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Che cosa non è chiaro nella posizione dell’Italia su 5G, Cina e Wind3

di

Dpcm

L’intervento di Marco Mayer su 5G, Cina e dintorni

Per un buon utilizzo degli oltre 200 miliardi – destinati all’Italia dal Recovery Fund della UE – il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (per il ruolo che lui stesso si è attribuito di avvocato del popolo) dovrebbe indicare tra le priorità fondamentali del Governo due obiettivi strutturali strettamente intrecciati:

a) proteggere dalle intrusioni di governi stranieri, attori ostili e organizzazioni criminali i dati dei cittadini italiani (a partire da quelli sanitari); oltre ai dati personali il governo dovrà ovviamente mettere in sicurezza l’insieme del patrimonio informativo di carattere scientifico, militare e industriale della Nazione. Sotto questo profilo un particolare rilievo assume la tutela delle aziende del Mezzogiorno che operano in un ambiente digitale fragile e particolarmente vulnerabile a traffici illeciti, reati di cybercrime, usura, acquisizioni societarie sospette tramite cyber currencies, via darkweb, ecc.

b) tutelare le aziende industriali italiane penalizzate dal grave gap digitale e di infrastrutture di telecomunicazione che si è accumulato in questi anni. Gli imprenditori italiani stanno pagando a caro prezzo i notevoli ritardi in materia di banda ultralarga per la telefonia fissa e per quella mobile (5G).

Proteggere i dati degli italiani è molto difficile per tanti motivi. L’innovazione tecnologica procede a tale velocità che le contromisure tecniche in materia di Cybersecurity – oltre ad essere molto costose – tendono più a rincorrere che a prevenire le intrusioni ostili nei sistemi informatici e nelle reti.

Per tratteggiare un quadro completo dell’insicurezza informatica dell’Italia si deve aggiungere un macroscopico problema di carattere politico-commerciale che si somma alle difficoltà tecnologiche.

Da quasi un decennio è via via cresciuta la presenza nel mercato italiano di imprese high tech cinesi; oggi essa ha assunto davvero una notevole consistenza. Basti pensare alle molteplici attività di colossi vendor/fornitori come Huawei e Zte, a gestori come Wind3/Hutchinson, a operatori di data center come Insput, a prodotti di consumo come Xiaomi, per non parlare di Tik Tok tanto diffusa tra i teenagers, ecc..

È bene chiarire che i rischi non derivano tanto da comportamenti scorretti delle singole imprese (oggi soprattutto concentrati in Africa), ma dagli obblighi informativi (verso le autorità di Pechino) che ben quattro leggi cinesi in materia di sicurezza nazionale varate negli ultimi anni impongono alle aziende tecnologiche che operano fuori dei confini del Dragone.

Per inciso dal giugno scorso – per le note ragioni – esse includono anche quelle di Hong Kong, con conseguente rottura di delicati equilibri politici, economici e finanziari in essere dal take over del 1997.

Alle vulnerabilità tecnologiche e organizzative si aggiunge pertanto in Italia (e non solo) un rischio sistemico di interferenza straniera rispetto alla sovranità costituzionale e al diritto dell’Unione Europea.

Alla base di queste scelte cinesi (che producono paradossalmente un’oggettiva interferenza negli affari interni delle nazioni che la politica estera cinese condanna in continuazione) non c’è soltanto la preoccupazione connessa alla Sicurezza Nazionale, ma qualcosa di ben più profondo, che attiene al rapporto tra cittadini e Stato.

Si tratta di una visione culturale che differenzia la tradizione e la sensibilità di quel grande paese rispetto agli Stati storicamente influenzati dai valori dell’Illuminismo. Un adeguato approfondimento di questo aspetto ci porterebbe lontano, ma in questa sede è sufficiente far cenno ad un tema importante: la violazione della privacy. Al contrario di quanto si pensi, in Cina la tutela della privacy è un tema molto discusso e sentito, ma solo in riferimento alle intrusioni delle aziende private e/o di privati nella vita dei cittadini.

Il ruolo “invasivo” dello Stato e del Partito – viceversa – è largamente accettato come dimostra la tolleranza verso la censura pubblica di WeChat e ancor più l’accettazione del “Social Credit System“: programma di sorveglianza di massa con cui le autorità pubbliche premiano o sanzionano i comportamenti dei cittadini tramite il controllo h24 dei loro smartphone e di centinaia di milioni di videocamere.

Gli obblighi informativi che vincolano le aziende cinesi per molto tempo sono rimasti nell’ombra, conosciuti soltanto da una ristretta cerchia di addetti ai lavori: sinologi e ambienti di intelligence e security aziendale.

Nella generale ignoranza di questi aspetti in Italia (e non solo) ha prevalso un atteggiamento di grande apertura alle aziende tecnologiche cinesi.

Negli ultimi sette o otto anni la convenienza di prezzo, il miglioramento delle prestazioni tecniche, le gare Consip al ribasso per la PA (oltre alla consistenza di investimenti in marketing, PR, lobbying e pubblicità da parte delle imprese del Dragone) hanno prodotto una costante crescita delle quote di mercato di cellulari, sistemi di video camere, tecnologie sofisticate, componentistica e servizi di gestione della telefonia come nel caso di Wind3. Più in generale, la crescita delle importazioni dalla Cina è stata molto superiore a quella delle esportazioni italiane in Cina e non solo in campo tecnologico.

Beppe Grillo e il M5S sono stati gli alfieri più noti delle ragioni di Pechino, ma sin dall’epoca del Governo Monti in parlamento vi è stata una attenzione trasversale.

Indicativa la proposta di Grillo per una rete unitaria a guida pubblica.

