Mondo

Vi spiego la guerra anche finanziaria fra Stati Uniti e Iran

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

 

Non sono le petroliere sequestrate, quella iraniana nello stretto di Gibilterra e per ritorsione quella britannica nello Stretto di Hormuz, a marcare una differenza sostanziale rispetto alle precedenti situazione di massima tensione nei rapporti con l’Iran. Ne abbiamo viste di tutti i colori, a partire dai 52 americani tenuti in ostaggio nella Ambasciata americana assediata a Teheran nel 1980 e poi trattenuti per 444 giorni.

Le vicende di questi ultimi mesi non riguardano tanto la nuova prova di forza degli Usa nei confronti di Teheran, con una escalation di sanzioni che ha pochi precedenti, quanto l’emersione di un conflitto globale in materia di piattaforme che consentono le transazioni finanziarie internazionali e di una distanza che sembra ormai quasi incolmabile, tra gli Usa da una parte e l’Europa dall’altra, sui seguiti da dare al Trattato JCPOA del 2015, e da cui il Presidente americano Trump ha deciso unilateralmente il recesso nel 2018.

Francia, Germania e Regno Unito marciano all’unisono: nella Persia sono di casa. La Storia ha superato definitivamente la temporanea cesura dei due blocchi antagonisti, che non è durata neppure per tutta la seconda metà del Novecento. L’Unione europea è un soggetto politico, in quanto sempre più sottende la convergenza di alcuni specifici interessi nazionali.

L’America di Trump sta dimostrando ancora quasi intatta la capacità di dominare il mondo globalizzato attraverso il controllo delle transazioni finanziarie, che passano sul sistema SWIFT, ed attraverso la estensione automatica delle sanzioni ai Paesi terzi che non si adeguano alle sue decisioni, escludendoli a loro volta dalla possibilità di continuare ad avere relazioni commerciali e finanziarie con gli Usa. Nessuno si può permettere tanto.

Il primo nodo riguarda la realizzazione di piattaforme alternative per le transazioni commerciali internazionali: mentre l’Ue sta cercando di allentarlo, parzialmente e limitatamente alla questione iraniana, Cina e Russia hanno deciso di reciderlo nettamente, già da tempo, non solo nell’ambito dei rapporti bilaterali ma in prospettiva anche nell’ambito del Gruppo BRICS.

Il secondo nodo riguarda l’uso nelle transazioni di una moneta alternativa al dollaro. Anche l’uso della valuta americana può arrivare ad essere inibito: chi detiene dollari ne ha il possesso e la disponibilità, ma essi rimangono sempre di proprietà del governo americano. L’Europa ha a disposizione l’euro, una alternativa valida e credibile al dollaro. Per lo yuan, invece, il cammino per farne una moneta di riferimento per le transazioni internazionali sarà ancora lungo.

Le sanzioni comminate dagli Usa nei confronti dell’Iran sono dunque molto più aspre che in passato, in quanto non riguardano più solo l’embargo petrolifero, ma il divieto di ogni transazione finanziaria internazionale, che si estende anche ai Paesi terzi che intrattengono rapporti con Teheran. Le reazioni ci sono state, ma non sono all’altezza della sfida americana: dal 29 giugno, per cercare di aggirare questa sanzione che impedirebbe anche ai Paesi aderenti alla Ue di continuare a commerciare con Teheran, la componente europea del Gruppo E3+2 ha annunciato la adozione di una apposita piattaforma, INSTEX, che consente gli scambi con l’Iran utilizzando come moneta di rifermento l’euro. Per non incappare nella estensione delle sanzioni americane in materia di transazioni finanziarie, si è deciso però di farne una piattaforma che consente solo lo scambio di merci contro merci. Poiché se ne esclude il petrolio, per via dell’accettazione da parte europea di questo embargo americano, l’Iran ha ben poco da offrire come export.

Ed, infatti, Teheran ritiene questo strumento assolutamente insufficiente perché non comprende il petrolio, anzi lo esclude. Secondo l’Ambasciatore italiano in Iran, Giuseppe Perrone, INSTEX “da solo non è assolutamente in grado di rappresentare quel salto di qualità o di rispondere alle esigenze iraniane, che Teheran pone per poter normalizzare la situazione”. In ogni caso, rappresenta “uno strumento che ha delle potenzialità ma che non è risolutivo”.

Il sostanziale silenzio americano sul piano militare, nonostante le provocazioni in atto, dimostra la impraticabilità di un intervento armato. Meglio strangolare economicamente il regime di Teheran, per farlo scendere a patti sulla questione dell’arricchimento dell’uranio, che potrebbe servire alla realizzazione di armi atomiche, piuttosto che ripetere le esperienze dell’invasione dell’Iraq. Anche allora, Saddam Hussein era stato accusato dagli Usa di detenere “armi di distruzione di massa”: si tratta, ancora una volta, della sicurezza di Israele.

La strategia americana sembra funzionare: il presidente iraniano Hassan Rohani, parlando in una riunione del suo gabinetto, negli scorsi giorni ha affermato che “ci sono Paesi che stanno mediando tra l’Iran e le altre parti, scambi di contatti e di lettere, così che tutti sappiano che l’Iran non perderà l’opportunità di colloqui giusti e legali per risolvere i problemi. Ma non ci sederemo al tavolo della capitolazione in nome dei negoziati”. Se ci sarà una tregua nella “guerra economica” all’Iran costituita dalle sanzioni Usa, “si potrà preparare il terreno per negoziati che raggiungano una conclusione”.

D’altra parte, secondo Rohani, non c’è solo Israele a tirare le fila della strategia americana, ma anche gli avversari regionali della Repubblica islamica, tra cui l’Arabia Saudita.

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