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Le sinistre isterie contro Crosetto e Tajani

Come è andato il dibattito parlamentare sulle comunicazioni dei ministri Crosetto e Tajani. La nota di Sacchi.

E due. Dopo Conte, tocca a Renzi che lo sfotte per aver elencato nel dettaglio le precauzioni date dalla Farnesina ai nostri connazionali bloccati nel Golfo. Antonio Tajani, dopo aver risposto a muso duro lunedì scorso, in Senato alle commissioni Esteri riunite, alle accuse di servilismo con gli Usa del presidente pentastellato, che lui non è mai stato chiamato da Trump “Tony, come invece il presidente Usa chiamò lui Giuseppi”, stavolta affonda il colpo su Matteo Renzi. “È più difficile tutelare 100.000 italiani che fare conferenze ben pagate nel Golfo”. “Mai stati così sull’orlo dell’abisso”, avverte il ministro della Difesa, Guido Crosetto.

Inutilmente il ministro degli Esteri e vicepremier Tajani richiama a quello stesso spirito di unità nazionale che Silvio Berlusconi dimostrò con Massimo D’Alema premier per la guerra nel Kosovo quando, accusa, “le bombe partirono mentre il parlamento era ancora riunito per essere informato”. Crosetto sottolinea ancora una volta che la decisione di Usa e Israele di attaccare l’Iran “non è stata condivisa con nessuno”. Ma le opposizioni alla Camera e al Senato attaccano a testa bassa, senza vere proposte alternative, seppur con qualche distinguo di Italia Viva di Renzi, che non si associa alla risoluzione unitaria di Pd, Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

Tiene ancora banco il fatto che Crosetto sia rimasto bloccato a Dubai, nel giorno dell’attacco, segno per Elly Schlein che l’Italia non è stata avvisata. Per il resto, è tutto un attacco incentrato sulla denuncia della violazione del diritto internazionale. Cosa che ammette anche il ministro della Difesa. Ma per il resto da parte delle opposizioni è un trionfo di battute, come quella che il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, fa sulla premier Giorgia Meloni rea di aver parlato ieri mattina a Rtl, la più grande radio privata italiana, “invece che venire in parlamento”. Provenzano sarcastico l’accusa di averla scambiata “per Radio Londra”.

Meloni, che verrà in parlamento l’11 marzo, assicura: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”. La premier si collega con Rtl dopo essere stata la sera precedente al Quirinale per confrontarsi con il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e poche ore prima che Tajani e Crosetto si rechino a Camera e Senato per quel passaggio parlamentare che, attraverso il via libera alla risoluzione di maggioranza, fornisce la cornice legislativa necessaria all’invio nei Paesi del Golfo e a Cipro di assetti difensivi come sistemi di difesa area, anti-drone e anti-missilistici. Un tema anche al centro della telefonata che presidente francese, Emmanuel Macron, ha fatto alla premier e nella quale si è “ribadito il comune impegno per sostenere” quell’area. “L’Italia, come Regno Unito, Francia e Germania, intende inviare aiuti ai paesi del Golfo” e questo, spiega Meloni, “non solo perché sono nazioni amiche” ma soprattutto perché lì “ci sono decine di migliaia di italiani, anche militari, che vogliamo e dobbiamo proteggere”.

Nel corso della giornata la premier sente anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Quanto alle questione cruciale dell’uso delle basi, Meloni ricorda che l’utilizzo è concesso “in virtù di accordi che risalgono al 1954” che si attuano quando “si parla di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, ovvero di non bombardamento”. E se arrivassero richieste per altri usi che “ad oggi” non ci sono? Meloni ricorda che la competenza “sul decidere se concedere o no un utilizzo più esteso sarebbe del Governo” ma assicura che è sua intenzione nel caso coinvolgere le Camere.

Ma alle opposizioni non basta. È bagarre. L’ anti-trumpismo cementa ancora una volta il campo largo. Schlein insiste sulla necessità di scegliere “tra Trump e l’Europa”. E dire che, come ricorda il deputato di Forza Italia, già stretto collaboratore del Cavaliere, Andrea Orsini “proprio oggi 20 anni fa in un discorso molto applaudito al Congresso Usa Silvio Berlusconi ammoniva: l’Occidente è uno solo”.

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