Dopo settimane di tensione due giorni fa la svolta: la proposta Grillo è stata bocciata. In un vertice di maggioranza si è deciso un percorso diverso con il coinvolgimento di TIM, la Cassa Depositi e Prestiti e il fondo americano KKR (noto per la presenza del Generale Petreaus ex direttore della CIA e di Diego Piacentini, già vicepresidente di Amazon).

Parteciperanno anche al progetto Fibercop – sotto diverse forme – Tiscali e Fastweb.

È solo il primo passo, resta da chiarire il futuro ruolo di Open Fiber, ma come ha scritto Nicola Porro quello che è certo è che Grillo non ha ottenuto quello che voleva. La sconfitta di Grillo facilita notevolmente la possibilità del MEF di ottenere risorse dal Recovery Fund della UE per la rete unica.

Ma non è condizione sufficiente. Devono infatti realizzarsi due obiettivi:

a) razionalizzare l’organizzazione delle infrastrutture e delle reti fisiche e logiche del cyberspace (“rete unica”) anche per favorire una piattaforma comune – o meglio level playing field – per il mercato digitale europeo;

b) promuovere la massima competizione prezzo/qualità tra i gestori a vantaggio dei consumatori.

Il Ministro Roberto Gualtieri ha pertanto notevoli possibilità di ottenere i finanziamenti per il potenziamento della connettività, delle infrastrutture digitali, della connettività e della loro messa in sicurezza.Tuttavia non c’è bisogno di essere studiosi di Scienza Politica ed in particolare di Public Policy per sapere che la razionalità dei progetti è spesso inversamente proporzionale alle possibilità di una loro concreta realizzazione.

Basti pensare che, nonostante la nota convenienza della “interconnettivita energetica” (risparmio e riduzione della dipendenza straniera), gli Stati membri della UE hanno preferito trattare bilateralmente da posizioni assai più deboli con la Russia, l’Azerbaijan, l’Algeria, la Nigeria, la Libia, ecc… Anche se “l’ unione fa la forza”, la complessa articolazione degli interessi prevale spesso su un approccio razionale, ma astratto.

Come abbiamo già visto, nelle telecomunicazioni e nelle tecnologie digitali la competizione è fortemente influenzata da fattori politici e comunque “extra economici”. In questa prospettiva una positiva combinazione tra interesse nazionale e graduali aggregazioni di altri soggetti pubblici e privati europei (con chi ci sta) sembrerebbe la via più intelligente da percorrere.

Difficile al momento prevedere lo sbocco anche perché altre grandi partite sono aperte – in primis il futuro di BT Group (convenzionata con la nostra Consip per la PA) su cui si rincorrono da giorni voci di un interesse di Deustche Telekom.

Ma cosa fare nel frattempo? Nel comparto delle telecomunicazioni i governi Conte non hanno mai esercitato il veto del “Golden Power” (per acquisizioni e contratti di forniture) per bloccare gli accordi in essere con aziende cinesi nelle gare per le frequenze e nelle sperimentazioni del 5G. Sinora si sono sempre approvate con prescrizioni le iniziative notificate.

Ma sotto questo profilo (come ha sottolineato Startmag) il Dcpm approvato dal Presidente del Consiglio il 7 agosto e relativo all’accordo TIM/Huwaei contiene una novità molto particolare. Mi riferisco alla seguente prescrizione nei confronti di TIM (il soggetto notificante): “i fornitori si obblighino a informare tempestivamente la società notificante nei casi in cui sussistano ragionevoli indicazioni circa l’inadempimento nel caso in cui autorità governative estere o comunque terzi siano venuti a conoscenza di dati e informazioni comunque acquisiti in relazione all’operazione notificata”.

Nel testo del Dcpm si afferma inoltre che l’azienda notificante deve comunicare entro 60 giorni il rispetto di queste prescrizioni. TIM entro il 7 ottobre dovrebbe confermare che Huwaei non ha condivido alcuna informazione con le autorità governative cinesi? Come fa TIM a verificarlo? O forse Huawei dovrebbe dichiarare che disattende le normative del suo paese? Si tratta di una prescrizione assai anomala in termini di diritto amministrativo. Certo, per il Governo è comodo delegare a TIM la responsabilità della dichiarazione di non coinvolgimento di governi stranieri, ma paradossale è che per TIM sarebbe impossibile dimostrare anche il contrario. Come potrebbe TIM essere sanzionata per dichiarazione mendace?

La supposizione che possiamo formulare è che il 7 agosto, in un momento di stallo politico, il Presidente del Consiglio con il suo Dcpm abbia fatto ricorso ad una prescrizione non verificabile forse a fini “dissuasivi” per scoraggiare il ricorso di TIM a forniture cinesi. Ma è solo una congettura.

Rumours da Palazzo Chigi (che non sono in grado di controllare) raccontano che la prescrizione del 7 agosto dovrebbe diventare la formula giuridica di rito da ripetere nell’istruttoria di future notifiche analoghe.

Sarà davvero cosi? Non mi sembra una buona idea. Sarebbe molto meglio che l’avvocato Conte lasciasse perdere prescrizioni giuridico amministrative ambivalenti e assumesse su di sé una scelta politica netta come si addice ad un capo di governo.

La posta in gioco è troppo importante. La dimensione digitale è strategica per il futuro dell’economia e di tutta la società italiana. I cittadini si aspettano che il Presidente del Consiglio dica con chiarezza che il Governo promuoverà una nuova Rete pienamente coerente con i valori della comunità euro-atlantica di cui l’ Italia fa parte. Piaccia o non piaccia ai 5 Stelle.

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