, “è inesatto dire che Mosca sostiene Yerevan, piuttosto occorre dire che sostiene un processo che riporti stabilità nella regione”.

Il punto è che la Russia non può neanche permettersi una vittoria completa dell’Azerbaigian, che a quel punto diventerebbe il cortile di casa della Turchia nella regione.

Molti tuttavia pensano che il rischio non sussista, visto che l’Armenia fa parte della Collective Security Treaty Organization (Csto) alleanza militare che raggruppa nazioni ex sovietiche rimaste nell’orbita di Mosca e che ha nel suo statuto l’analogo dell’art. 5 dell’Alleanza Atlantica relativo al meccanismo di difesa collettiva. E in Armenia la Russia dispone di una base con più di 30 mila militari, oltre ad aver schierato – in un atto di estrema deterrenza – gli S-300.

Data questa situazione, come potrà evolvere la situazione? Alcuni pensano che non possa tenere a lungo visto che lo status quo avvantaggia moltissimo l’Armenia e penalizza l’Azerbaijan, il quale, grazie a un bilancio per la Difesa notevolmente più alto di quanto si potesse permettere Yerevan, ha approfittato di questi anni per armarsi sino ai denti.

L’unica chance sarebbe la diplomazia, ma qui i margini di manovra sono veramente stretti. Agli oltre ventisei anni seguiti al fragile cessate-il-fuoco raggiunto nel 1994 grazie alla mediazione del Gruppo di Minsk non è seguito nessun progresso nei negoziati di pace portati avanti dall’Osce, in stallo fin dal primo giorno. Il fatto che il gruppo si sia ricostituito di gran fretta in queste ore non significa affatto che riesca a riprendere le proprie attività e a canalizzarle in senso produttivo.

L’UNICA CHANCE E’ LA DIPLOMAZIA, CHE PERO HA GIAì DETTO L’ULTIMA PAROLA SUL CASO DEL NAGORNO-KARABAKH

Inoltre, da quando la contesa è stata portata nelle sedi internazionali, l’Azerbaijian ne è uscito sempre vittorioso ma senza poter trasformare in realtà i risultati acquisiti. Le risoluzioni delle Nazioni Unite numero 822, 853, 974 e 884,  tutte del 1993, hanno infatti stabilito che il Nagorno-Karabakh è una regione contesa a maggioranza etnica, ma i sette distretti attorno a tale regione sono azeri e pertanto nel loro caso quella armena è  da definirsi un’occupazione vera e propria.

Tutte le “roadmap” per la pace individuate a livello internazionale in questi anni – ha sottolineato Affari Internazionali – prevedono pertanto la restituzione immediata di almeno cinque di questi distretti, ovvero tutti tranne quelli che assicurano i legami tra Karabakh e Armenia, ossia la continuità territoriale.

Certo è che, per il momento, più che un riassetto complessivo dell’area, sarebbe auspicabile la fine dei combattimenti che stanno tenendo in ambasce mezza Europa e mezzo Medio Oriente. Occhi puntati su Mosca dunque, dove Vladimir Putin si ritroverà di nuovo nel ruolo che l’ha visto protagonista negli ultimi anni, quello di mediatore e, volendo, di kingmaker.

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