C’è voluta una proposta alternativa di centro-destra per mettere in soffitta sedici anni di orbanismo, il “sovranismo alla paprika”. Scompare quel poco di sinistra ancora presente nel panorama politico ungherese e il nuovo parlamento è composto esclusivamente da forze riconducibili alla destra: quella moderata di Tisza e del vincitore Peter Magyar, collocata in Europa nell’alleanza del Ppe, quella nazionalista dello sconfitto Viktor Orban e di Fidesz e quella estrema di Mi Hazank. L’Ungheria post-orbaniana si ritrova così interamente spostata a destra e priva di una rappresentanza parlamentare di sinistra, delineando per i prossimi anni un assetto simile a quello polacco, fondato sulla competizione tra destra liberal-conservatrice e destra nazionalista.
UN PARLAMENTO TUTTO A DESTRA
Magyar ha guidato la propria formazione a un risultato del 53% dei consensi, assicurandosi una maggioranza dei due terzi nell’Assemblea nazionale (Orszaggyules) con 138 seggi su 199. Il partito di Orban si è invece fermato al 38%, una quota che non si registrava da quasi trent’anni. Le elezioni hanno assunto i contorni di un vero e proprio referendum sul premier uscente, mobilitando l’elettorato come raramente accaduto in passato: l’affluenza ha raggiunto il 79,5%, il livello più alto dalla svolta del 1989, con picchi nelle aree urbane tradizionalmente favorevoli all’opposizione, come la capitale Budapest, dove ha votato l’83% degli aventi diritto.
IL PESO DELL’ECONOMIA NELLA SCONFITTA
Il confronto con la Polonia si ferma però al piano politico. Alla base della sconfitta di Orban vi è soprattutto il rallentamento economico dell’Ungheria, in contrasto con la crescita sostenuta registrata da Varsavia negli ultimi anni sotto qualsiasi governo, sia liberale che nazionalista.
Il motto della campagna elettorale di Bill Clinton del 1992 – “It’s the economy, stupid” – ha trovato qui un’ulteriore conferma. Al di là delle contrapposizioni ideologiche, è infatti nel portafoglio degli ungheresi che si è consumata la perdita di consenso del governo uscente. Uno studio dell’Istituto di Vienna per gli studi economici internazionali (Wiiw) ha evidenziato un divario di sette punti percentuali nella crescita del Pil rispetto alla media dell’Europa centro-orientale. Da paese leader nella regione, Budapest ha progressivamente perso terreno, anche a causa di “un modello caratterizzato da forte intervento pubblico, fiscalità selettiva e sostegno a una classe imprenditoriale nazionale, con effetti sul deterioramento del contesto istituzionale”.
Tra il 2009 e il 2024 si è registrato inoltre un arretramento relativo nel Pil pro capite, nonostante un parziale avvicinamento all’Europa occidentale, avvenuto a un ritmo più lento rispetto agli altri paesi dell’area.
LE AMBIGUITÀ DELLA POLITICA ESTERA
A influire sul risultato elettorale è stato anche l’orientamento internazionale seguito negli ultimi anni da Orban, segnato da un’alternanza tra il mantenimento di relazioni con Vladimir Putin e l’avvicinamento all’area politica statunitense legata a Donald Trump. Il dialogo con Mosca ha alimentato diffidenze nell’opinione pubblica, riattivate anche in questa campagna elettorale caduta nell’anno del settantesimo anniversario della rivolta di Budapest del 1956.
Allo stesso tempo, i rapporti con l’ambiente trumpiano non hanno prodotto benefici evidenti: le visite di esponenti statunitensi sono state percepite come interferenze, mentre si è affievolita la tradizionale percezione di protezione proveniente dagli Stati Uniti.
Anche il progressivo allontanamento dall’Unione Europea ha avuto conseguenze tangibili, con ricadute economiche concrete: la riduzione significativa dei fondi europei ha sottratto all’Ungheria risorse rilevanti, in particolare quelle destinate a sostenere la transizione ecologica e quella digitale.
L’ASCESA RAPIDA DI MAGYAR
Emerso sulla scena politica solo all’inizio del 2024, Magyar si è imposto rapidamente come protagonista, attirando l’attenzione anche a livello europeo quando il suo movimento Tisza ha sfiorato il 30% alle elezioni europee nel giugno di quell’anno. A 45 anni, il giurista, con un’esperienza limitata al Parlamento europeo, si appresta ora a guidare il paese.
Il suo successo è maturato attraverso una campagna centrata sui problemi concreti della popolazione, evitando astutamente lo scontro ideologico (e quindi togliendo a Orban gran parte delle sue carte retoriche) e riuscendo a ricompattare un’opposizione tradizionalmente frammentata. La presenza capillare sul territorio, estesa anche alle roccaforti del Fidesz, e il suo passato all’interno del sistema di potere orbaniano gli hanno consentito di intercettare una parte dell’elettorato deluso. La rottura con il partito di governo, avvenuta nel 2024 dopo uno scandalo, ha segnato l’avvio di una linea politica incentrata sulla denuncia di corruzione e nepotismo, temi che hanno trovato ascolto anche tra una parte dei sostenitori dell’establishment.
LE INCERTEZZE DELLA NUOVA FASE
La nuova fase si apre tuttavia con diverse incognite. Il confronto con l’apparato istituzionale costruito negli anni da Orban, ancora presidiato da figure a lui vicine, si preannuncia complesso. Pur disponendo di una maggioranza qualificata che consente interventi sull’assetto normativo, il processo di trasformazione richiederà tempo. Permangono inoltre interrogativi sull’effettivo orientamento europeo del nuovo governo, anche alla luce di posizioni differenziate all’interno del suo stesso partito, in particolare sul sostegno all’Ucraina.
Il cambio di indirizzo appare comunque netto, con una linea dichiaratamente rivolta verso l’Europa: “Più Ovest, meno Est” è stato uno degli slogan vincenti della sua campagna elettorale. Resta da verificare la solidità del consenso politico in una fase che richiederà decisioni rapide: eventuali difficoltà potrebbero alimentare il malcontento e riaprire spazi per un ritorno al potere di Fidesz e forse dello stesso Orban, in una dinamica che richiama precedenti già osservati in altri contesti centro-europei. La parabola di Jaroslaw Kaczynski in Polonia, dovrebbe ispirare quantomeno prudenza nel decretare la fine di alcune carriere politiche.







