Sono passati appena dieci giorni dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran e già tra Washington e Tel Aviv si intravede una crepa profonda.
Gli americani, stretti tra un’opinione pubblica sempre più scettica e un’impennata del petrolio che minaccia l’economia, sembrano voler chiudere presto la partita. Israele invece vuole prolungare il conflitto e approfittarne per lasciare Teheran permanentemente indebolita.
Al centro di tutto c’è lo Stretto di Hormuz, chiuso quasi del tutto, e il prezzo del greggio che diventa l’ago della bilancia tra i due alleati.
QUALI SONO LE DIVERGENZE TRA USA E ISRAELE SULL’IRAN
Fin dai primi giorni la divergenza è emersa con chiarezza. Trump, incalzato da un’opinione pubblica americana che boccia l’intervento (53% secondo Quinnipiac), ha detto a CBS News che la guerra è “praticamente finita”, smentendo le promesse di una campagna lunga fatte insieme a Netanyahu.
Israele invece non si accontenta di una vittoria tattica: vuole un Iran duramente ridimensionato per anni, una linea che Tel Aviv applica da tempo in Siria e altrove.
Come spiega Michael Singh del Washington Institute sul Times of Israel, “gli Stati Uniti possono ritirarsi quando vogliono; Israele deve restare qui”.
Persino Lindsey Graham, storico falco repubblicano, ha chiesto a Israele di scegliere con più attenzione i bersagli, dopo che un attacco ai depositi di carburante ha avvolto Teheran in una nube tossica.
LE OSCILLAZIONI DI TRUMP
Le parole del presidente oscillano come un pendolo. Al mattino rassicura CBS News: la guerra è “molto completa”, gli Usa sono “lontano avanti sui tempi”. Nel pomeriggio, davanti ai deputati repubblicani, promette di non mollare finché l’Iran non sarà “totalmente sconfitto”.
Ma è il Financial Times a raccontare il contesto: il Brent ha sfiorato i 120 dollari, i mercati sono andati in tilt e i ministri del G7 si sono riuniti in emergenza. Trump ha poi provato a calmare gli investitori insistendo che il conflitto finirà “molto presto” e che i rincari sono “artificiali”.
Ma la minaccia resta pesante: se Teheran tocca ancora il petrolio, “saranno colpiti venti volte più forte”.
DOSSIER PETROLIO
Il greggio è diventato il vero protagonista di questo conflitto. Bloomberg racconta che Trump valuta di scortare i tanker bloccati nello Stretto di Hormuz con la Marina, di voler sospendere alcune sanzioni petrolifere e di fare altre mosse per frenare i prezzi.
CNN avverte: con lo Stretto bloccato, il 20% del petrolio mondiale non passa più e già Kuwait, Iraq ed Emirati chiudono pozzi per mancanza di stoccaggio. Il rischio è un buco di offerta globale difficile da colmare.
Trump sa che i prezzi alla pompa pesano tantissimo in vista delle elezioni di midterm di novembre: ha definito 100 dollari al barile un “prezzo piccolo” per eliminare la minaccia nucleare iraniana, ma il messaggio implicito è chiaro – non possiamo permetterci mesi di guerra se l’economia globale crolla.
LA RESISTENZA DELL’IRAN
Teheran ha scelto la strada opposta: logorare l’avversario. Reuters spiega che l’IRGC punta a far male economicamente colpendo infrastrutture nel Golfo e tenendo chiuso lo Stretto, nella speranza che Washington ceda per prima sotto il peso dei rincari.
La nomina di Mojtaba Khamenei a leader supremo è stata un gesto di sfida e di continuità. L’Iran ha dichiarato che “sarà lui a decidere quando finisce la guerra” e che non lascerà passare “nemmeno un litro” di petrolio verso i nemici.
Con missili e droni ancora disponibili per settimane, Teheran trasforma il conflitto in una gara di resistenza. Chi molla per primo?
SCENARI E INTERROGATIVI
Trump deve bilanciare la promessa di vittoria totale con il rischio di recessione e il fastidio elettorale. Netanyahu dipende dal sostegno americano, ma potrebbe vedersi imporre una fine anticipata.
Come nota Aaron David Miller sul Times of Israel, il peso di Trump su Netanyahu oggi è più forte che mai.
Lo Stretto di Hormuz resta il nodo cruciale: la Marina Usa studia un’operazione di scorta ad altissimo rischio, ma senza garanzie di sicurezza i tanker non ripartono. Chi cederà per primo – Washington schiacciata dai prezzi o Teheran esausta militarmente – deciderà non solo la fine di questa guerra, ma anche il volto del Medio Oriente nei prossimi anni.
Per ora il conflitto resta in bilico, tra proclami di trionfo e la dura realtà di un’economia globale sotto stress.







