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Merz non trumpeggia più contro l’Iran?

Il cancelliere tedesco cambia tono sul conflitto con l’Iran: dopo aver inizialmente sostenuto l’intervento di Usa e Israele, ora esprime preoccupazione per il rischio di una spirale di escalation difficile da controllare e precisa che Berlino non auspica né una guerra senza fine né la disgregazione territoriale o economica dell’Iran.

Cambio di tono da parte di Friedrich Merz nel dibattito politico sulla guerra in Iran: a poco più di una settimana dall’inizio delle operazioni militari, il cancelliere rivede pubblicamente la propria posizione e invita a “evitare un conflitto prolungato privo di una chiara strategia di uscita”. Parlando a Berlino, il leader della Cdu ha espresso “preoccupazione” per l’assenza di un piano condiviso tra Stati Uniti e Israele capace di porre fine rapidamente alle ostilità, sottolineando che la Germania “non ha interesse a una guerra destinata a protrarsi nel tempo” né a un indebolimento della stabilità statale iraniana.

CONFLITTO SENZA STRATEGIA E TIMORI DI ESCALATION

Nel suo intervento, Merz ha evidenziato come l’evoluzione del conflitto stia sollevando interrogativi crescenti all’interno del governo tedesco. Secondo il cancelliere, le operazioni militari e le reazioni iraniane rischiano di “alimentare una spirale di escalation difficile da controllare”. Ha inoltre richiamato i precedenti degli interventi internazionali in Iraq e in Libia, ricordando come in entrambi i casi il rovesciamento degli equilibri politici abbia prodotto “instabilità prolungata, conflitti interni e conseguenze regionali durature”. “Uno scenario analogo”, ha osservato, “avrebbe effetti negativi anche per l’Europa”.

Il capo del governo ha quindi ribadito che Berlino non auspica “né una guerra indefinita né la disgregazione territoriale o economica dell’Iran”, segnando un’evoluzione rispetto alle dichiarazioni rilasciate nelle prime fasi del conflitto e ancora pochi giorni fa. All’inizio delle operazioni militari, infatti, Merz aveva sostenuto apertamente la linea di Washington e di Israele, definendo il governo iraniano responsabile di repressioni interne e minacce alla sicurezza regionale e condividendo l’obiettivo di fermarne i programmi nucleari e missilistici. Anche durante la visita alla Casa Bianca del 3 marzo, il cancelliere aveva espresso “piena sintonia” con il presidente Donald Trump sulla necessità di “porre fine al regime di Teheran”.

DIVISIONI NELLA COALIZIONE DI GOVERNO

Con il passare dei giorni, tuttavia, all’interno della coalizione tra Unione e Spd sono emerse posizioni più caute. Il vicecancelliere e leader socialdemocratico Lars Klingbeil ha preso le distanze dall’intervento militare, affermando che “il conflitto non rappresenta una guerra della Germania”. In dichiarazioni ai media tedeschi, Klingbeil ha avvertito del rischio di “un progressivo indebolimento delle regole internazionali” e della possibilità che prevalga “una logica basata esclusivamente sui rapporti di forza”.

Pur definendo l’Iran “un regime che minaccia Israele e la stabilità regionale”, il leader della Spd ha espresso scetticismo sulla possibilità che un cambiamento politico possa essere ottenuto rapidamente attraverso un’azione militare. A suo avviso, la struttura del potere iraniano appare solida e difficilmente trasformabile nel breve periodo, mentre i benefici per la popolazione civile restano incerti.

IL TIMORE DI UNA NUOVA ONDATA MIGRATORIA

Le implicazioni del conflitto non riguardano soltanto la politica estera. Merz ha sottolineato come la Germania sia direttamente coinvolta attraverso questioni legate alla sicurezza interna, all’approvvigionamento energetico e ai possibili movimenti migratori. Tra le preoccupazioni figura anche il rischio di azioni di ritorsione contro obiettivi israeliani o ebraici sul territorio tedesco.

Esponenti della Cdu hanno già invitato a preparare piani di emergenza nel caso in cui la situazione umanitaria in Iran dovesse deteriorarsi ulteriormente. Il deputato esperto di politica estera Roderich Kiesewetter ha indicato “la possibilità di un aumento dei flussi migratori verso l’Europa” in seguito alle tensioni geopolitiche globali. Valutazioni analoghe emergono anche a Bruxelles, dove la Commissione europea teme che un conflitto prolungato possa provocare una crisi umanitaria con movimenti migratori comparabili a quelli registrati nel 2015.

Nel frattempo, gli effetti economici iniziano già a manifestarsi attraverso l’aumento dei prezzi dei carburanti, tornati attorno ai livelli osservati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Il rincaro pesa su pendolari, imprese e famiglie a basso reddito, aggiungendo pressione politica alla Cdu e alla Spd anche in vista della nuova tornata elettorale regionale in Renania-Palatinato del 22 marzo.

Parallelamente, il cancelliere ha assunto toni insolitamente critici anche nei confronti della politica israeliana in Cisgiordania, avvertendo che eventuali misure di annessione “renderebbero più difficile la prospettiva di una soluzione a due Stati”, alla quale Berlino resta legata nonostante l’incondizionato sostegno a Israele.

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