Dopo settimane di guerra aperta, ci troviamo di fronte a una tregua fragile e apparentemente improvvisa. Ma è davvero finita o si tratta solo di una pausa tattica? In questa intervista il prof Mario Del Pero, docente di Storia Internazionale a SciencesPo, analizza cosa è cambiato davvero in questi giorni: un conflitto che doveva essere rapido ha invece rivelato le vulnerabilità di tutti gli attori in campo. L’Iran ha dimostrato di poter estendere i costi della guerra ben oltre i suoi confini, gli Stati Uniti ne escono più deboli del previsto in un anno elettorale delicato, mentre la Cina – silenziosa ma determinante – ha lavorato sottotraccia per riportare stabilità, perché il caos nel Golfo minaccia direttamente i suoi interessi strategici ed energetici. Il risultato è una finestra di opportunità stretta e incerta: utile per capire se da questa crisi potrà nascere un equilibrio diverso o se tra pochi giorni torneremo al punto di partenza.
Professore, sono davvero cessate le ostilità o tra due settimane tutto ricomincerà da capo?
Io parlerei di una finestra di opportunità che si è aperta, un’opportunità affinché i costi del conflitto diventino evidenti per tutte le parti in causa.
L’Iran ne esce con le ossa rotte?
L’Iran sembra uscirne meglio, perché ha dimostrato di disporre di strumenti per diffondere, regionalmente e globalmente, i costi del conflitto. Lo ha fatto disponendo di un asset che la guerra ha creato che è quella di bloccare Hormuz, cosa che non aveva mai fatto. Oggi siamo a negoziare il ripristino di una condizione che non c’era prima della guerra.
Certo che qualche colpo l’ha preso anche Teheran.
Senz’altro. L’Iran ha visto la sua rete industriale e infrastrutturale devastate e la sua leadership decapitata. Nemmeno i suoi attuali leader sono sicuri, tutt’altro; chiunque ha un ruolo di potere o un ruolo centrale nella gerarchia di comando è un bersaglio facilmente individuabile ed eliminabile dagli Stati Uniti o da Israele.
E l’America? Come ne esce da questa guerra?
L’America di Trump esce da questa guerra indebolita. Quella iniziata il 28 febbraio doveva essere una guerra relativamente semplice. Doveva essere una guerra in cui la decapitazione della leadership iraniana avrebbe dovuto indurre l’Iran futuro ad allinearsi oppure, diciamo così, a rinunciare a svolgere un ruolo centrale nella regione o minacciare altri paesi. Questo non è accaduto soprattutto perché, come dicevo prima, la socializzazione dei costi della guerra ha mostrato la vulnerabilità degli Stati Uniti.
Fondamentale è stata anche la questione del petrolio.
Già: stiamo parlando del famoso gallone di benzina che nell’immaginario politico statunitense ha una potenza tale che nessun altro prezzo ha quando supera i quattro dollari. Per non parlare di quando i prezzi dei generi alimentari arrivano ai livelli a cui sono arrivati. Questo ha reso l’America molto vulnerabile in un cruciale anno elettorale. Tra l’altro, la Federal Reserve non prospetta ritocchi a rialzo sui tassi di interesse. E tu politicamente ed elettoralmente ne diventi la vittima principale. Insomma, le sofferenze della guerra hanno determinato il rischio che una sua prosecuzione potesse imporre dei costi inaccettabili per Trump.
Cosa pensa della mediazione svolta dal Pakistan e soprattutto dalla Cina?
La Cina ha avuto un ruolo indiretto fondamentale, e il Pakistan è uno storico alleato della Cina. La mediazione pakistana sicuramente ha avuto molti input cinesi e si ritiene che il regime iraniano sia stato spinto ad accettare questo temporaneo accordo in virtù delle pressioni cinesi.
Quindi il merito di questa tregua va soprattutto a Pechino?
La Cina sotto traccia un ruolo sicuramente l’ha svolto e l’ha svolto credo perché la Cina è paese che ha un interesse e ha una politica orientata a preservare la stabilità, che permette alla Cina di crescere e di fare le politiche economiche a lei gradite. Pechino vuole anzitutto estendere la sua influenza globale, quindi è un Paese orientato alla stabilità. Pechino poteva ottenere solo svantaggi da questo conflitto.
Di quali svantaggi stiamo parlando?
Anzitutto, quelli derivanti dalla sua dipendenza dal petrolio del Golfo. Se il suo prezzo va fuori scala, Pechino ha certamente gli strumenti ed è attrezzata più di qualunque altro per difendersi da queste turbolenze e uscirne non ridimensionata. A giudicare però, dalle proporzioni che aveva preso questo conflitto, credo che Pechino si sia resa conto che gli svantaggi fossero superiori ai vantaggi. Tra l’altro, la guerra aveva reso più difficili i rapporti con i paesi del Golfo con cui la Cina ha relazioni molto strette.
Ci faccia un esempio.
Non dimentichiamo che è stata la Cina a mediare la distensione tra Iran e Arabia Saudita tre anni fa con uno storico incontro a Pechino. Non è tutto: la Cina ha investimenti ingenti negli Emirati Arabi Uniti. Insomma, la Cina ha interessi specifici regionali ma soprattutto l’interesse più ampio ad una stabilità che era chiaramente minacciata da quanto stava accadendo. Per questo la Cina ha giocato la sua partita.
In un modo nell’altro, c’è sempre di mezzo l’energia.
Certamente. La Cina è stata esposta ad una grave vulnerabilità, basta vedere quanto volatili siano stati i prezzi del petrolio e dei suoi derivati. Proprio tale volatilità ha fatto sì che Pechino spingesse per un ritorno alla normalità, e in questo aveva dei forti incentivi costituiti ovviamente dalle risorse energetiche: potremmo parlare di un incentivo geopolitico strategico, che è l’altra faccia della rivoluzione Green che vede Pechino in prima fila nella lotta al cambiamento climatico. La Cina ha tutto l’interesse a diventare meno dipendente da dalle fonti fossili, ma per il momento non vi può rinunciare: lo dimostra tutto quello cui abbiamo assistito e il rapido ritorno alla normalità che Pechino ha incentivato. Quindi la Cina si adopererà perché dalla tregua si passi ad una pace duratura. Pechino ha tutto l’interesse a che questa finestra non sia breve, perché poi gli effetti della guerra si riverbererebbero sulla stabilità che è condizione essenziale per la crescita perseguita da Pechino. Personalmente, tuttavia temo che per rivedere la normalità ci vorrà comunque molto tempo







