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Draghi

Usa e Cina vogliono un’Europa dipendente. O l’Ue cambia o si faccia un’Unione fra pochi Paesi. La sferzata di Draghi

Secondo Mario Draghi, l'Unione europea deve dotarsi di una vera politica industriale e di nuove regole interne per sostenere la competizione con gli Stati Uniti e con la Cina. Ecco cosa ha detto (e perché) nel suo discorso a La Hulpe, in Belgio.

“Abbiamo bisogno di un’Unione europea che sia adatta al mondo di oggi e di domani. Quello che proporrò nel mio report è un cambiamento radicale: questo è ciò di cui abbiamo bisogno”. È la dichiarazione più d’impatto del discorso che Mario Draghi – ex-presidente del Consiglio, ex-presidente della Banca centrale europea ed ex-governatore della Banca d’Italia – ha tenuto oggi a La Hulpe, in Belgio, durante una conferenza sui diritti sociali nell’Unione europea. Il report a cui fa riferimento Draghi è il rapporto sul futuro della competitività europea che la Commissione di Ursula von der Leyen gli ha commissionato lo scorso settembre.

LA COMPETITIVITÀ EUROPEA SECONDO MARIO DRAGHI

Alla conferenza di La Hulpe Draghi ha dunque anticipato alcuni dei temi presenti nel suo rapporto. “Ripristinare la nostra competitività non è qualcosa che possiamo ottenere da soli o gareggiando a vicenda”, ha detto, perché “ci impone di agire come Unione europea in un modo che non abbiamo mai fatto prima”. “Credo che la coesione politica della nostra Unione richieda che agiamo insieme, possibilmente sempre. Dobbiamo essere coscienti che la coesione politica è minacciata dai cambiamenti del resto del mondo”.

UNA STRATEGIA INDUSTRIALE EUROPEA PER RISPONDERE A USA E CINA

Secondo Draghi, in Europa “non abbiamo mai avuto una strategia industriale” capace di rispondere agli Stati Uniti e alla Cina, che hanno entrambi varato dei programmi di incentivi pubblici ai comparti strategici per le transizioni energetica e digitale: semiconduttori, batterie, computing quantistico, idrogeno, reattori nucleari di nuova generazione e non solo.

“Nonostante le iniziative positive in corso”, ha proseguito l’ex-presidente del Consiglio, “manca ancora una strategia globale su come rispondere in molteplici settori. Abbiamo confidato nella parità di condizioni a livello globale e nell’ordine internazionale basato sulle regole, aspettandoci che altri facessero lo stesso. Ma ora il mondo sta cambiando rapidamente, ci ha colto di sorpresa” e gli altri “non rispettano più le regole ed elaborano politiche per rafforzare la loro posizione”.

È una posizione, quella di Draghi, molto simile a quella espressa pochi giorni fa dal ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che in occasione di un incontro con Adolfo Urso e con l’omologo tedesco ha dichiarato per l’appunto che “i giorni della globalizzazione felice sono finiti. Questa ha lasciato il posto a una globalizzazione delle rivalità. Abbiamo urgentemente bisogno di ridefinire una strategia comune europea di politica economica e industriale”.

IL RISCHIO DELLA DIPENDENZA TECNOLOGICA

Nel suo discorso, Draghi spiega come le politiche industriali di Washington e Pechino “sono progettate per reindirizzare gli investimenti verso le loro economie a scapito delle nostre o, nel caso peggiore, sono progettate per renderci permanentemente dipendenti da loro”: esiste infatti il rischio che l’Unione europea sviluppi una dipendenza tecnologico-industriale dalla Cina per i dispositivi utili alla decarbonizzazione. Mentre l’amministrazione di Joe Biden si è mossa per recuperare lo svantaggio manifatturiero rispetto ai cinesi, varando dei piani di stimolo pubblico alle clean tech e ai microchip (l’Inflation Reduction Act vale 369 miliardi di dollari e il CHIPS Act 280 miliardi), agli europei manca ancora “una strategia su come proteggere le nostre industrie tradizionali dal terreno di gioco globale ineguale”.

La competizione è ineguale perché la Cina sussidia le proprie aziende ma non garantisce reciprocità alle imprese straniere (il mercato cinese è molto più chiuso di quello europeo, ad esempio). L’America, invece, ha stanziato grandi somme e definito regole convenienti “per attrarre capacità manifatturiere nazionali di alto valore all’interno dei propri confini, compresa quella delle aziende europee”, facendo inoltre leva sul “proprio potere geopolitico per riorientare e proteggere le catene di approvvigionamento”.

DRAGHI PROPONE UN’UNIONE EUROPEA A DUE VELOCITÀ?

Stando così le cose, Draghi ritiene che “non abbiamo il lusso di ritardare le risposte fino alla prossima modifica dei Trattati. Per assicurare coerenza tra i diversi strumenti politici, dobbiamo essere in grado di sviluppare un nuovo strumento strategico per il coordinamento delle politiche economiche. E se arriviamo alla conclusione che non è fattibile, in alcuni casi specifici dovremmo essere pronti a considerare di andare avanti con un sottogruppo di stati, ad esempio per andare avanti sull’Unione dei mercati capitali per mobilitare investimenti”.

Insomma: l’ex-premier specifica che “come regola” l’Unione europea deve “agire insieme”; ma laddove l’unanimità non fosse raggiungibile, un gruppo ristretto di paesi membri potrebbe decidere di muoversi per conto proprio. Si tratta di un compromesso che Draghi considera necessario, dato che “i nostri rivali ci stanno precedendo perché possono agire come un unico paese, con un’unica strategia, e allinearvi tutti gli strumenti e le politiche necessarie. Se vogliamo eguagliarli, avremo bisogno di un rinnovato partenariato tra gli stati membri, una ridefinizione della nostra Unione che non sia meno ambiziosa di quella che fecero i padri fondatori settant’anni fa con la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio”.

BRUXELLES “SI È FOCALIZZATA SULLE COSE SBAGLIATE”

A detta di Draghi, il ritardo europeo è dovuto anche al fatto che fino ad oggi “l’Europa si è focalizzata sulle cose sbagliate. Ci siamo rivolti verso l’interno, vedendo in noi stessi i nostri concorrenti, anche in settori, come la difesa e l’energia, nei quali abbiamo profondi interessi comuni. Allo stesso tempo, non abbiamo guardato al di fuori”, cioè agli sviluppi in America e in Cina. Rispetto alle due superpotenze, la risposta di Bruxelles “è stata limitata perché la nostra organizzazione, il processo decisionale e i finanziamenti sono progettati per un mondo prima della guerra in Ucraina, prima del Covid, prima della conflagrazione del Medio Oriente”.

In altre parole: l’Unione europea deve cambiare perché il contesto internazionale intorno a lei è cambiato. E quindi, in conclusione, “dovremo realizzare una trasformazione dell’intera economia europea. Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti e su un sistema di difesa integrato, sulla produzione domestica nei settori più innovativi e in rapida crescita, e su una posizione di leadership nel deep-tech e nell’innovazione digitale”.

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