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Cosa unisce e cosa divide Merkel e Seehofer sui migranti

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L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino su pensieri e rapporti di Horst Seehofer e Angela Merkel

Tutto iniziò la sera del 20 novembre 2015, quando di fronte alla platea dei delegati del congresso Csu a Monaco, Horst Seehofer riprese la parola dopo l’intervento di Angela Merkel e le puntò il dito contro scandendo la famosa frase: “Siamo convinti che non riusciremo a conquistare l’appoggio dei cittadini nella storica sfida di integrare i profughi se non adotteremo un tetto massimo di ingressi”.

Per la cancelliera, costretta ad ascoltare per cinque minuti la rampogna del proprio alleato in piedi al suo fianco, con quel dito puntato addosso, fu un’umiliazione, una ferita mai sanata. Era il momento di massimo afflusso di profughi in Germania, dopo che la cancelliera aveva aperto i confini e involontariamente attivato il flusso inarrestabile di migranti che ripercorreva verso nord la rotta balcanica, mettendo sotto pressione in primo luogo la Baviera. Nella sua piccola replica, l’immagine del dito puntato richiamò quella storica di Yeltsin contro Gorbaciov, all’indomani del fallito colpo di Stato a Mosca nel 1991, l’atto simbolico della fine dell’Unione Sovietica. Sono passati quasi tre anni e i due leader dei partiti conservatori gemelli stanno ancora incrociando le lame sullo stesso argomento in quella che appare una sfida che non produrrà vincitori e potrebbe portare alla crisi di governo e alla fine dell’era Merkel.

Che un capitolo importante, forse decisivo, della nuova strategia europea sull’immigrazione si sarebbe giocato fra Berlino e Monaco lo avevamo indicato nell’articolo di due settimane fa. Nel vertice Ue che si aprirà domani a Bruxelles la pre-crisi tedesca contribuirà alla confusione e alla babele europea assieme alle insofferenze italiane, agli opportunismi francesi, alle preoccupazioni austriache, al doppiogiochismo spagnolo, ai rifiuti degli Stati di Visegrad e alle indifferenze scandinave e olandesi. Un caledoscopio che difficilmente partorirà una proposta davvero condivisa, più probabilmente un pastrocchio che tenterà di salvare gli interessi primari di chi saprà imporsi. Quello di Merkel è di salvare la poltrona.

Oltre alla ruggine personale accumulatasi negli ultimi tre anni fra la cancelliera e Seehofer, c’è sullo sfondo la campagna elettorale in Baviera. Si vota il 14 ottobre e il governo a maggioranza assoluta guidato da Markus Söder, l’eterno rivale interno cui Seehofer ha consegnato il Land prima di cedergli anche il partito, è inchiodato nei sondaggi al 40%: per governare la Csu dovrebbe dunque stringere alleanze. È già successo, negli anni del dopoguerra e poi ancora nel 2008, quando proprio Seehofer dovette allearsi con i liberali dopo un deludente 43%. ma per un partito abituato dal 1970 a oscillare quasi ininterrottamente tra il 50 e 60% dei voti, calare al 40 è uno smacco.

Per evitarlo i dirigenti bavaresi hanno deciso di riaprire con Merkel il confronto sulle politiche migratorie, sebbene i flussi di ingresso in Germania siano precipitati dai picchi dell’inverno 2015-2016 e la stessa cancelliera abbia operato – pur senza mai ammetterlo esplicitamente – una giravolta a 360 gradi rispetto alle posizioni aperturiste degli inizi. In Germania oggi non vi è un’emergenza profughi. Ci sono i problemi di integrazione di chi è arrivato negli anni precedenti e le difficoltà di reimpatrio di coloro cui non è stato riconosciuto il diritto d’asilo: i cosiddetti migranti economici.

È questo il punto di divisione immediato, più di facciata che di sostanza. Perché sia Merkel che Seehofer vogliono poter rispedire i migranti economici, per intenderci in gran parte sbarcati in Italia lungo la rotta africana e del Mediterraneo centrale, da dove sono arrivati. E siccome per mancanza di collaborazione con gli Stati d’origine è quasi impossibile riportarli in patria, l’idea è rimandarli nel paese di primo approdo europeo. Merkel vuole farlo in una cornice europea, che salvaguardi le apparenze, stringendo accordi bilaterali con Italia e Grecia, visto che un accordo complessivo è impossibile. Seehofer vuol farlo accompagnando i respinti al confine, scaricandoli sull’Austria che a sua volta li scaricherebbe sull’Italia. La prima opzione sarebbe preferita anche da Monaco e Vienna: quindi anche Seehofer, in fondo, spera che Merkel abbia successo domani e per questo alza la pressione fino a minacciare il punto di rottura.

