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Centrodestra

Chi ha vinto il duello parlamentare fra Meloni e Schlein

Fatti e parole fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. La nota di Paola Sacchi

 

Il tanto atteso “duello” tra la neosegretaria del Pd, Elly Schlein, e il premier Giorgia Meloni, così un po’ inappropriatamente definito in una eccessiva retorica sul fatto che a fronteggiarsi sono due donne, fotografa in realtà l’impotenza delle opposizioni divise e prive di una vera proposta alternativa di governo.

Giorgia Meloni, al tanto atteso question time alla Camera, replica in modo determinato e tranquillo alle accuse di Schlein e degli altri “interroganti” sulle tragedie immigratorie di Cutro e persino su quella avvenuta in acque libiche, sulla quali insiste in particolare Riccardo Magi (+Europa).

Dal dramma dell’immigrazione alle questioni economico-sociali, con Schlein all’attacco su salario minimo, parità dei congedi parentali e omogenitorialità, Giorgia Meloni respinge su tutta la linea le accuse irruente al governo di “approssimatività, incapacità e insensibilità”. Il premier, con accanto i due vicepremier Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e Trasporti, e Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ribadisce con nettezza: “La nostra coscienza è a posto, spero che chi attacca il governo ma non dice niente sugli scafisti possa dire lo stesso”. E si indigna, Meloni, sul fatto che ci possano solo essere ancora sospetti sul comportamento di “valorosi corpi dello Stato”.

A fronte del dramma migratorio, che richiederebbe un confronto più dialogante, l’opposizione ancora una volta con quell’accusa di “disumanità” perde l’occasione di mettere in campo una vera proposta che vada oltre slogan strumentali.

Ma dalla linea d’attacco frontale di Schlein sembra fare una piccola distinzione più tardi in tv, su Rete4, a “Controcorrente”, il presidente del Pd, Stefano Bonaccini, che, pur dicendosi d’accordo su tutta la linea con la leader, ammette pure: “Nessuno Stato può accogliere tutti e chiunque”. Piccole, anche un po’ impercettibili ai più, distinzioni di una linea di realpolitik dal sapore più riformista, nel corpo di un partito ancora alle prese con una lunga partita sotto traccia tutta interna, che non sembra finita con le primarie e l’incoronazione della leader.

Si passa poi alle questioni economico-sociali.

Meloni boccia il salario minimo e ribadisce che il punto è tagliare le tasse sul lavoro e abbassare in generale la pressione fiscale, a partire dalle fasce che ne hanno maggiore bisogno. E rilancia le accuse nel campo avversario, ricordando che i governi che ci sono stati finora, ai quali negli ultimi undici anni ha partecipato quasi sempre la sinistra, sono i responsabili di quello che i dati dicono e cioè del fatto che i nostri sono stati i salari più impoveriti nei Paesi industrializzati. Il “duello” in realtà è tra due visioni opposte dell’Italia: da un lato il governo di centrodestra, indicato con nettezza dal voto del del 25 settembre che , in modo “pragmatico”, dice Meloni, tra mille inevitabili difficoltà, lavora con un programma comune per invertire la rotta verso crescita e sviluppo e dall’altro lato la “nuova primavera” di un Pd sempre più barricadero nei toni della leader e del cosiddetto ex “campo largo”.

Dove le parole “crescita e sviluppo” sono assenti ed è già iniziata la concorrenza tra dem e pentastellati, sullo schema dell’Unione o meglio “disunione” di prodiana memoria. Il ricordo di Marco Biagi, fatto in aula dal capogruppo di Forza Italia Alessandro Cattaneo, richiama, tra gli applausi, con tutto il governo in piedi, a quella lezione liberale e riformista che sembra dividere sempre più il centrodestra da una sinistra priva di una vera proposta alternativa.

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