La morte dell’ayatollah Ali Khamenei ha aperto una crepa profonda nella storia della Repubblica islamica.
In sole 48 ore l’Iran ha visto scene contrastanti: folle in lutto che piangono il leader supremo, e gruppi più piccoli – ma rumorosi – che festeggiano in strada la fine di un’epoca repressiva.
Le autorità si sono mosse con rapidità per scongiurare il vuoto di potere, mettendo in piedi un consiglio di transizione e preparando la scelta della nuova Guida suprema.
Ma sotto la superficie l’atmosfera resta tesa: la gente oscilla tra speranza e paura, le forze di sicurezza stringono i ranghi e il Paese, già martoriato da bombardamenti e proteste passate, si chiede se questo sia l’inizio di un cambiamento o di un caos peggiore.
IL CONSIGLIO DI TRANSIZIONE: CONTINUITÀ A TUTTI I COSTI
Le istituzioni iraniane non hanno perso un minuto. Come riferisce Al Jazeera, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha annunciato che è già operativo un Consiglio temporaneo di tre membri.
In esso figurano il presidente riformista Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e il giurista del Consiglio dei Guardiani Ayatollah Alireza Arafi (nella foto). Tocca a loro tenere le redini del paese fino alla nomina del nuovo leader supremo.
Il New York Times cita Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, che in un discorso in tv ha invocato l’unità nazionale ricordando come l’Iran abbia resistito persino alle invasioni mongole.
Bloomberg sottolinea che Larijani, figura pragmatica e sempre più influente dopo le riorganizzazioni seguite agli attacchi di giugno 2025, sta emergendo come uno dei veri registi di questa fase delicata.
Reuters aggiunge che anche il presidente del parlamento Mohammad Baqer Qalibaf potrebbe giocare un ruolo di cerniera tra moderazione e pugno duro.
VERSO LA NUOVA GUIDA SUPREMA
La Costituzione affida la scelta del successore all’Assemblea degli Esperti, gli 88 chierici eletti ogni otto anni.
Come spiega la BBC, Arafi è stato nominato leader ad interim, ma la vera elezione potrebbe slittare per ragioni di sicurezza in piena guerra.
Araghchi, intervistato da Al Jazeera, si è detto ottimista: “Forse tra uno o due giorni avremo un nuovo leader”, ha detto, mentre il paese entra nei 40 giorni di lutto ufficiale.
PBS ricorda che è solo la seconda transizione dalla rivoluzione del 1979: l’ultima volta, nel 1989, fu proprio Khamenei – allora un chierico di secondo piano – a succedere a Khomeini.
Tra i nomi che circolano c’è Mojtaba Khamenei, il figlio 56enne della defunta Guida, anche se un passaggio dinastico rischierebbe di scatenare polemiche persino tra i fedelissimi del regime, come nota PBS.
Reuters aggiunge che Khamenei aveva cercato di pilotare la successione nominando in anticipo figure come Mohseni-Eje’i e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica, ma la guerra potrebbe imporre soluzioni più improvvisate.
LA MORSA DELLA SICUREZZA
Le forze di repressione non hanno mollato la presa. Il New York Times ha visto con i propri occhi un SMS arrivato domenica mattina a milioni di cittadini da un numero verificato dei Guardiani della Rivoluzione: “Qualsiasi azione che turbi la sicurezza sarà considerata collaborazione con il nemico e affrontata con il pugno di ferro dell’intelligence”.
I Basij, la milizia volontaria forte di circa un milione di uomini, sono stati schierati in massa attorno a Teheran: basta il loro arrivo per far svanire in pochi minuti le piccole feste di strada.
Come scrive ancora il Nyt, citando Ellie Geranmayeh dell’European Council on Foreign Relations, la repressione brutale delle proteste di gennaio – con migliaia di morti – lascia poco spazio a illusioni: in tempo di guerra la risposta sarà ancora più dura.
Bloomberg conferma l’inasprimento della sicurezza nelle città, con paramilitari e polizia armata ovunque, mentre Reuters sottolinea che i Guardiani della Rivoluzione restano il vero pilastro del regime e non sembrano intenzionati a mollare.
UNA POPOLAZIONE DIVISA
Le reazioni in strada raccontano un paese spaccato in due. Il Guardian descrive piazze di Teheran piene di gente in nero che piange Khamenei e grida “morte a Israele” e “morte all’America”, ma anche video virali di clacson, fuochi d’artificio e balli sui balconi.
Nazanin, 24 anni, racconta lacrime di sollievo per le vittime delle proteste, mentre una studentessa ferita a gennaio confessa al Guardian: “Oggi il mio desiderio di vendetta si è avverato”.
Il New York Times riporta testimonianze simili: Arian, un residente della periferia di Teheran, ha visto gente cantare dalle finestre, ma tutti scappare all’arrivo dei Basij.
Payman, un imprenditore di Teheran intervistato dal Nyt, sintetizza il sentimento di tanti: “La gente vuole solo una vita normale: famiglia, lavoro, pace. Se arrivasse un accordo che alleggerisse le sanzioni, in molti smetterebbero di chiedere rivoluzioni”.