Poi c’è il problema di come affrontare l’eventuale arrivo di nuove ondate di profughi e di come gestire i flussi attuali: quello più robusto che si muove lungo le rotte africane e del Mediterraneo centrale (approdando in Italia) e quello che appare in lieve ripresa lungo la vecchia rotta balcanica. Per comprendere la strategia della cancelliera bisogna ascoltare quel che dice un tipo come Gerald Knaus.

Austriaco, sociologo, Knaus ha 48 anni ed è il padre dell’accordo Ue-Turchia che ha già tolto le castagne dal fuoco alla Merkel nel 2016, affidando ad Erdogan molti miliardi e le chiavi del flusso migratorio dall’Oriente. È anche il capo dell’Iniziativa di stabilità europea (European Stability Initiative, ESI), un think-tank con base a Berlino e sedi a Bruxelles, Vienna e Istambul e i complottisti troveranno pane per i loro denti scoprendo che tra i finanziatori c’è la Open Society fondations di George Soros.

Knaus è ricomparso nei giorni scorsi dalle parti della cancelleria e le sue idee spiegate dalle tv pubbliche ARD e ZDF assomigliano molto a quella soluzione europea che Merkel va disperatamente cercando. Per Knaus, piuttosto che aspettarsi soluzioni da Bruxelles dove i contrasti fra i paesi europei bloccano ogni iniziativa, è necessario che i paesi colpiti dalle migrazioni – Grecia, Italia, Spagna, Germania e Francia in particolare – collaborino per stipulare accordi con i paesi africani di provenienza – Senegal, Gambia, Nigeria e Costa d’Avorio innanzitutto – al fine di facilitare i rimpatri dei profughi che non hanno diritto d’asilo, in cambio di sussidi economici, aiuti finanziari e materiali.

La consapevolezza di rimpatri in tempi brevi scoraggerebbe molti migranti economici da viaggi dispendiosi e pericolosi verso l’Europa, secondo Knaus. Ma lo schema di Knaus presuppone che i centri di accoglienza nei quali adempiere le verifiche sui profughi siano nei paesi di frontiera, Italia e Grecia, che dovrebbero essere supportati finanziariamente e logisticamente dall’intera Ue: una prospettiva che oggi Roma non pare disposta ad accettare, neppure di fronte alla prospettiva di un futuro calo di arrivi a seguito del successo della strategia Merkel-Knaus, come avvenuto con la Turchia.

L’alternativa, quella di Seehofer, non sembra migliore: l’accompagnamento fuori frontiera dei profughi respinti dalla Germania innescherebbe catena di contro-reazioni in Austria al cui termine dell’imbuto c’è sempre il nostro paese. In tempi più lunghi, la presidenza europea di Vienna promette di affrontare la questione con maggiore energia, ma al di là delle operazioni di rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dell’Ue (unico punto su cui nell’Ue c’è già l’accordo degli Stati membri), le proposte più praticabili sono quelle di accordi con i paesi di origine dei migranti: né più né meno che l’idea di Merkel.

Tornando agli scenari interni tedeschi, saranno decisive le prossime ore. Quelle in cui Merkel si giocherà la partita decisiva a Bruxelles e quelle in cui i leader della coalizione di governo valuteranno i risultati raggiunti. Tra domenica e l’inizio della prossima settimana i vertici dei tre partiti decideranno il destino di una Grosse Koalition, già nata sotto auspici non favorevoli. Ora anche la presidente dell’Spd non esclude il rischio di nuove elezioni. E per i conservatori si aprirebbe la stagione del dopo-Merkel, senza che la successione sia stata preparata, probabilmente con il confronto fra la merkeliana Annegret Kramp-Karrenbauer e l’attuale ministro della Sanità Jens Spahn. Difficile invece che l’eventuale rottura provocata sulla politica migratoria salvi la Csu nelle elezioni regionali di ottobre.

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