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ll do ut des fra Trump e Xi su Huawei al G20 di Osaka

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I leader di Usa e Cina al G20 di Osaka hanno sotterrato, almeno temporaneamente, l’ascia di guerra e dato una chance al dialogo. Il Punto di Orioles

 

Gli occhi del mondo erano tutti puntati ieri sul G20 di Osaka, dove alla mattina si è tenuto il bilaterale più atteso di tutti: quello tra Donald Trump e il suo collega cinese Xi Jinping.

Erano chiamati, i leader delle due superpotenze rivali, a lanciare un segnale il più rassicurante possibile su un fronte cruciale per gli equilibri dell’economia globale: quello della guerra commerciale con cui la Casa Bianca trumpiana sta cercando, a colpi di dazi e altre misure ritorsive, di rimodellare una relazione economica considerata da Washington sbilanciata e distorta da una pletora di comportamenti scorretti.

In gioco, a Osaka, c’era il rilancio di un negoziato commerciale preteso dall’amministrazione Trump ma interrottosi bruscamente all’inizio del mese scorso quando il presidente Usa, con un tweet a sorpresa, ha espresso tutta la sua insoddisfazione per l’andamento delle trattative e minacciato di aggiungere ai dazi già introdotti l’anno scorso altri prelievi su tutto l’export cinese in America. Un rischio fatale per lo stesso Trump, che si giocherà la rielezione anche sui numeri di un’economia che a detta di molti già patisce le conseguenze dei suoi dazi, e che poteva essere disinnescato, secondo la convinzione dei più, solo con un confronto de visu tra i due capi di governo

Ebbene, le aspettative della vigilia sono state confermate e questo triplice tweet lanciato da The Donald il giorno dopo l’incontro con Xi illustra i risultati raggiunti al G20:

A Osaka, dunque, si è ripetuto quanto era successo il dicembre scorso al G20 di Buenos Aires, ossia in occasione dell’ultimo faccia a faccia tra i due presidenti che in quella sede concordarono, oltre che una tregua nella guerra dei dazi, l’impegno a risolvere in sede negoziale tutte le controversie. Proprio come in Argentina, Usa e Cina decidono di rilanciare il negoziato, per favorire il quale Washington rinuncia a introdurre nuovi dazi (ma quelli esistenti rimangono in vigore) e Pechino decide di acquistare prodotti agricoli statunitensi.

La vera novità riguarda la variabile entrata prepotentemente in gioco negli ultimi mesi: Huawei. Come ben sanno i lettori di Start Magazine, l’amministrazione Trump ha letteralmente dichiarato guerra al colosso cinese delle telecomunicazioni, di cui ha deciso di ostacolare la crescita prendendo nei suoi confronti una serie di provvedimenti incisivi di cui l’inclusione a maggio nella “Entity List” del Dipartimento del Commercio e il conseguente divieto alle aziende hi tech Usa di rifornire Huawei di componenti cruciali come i microchip è la mossa più aggressiva anche se non l’unica.

Anche su questo fronte, l’America fa un passo, seppure cauto, nella direzione dell’angosciato interlocutore cinese. Come si desume dal suo cinguettio, Trump ha acconsentito a “permettere” a Huawei di “comprare” i prodotti delle compagnie Usa. Lo fa però, lascia intendere, su richiesta di queste ultime, e dunque in considerazione delle preoccupazioni espresse dalle stesse per un bando dalla conseguenze pesanti per i propri bilanci.

Questa, dunque, la sostanza di un compromesso raggiunto sul filo di lana. Altri dettagli possono essere desunti dalla cronaca di una giornata importante come poche altre.

Alla conferenza stampa che marca la conclusione del suo impegno nipponico, Donald Trump ha sintetizzato in un brevissimo periodo il do ut des appena siglato con Xi: “Noi ci tratteniamo con i dazi, e loro compreranno prodotti agricoli”. Grazie a questa intesa, il complesso lavoro di stesura e rifinitura di un accordo complessivo sui commerci lasciato in sospeso quando la trattativa fu interrotta ex abrupto a maggio potrà dunque riprendere senza indugi: “abbiamo intenzione”, conferma Trump, “di lavorare con la Cina da dove ci eravamo fermati”.

La Cina intanto, precisa il presidente, “spenderà soldi anche durante i negoziati” a beneficio “dei nostri grandi agricoltori e grandi patrioti del midwest”. Lo farà, aggiunge, “quasi immediatamente”.

The Donald porta dunque a casa un risultato non da poco perché, come ricordava ieri Politico, “le esportazioni agricole in China sono precipitate come risultato della guerra commerciale”, scendendo ad appena 6 miliardi, dicono le previsioni di quest’anno, contro i ben 26 miliardi dell’era di Obama. Per il presidente in cerca di riconferma nel 2020, è senz’altro un buon biglietto da visita da presentare all’elettorato sparso nell’immensa farm belt.

Nel faccia a faccia con Xi, poi, “abbiamo parlato di Huawei”, ha rivelato Trump ai giornalisti che l’ascoltavano in conferenza stampa. Su un caso che definisce “molto complesso” e “altamente scientifico”, il capo della Casa Bianca ha deciso di temporeggiare, lasciando che una decisione definitiva sia presa solo “alla fine” del negoziato. Ciò detto, lui e il collega hanno “concordato agevolmente” che le aziende Usa potranno continuare a rifornire Huawei. Per dirla con le parole esatte del tycoon:  “U.S. companies can sell their equipment to Huawei”.

La spiegazione di tanta magnanimità è, però, tutta trumpiana. “Noi mandiamo e vendiamo ad Huawei”, ha chiarito l’ex imprenditore, “un tremendo ammontare di prodotti che vanno nelle cose che fabbricano. Queste sono aziende americane che fanno prodotti. (…) E in certi casi, siamo i soli che li fanno”.

Sarebbe restato fuori dai colloqui, secondo la testimonianza di Trump, un’altra questione spinosa legata a doppio filo al caso Huawei: la situazione giudiziaria di Meng Wanzhou, la CFO di Huawei arrestata a dicembre a Vancouver su mandato degli Usa e sulla quale pende ora un mandato di estradizione negli States. È lecito pensare però che anche questo aspetto rientrerà nel negoziato complessivo tra i due Paesi.

Ecco, dunque, come i leader dei due giganti dell’economia mondiale hanno sotterrato, almeno temporaneamente, l’ascia di guerra e dato una chance al dialogo. Che si annuncia però – è bene ricordarlo – tutto in salita. Troppi e complessi i punti di un negoziato che dovrebbe risolvere un contenzioso annoso e capace come pochi di toccare i nervi scoperti di un’America che ha da tempo individuato nella Cina un pericoloso avversario strategico.

La “eccellente relazione” – come Trump l’ha definita a Osaka al cospetto di Xi – nutrita dai due attuali leader potrebbe non essere sufficiente.

 

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IL RESOCONTO DEL SONDAGGIO DI RIGHTREND

La maggior parte degli utenti ha creduto nell’accordo: il 24% di essi ha ritenuto, infatti, possibile il raggiungimento del compromesso per l’86 – 95% delle possibilità.

Allargando la forbice al 76 – 95% il numero degli utenti che consideravano raggiungibile l’accordo sale al 35%, che diventa 44% se prendiamo in esame le risposte in una forbice che varia dal 66 al 95% delle possibilità di compromesso tra Usa e Cina.

Solo il 13% degli utenti ha invece optato per una soluzione negativa dell’incontro tra Cina e Stati Uniti.

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