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Italia ventre molle della propaganda putiniana?

Russia Angola

L’intervento di Giorgio Provinciali

Il novero dei giornalisti che scelgono di abbandonare i salotti televisivi si arricchisce ogni giorno di un nome importante: Giuliano Cazzola, Vladislav Maistruk, Rula Jebreal, Nathalie Tocci, Andrea Gilli e Nona Mikhelidze hanno declinato l’invito a presenziare in trasmissioni televisive in cui era stato proposto di confrontarsi con esponenti di un’ideologia ritenuta in Occidente unanimemente da condannare e stigmatizzare, tranne in Italia.

Tutte queste autorevoli voci scelgono di non partecipare a quello che non ritengono essere giornalismo ed informazione, ma al contrario spettacolarizzazione della guerra e propagandismo. Esattamente come non hanno accettato di confrontarsi con “stregoni” in tempo di pandemia (Jebreal, 2022).

Gesti che assumono più valore perché non sono espressione di abbandono urlato, ma discorsi pacati e sottovoce, ragionamenti che calzano in maniera evidente la situazione che si è venuta a creare.

Nonostante l’invito della UE a non eludere le sanzioni sulla propaganda russa, le Reti televisive nostrane danno ampissimo spazio a giornalisti russi e filorussi, che affermano di non essere invitati altrove se non nei salotti italiani. Un ex corrispondente italiano, ospite fisso di alcuni talk-show, è autore di quella ricostruzione degli eventi di Bucha, smentita dai fatti, dalle intercettazioni, dalle testimonianze e a più riprese anche dal New York Times anche con l’ausilio delle immagini satellitari fornite da Maxar Technologies®, ma ribadita più volte dallo stesso Lavrov, pure durante l’intervista senza contradditorio andata in onda proprio sulle Reti televisive italiane. Lo stesso corrispondente, a cui è stato dato ampio spazio su televisioni, giornali e blog, si è lanciato in altre mirabolanti congetture di chiara ispirazione filorussa ed antioccidentale, sempre puntualmente smentite. Altri giornalisti italiani si sono spinti oltre, parlando addirittura di “fiction”. Tutto questo delinea un quadro atipico nel panorama europeo, corroborato da sondaggi, costantemente in televisione, che riportano l’opinione pubblica sempre più a sfavore dell’invio di armi verso l’Ucraina e molto critica in materia sanzionatoria verso la Russia.

Il rapporto di maggio della Commissione Europea, che periodicamente inquadra nel cosiddetto “Eurobarometro” l’andamento dell’opinione pubblica sulla base di sondaggi a copertura molto ampia di ciascuno dei Paesi della UE, però, delinea un quadro molto differente: l’84% degli italiani (media in assoluto più alta in tutta la UE) cerca d’informarsi almeno una volta al giorno. Il 59% (anche questa volta valore più alto nella UE) dichiara di confrontarsi con amici una o più volte al giorno circa la situazione in Ucraina. Il 78% approva le sanzioni imposte dalla UE alla Russia, e in egual misura quelle rivolte agli oligarchi russi. Il 59% approva l’invio di armi a sostegno della popolazione ucraina. Il 92% è favorevole anche al supporto umanitario. Il 63% non vuole vedere media russi di proprietà statale riprodotti sulle piattaforme UE. Il 61% ritiene autorevoli le Autorità italiane come fonte d’informazione. Solo il 46% ritiene i giornalisti una fonte attendibile d’informazione e solo il 22% ritiene lo siano i social media. A tal proposito, uno studio[13] eseguito dall’ ISD – Institute for Strategic Dialogue sottolinea come la diffusione sui social network di post mirati ad alimentare dubbi circa la veridicità delle immagini inerenti il massacro di Bucha veda l’Italia al primo posto, provocando un totale ribaltamento della realtà.

Dunque, il quadro delineato dal sondaggio periodico ufficiale della Commissione Europea, condotto su vasta scala, è molto diverso da quello che viene passato dalle televisioni in Italia.

Non per niente, alcune autorevoli testate di geopolitica internazionale stanno alzando l’allerta in tal senso, indicando che la Russia sta di fatto vincendo la guerra della disinformazione in Italia (Decode39, 2022).

Questo forse aiuta a comprendere meglio come mai molti autorevoli giornalisti, spesso con carriere prestigiose alle spalle, ritengano più opportuno non associare la propria immagine ad uno spettacolo diseducativo e pericoloso, che non rispecchia il sentimento e la volontà popolare e dal quale rimarcano, talvolta anche con gesti plateali, la loro volontà di dissociarsi.

 

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