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Vi spiego obiettivi e sfide del piano di Meloni in Algeria. Parla Pelanda

Algeria

Il “piano Mattei” di Meloni per l’Algeria e il Mediterraneo deve garantire all’Italia la sicurezza sulle forniture e i prezzi dell’energia. Francia e Germania battono i piedi, ma non si intromettono; gli Usa, invece, danno l’ok. Conversazione di Startmag con il professor Carlo Pelanda

 

La visita di Giorgia Meloni in Algeria, iniziata domenica, riprende quelle di Mario Draghi e servirà a realizzare un “piano Mattei” per il Mediterraneo meridionale e orientale. Quali sono gli obiettivi profondi di questa visione, e i rischi? Il resto d’Europa e gli Stati Uniti come vedono l’ambizione italiana di diventare un hub del gas?

A queste e altre domande ha risposto Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di Geopolitica economica all’Università degli Studi Guglielmo Marconi, in questa intervista con Startmag.

Giorgia Meloni vuole realizzare una partnership strategica, un “piano Mattei”, con l’Algeria e non solo. Quali sono gli obiettivi del governo?

La strategia sull’Algeria consiste nell’approfondire le relazioni e trovare un modo indiretto per tenere il prezzo del gas più basso possibile. La linea generale è quella seguita dalla politica estera italiana fin dagli anni Cinquanta: cercare di avere buoni rapporti con tutte le nazioni costiere del Mediterraneo. In questo caso specifico c’è però un’enfasi maggiore per via della necessità di sostituire il gas russo.

Roma ricerca una situazione di equilibrio, in modo da non creare un’eccessiva dipendenza bilaterale. L’Algeria è certamente il partner privilegiato, però l’Italia ha mostrato di saper concordare nuove forniture con l’Egitto e con Israele, ad esempio. In sostanza, l’Italia vuole avere buoni rapporti con tutti i paesi costieri del Mediterraneo; ma vuole anche segnalare loro di avere delle alternative nelle relazioni.

Dietro a questi movimenti c’è dunque la volontà di mettere in sicurezza il bacino del Mediterraneo, un obiettivo perseguito da decenni. L’elemento di novità sta nella ricerca di un prezzo competitivo per il gas via tubo: è questo l’aspetto più importante.

Come giudica invece la visita di Meloni alla nave della Marina militare?

Le questioni navali sono perlopiù una dimostrazione di forza: servono all’Italia per dimostrare di essere una potenza militare e per affermare una sua presenza nel Mediterraneo.

Quali possono essere i rischi di un avvicinamento forte dell’Italia all’Algeria, considerati i rapporti piuttosto stretti che questo paese ha con la Russia?

L’approccio negoziale italiano con l’Algeria prevede una focalizzazione sugli interessi economici comuni, sul business, senza i rischi connessi a uno schieramento politico.

Anche per gli algerini, peraltro, poter contare su delle relazioni bilaterali profonde con un paese stabile come l’Italia è un grande vantaggio. Algeri non ha relazioni meravigliose con i paesi arabi, specialmente con il Marocco e l’Arabia Saudita: quest’ultima, in particolare, non gradisce l’autonomia algerina su petrolio e gas né il suo sistema laicizzato rispetto all’Islam wahhabita di Riad.

È vero poi che l’Algeria ha interesse a entrare nei BRICS, ma su spinta cinese: la Cina vuole espandersi in Algeria e compete con Mosca per il predominio su questo paese. E se è vero che Gazprom è molto presente nel paese, d’altra parte la discutibile qualità degli armamenti russi spinge il governo algerino a guardarsi altrove.

Ci sono dei paesi, in Europa, contrari a questi movimenti italiani?

Francia e Germania non sono contente dei progetti italiani per la creazione di un hub del gas. Parigi sta lavorando a un gasdotto con la Spagna, che riceve molto gas liquido; ha firmato un trattato di condivisione energetica con la Germania e a breve riaprirà la sua flotta nucleare. Vorrebbe fare di più nel Mediterraneo, ma non ha forza sufficiente a causa dei guai interni.

Berlino, invece, ha costruito dei rigassificatori in pochi mesi e sta negoziando un tubo per il trasporto dell’idrogeno dalla Norvegia.

Francia e Germania, insomma, vorranno il dominio energetico per loro e cercheranno di minimizzare il vantaggio politico dell’Italia. Pur non essendo contente dell’ambizione italiana per l’hub del gas, però, non remeranno nemmeno contro.

Quanto all’Italia, la sua politica mediterranea deve servire innanzitutto al raggiungimento della sicurezza energetica a prezzi bassi. Roma deve pensare prima a questo, accelerando anche sull’idrogeno, sul biogas e sulla produzione nazionale di petrolio e gas. Poi, eventualmente, potrà essere una fornitrice di energia a una porzione dell’Europa dell’est e dei Balcani.

E gli Stati Uniti cosa pensano?

L’approccio italiano all’Algeria è stato concordato con gli Stati Uniti, che hanno ripreso una forte penetrazione in Africa. L’Italia ha saputo ritagliarsi un’unilateralità nella “operazione africana” di Washington, accordandosi con l’America.

Lucio Caracciolo ha detto che il piano per rendere l’Italia un hub europeo del gas non piace agli Stati Uniti, perché pensano che i gasdotti dal Sud Europa rappresentino una porta di ingresso del gas russo, o comunque legato alla Russia. Lei cosa ne pensa?

Caracciolo dice bene: l’interesse degli Stati Uniti è rendere l’Unione europea dipendente dal GNL americano. È quindi probabile che all’America non piacciano i gasdotti perché riducono le possibilità di penetrazione del suo combustibile.

Tuttavia, per quanto Washington possa non gradire una dipendenza energetica eccessiva dell’Europa dalla costa meridionale del Mediterraneo, deve tenere conto del fatto che se vuole realizzare un’operazione robusta in Africa avrà bisogno di alcuni paesi europei. È evidente, allora, che Stati Uniti e Italia si sono parlati.

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