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La riforma della legge elettorale: cambia lo spartito ma la musica è la stessa

Nella cosiddetta Seconda Repubblica alle leadership politiche sono mancate cura dell’interesse generale e visione del futuro, non poteri formali. Perciò non serve gonfiare artificiosamente questi ultimi per supplire alle carenze delle prime. Gli ibridi non funzionano. La lettera di Michele Magno

Caro direttore,

sulla riforma della legge elettorale è in corso una commedia già vista. Parole di fuoco in pubblico, incontri riservati dietro le quinte tra i partiti dei due schieramenti. Qualunque sarà il suo atto finale, solo una cosa è certa: l’unica opzione che resta sul tavolo è quella di sempre: un sistema maggioritario. E cioè o la conferma del Rosatellum (difficile), oppure l’abolizione dei collegi uninominali con un cospicuo premio in seggi al miglior perdente (probabile).

Siamo riusciti a non morire democristiani, insomma, ma sembriamo destinati a morire di bipolarismo (almeno lo lo sono coloro avanti negli anni come chi scrive). Di quel bipolarismo che, grazie a meccanismi di voto “bastardi” -né pienamente maggioritari né pienamente proporzionali- ha incentivato la creazione di coalizioni composite e contraddittorie, tenute insieme dall’obiettivo di impedire la vittoria dell’avversario, che ha conferito un forte potere di condizionamento ai partiti minori e ai notabilati locali.

Questo sistema ha costretto le forze riformiste ed europeiste a coabitare da gregarie dentro schieramenti a vocazione populista, a destra come a sinistra. Per uscire da questo vicolo cieco una strada ci sarebbe, anche se oggi sembra sbarrata da opposte quanto speculari convenienze elettorali: abbandonare il dogma per cui “la sera delle elezioni dobbiamo conoscere il vincitore”. E accettare l’idea -in armonia peraltro con la Costituzione- che è il Parlamento il luogo in cui si formano le alleanze di governo.

Anche per ricostruire il suo primato sarebbe quindi necessario un sistema di voto autenticamente proporzionale, che spinga le forze in campo a schierarsi senza pateracchi programmatici con la propria cultura politica (se ne hanno una); e che lasci agli elettori la responsabilità di scegliere i loro rappresentanti (preferenze e non liste bloccate).

Autenticamente proporzionale significa che il giusto equilibrio tra rappresentanza e stabilità dell’esecutivo va trovato attraverso un correttivo che eviti la frammentazione e tuteli la governabilità, senza introdurre elementi distorsivi. E cioè attraverso una soglia di sbarramento elevata, con un diritto di tribuna per chi non la raggiunge, come avviene in Germania.

In conclusione, qualunque marchingegno elettorale immaginato per dare vita a maggioranze fittizie riprodurrebbe, aggravandoli, i difetti del bipolarismo. Lo stesso vale per quella forzatura istituzionale chiamata premierato, a cui si vorrebbe abbinare l’espediente ipermaggioritario. Nella cosiddetta Seconda Repubblica alle leadership politiche sono mancate cura dell’interesse generale e visione del futuro, non poteri formali. Perciò non serve gonfiare artificiosamente questi ultimi per supplire alle carenze delle prime. Gli ibridi non funzionano.

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