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Chi governa davvero in Iran? L’inchiesta del New York Times

Dopo la morte di Ali Khamenei, suo figlio Mojtaba è Guida Suprema solo di nome: il vero potere in Iran è passato a un collettivo di generali delle Guardie della Rivoluzione, che decidono guerra, pace e negoziati con gli Stati Uniti mentre il nuovo leader, ferito e nascosto, delega quasi tutto. L’inchiesta del New York Times.

L’Iran che emerge dopo la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei non è più quello di un tempo. Per oltre trent’anni il vecchio leader supremo aveva concentrato nelle proprie mani ogni decisione rilevante: guerra e pace, rapporti con gli Stati Uniti, strategia nucleare, nomine chiave. Tutto passava attraverso di lui.

Oggi, invece, suo figlio Mojtaba, nominato terza Guida Suprema nel marzo scorso, è una figura quasi invisibile, ferita e costretta a vivere nell’ombra. Non appare in pubblico, non parla, e le sue indicazioni arrivano al sistema attraverso canali lenti e precari.

Al suo posto ha preso forma un nuovo centro di potere, più collettivo e decisamente più militare. Sono i comandanti delle Guardie della Rivoluzione Islamica, uomini con decenni di esperienza sul campo e legami personali strettissimi con Mojtaba, a guidare ora le scelte strategiche su sicurezza, operazioni belliche e negoziati internazionali.

La Repubblica Islamica non è crollata, come qualcuno a Washington aveva sperato, ma si è trasformata in qualcosa di diverso: un sistema dove i generali, forti della loro coesione interna e della loro capacità operativa, dettano la linea con pragmatismo duro e calcolato.

Questo emerge da una dettagliata inchiesta del New York Times, basata su decine di fonti dirette all’interno del sistema iraniano, che racconta le condizioni di salute precarie del nuovo leader, il metodo quasi artigianale con cui deve comunicare, i legami di antica data che lo legano ai vertici militari, le tensioni emerse nei negoziati con gli Stati Uniti e il peso crescente di un apparato delle Guardie che non si limita più a eseguire ordini, ma li prende in prima persona.

La fonte e il metodo dell’inchiesta

L’inchiesta del Nyt si basa su un lavoro di reporting approfondito e rischioso, condotto in un contesto di grande segretezza.

I giornalisti hanno raccolto testimonianze da fonti dirette e ben informate: sei alti funzionari iraniani in carica, due ex funzionari, due membri delle Guardie della Rivoluzione, un alto religioso che conosce i meccanismi interni del sistema e tre persone vicine a Mojtaba Khamenei. A queste si aggiungono altre nove figure legate alle Guardie e al governo.

Tutti hanno parlato a condizione di rimanere anonimi, data la delicatezza degli argomenti. Le voci convergono su un quadro coerente: il nuovo leader supremo non esercita il potere assoluto del padre, e le decisioni chiave su guerra, pace e negoziati sono ormai nelle mani di un gruppo ristretto di generali esperti.

Un leader invisibile e ferito

Da quando Mojtaba è stato scelto come nuova Guida suprema, nessuno lo ha visto in pubblico né sentito la sua voce. Vive nascosto dal 28 febbraio, giorno in cui un bombardamento americano-israeliano ha colpito il compound del padre, uccidendo Ali Khamenei, la moglie e il figlio di Mojtaba.

Lui stesso è rimasto gravemente ferito. Secondo quattro alti funzionari che seguono le sue condizioni di salute, è mentalmente lucido e segue gli affari di Stato, ma le ferite sono pesanti: una gamba è stata operata tre volte e attende una protesi, una mano è stata sottoposta a intervento e sta recuperando lentamente la funzionalità, mentre il viso e le labbra riportano ustioni gravi che rendono difficile parlare.

In futuro servirà anche un intervento di chirurgia plastica. Per questo motivo evita di registrare messaggi video o audio: non vuole apparire debole o vulnerabile nel suo primo discorso pubblico. Comunica solo attraverso dichiarazioni scritte, lette in televisione o pubblicate online.

L’accesso a lui è estremamente limitato. I comandanti delle Guardie e gli alti funzionari evitano di visitarlo per non rivelare la sua posizione a possibili attacchi israeliani. Intorno a lui ci sono soprattutto medici e personale sanitario. Il presidente Masoud Pezeshkian, che di professione è cardiochirurgo, e il ministro della Salute seguono personalmente le cure.

I messaggi gli arrivano scritti a mano, sigillati in buste e passati di mano in mano attraverso corrieri fidati che viaggiano su strade secondarie, in auto o in moto. Le sue indicazioni tornano indietro con lo stesso metodo lento e prudente.

Questa combinazione di preoccupazioni per la sicurezza, ferite fisiche e difficoltà logistiche ha portato Mojtaba a delegare molte decisioni ai generali, almeno per il momento.

Il “presidente del consiglio” e il ruolo dei generali

Abdolreza Davari, ex consigliere di Mahmoud Ahmadinejad e conoscitore di Mojtaba, usa un’immagine efficace: “gestisce il paese come se fosse il presidente del consiglio di amministrazione. Si affida molto ai consigli dei membri del board, e sono loro a prendere collettivamente tutte le decisioni. I generali sono i membri del board”.

Analisti come Sanam Vakil di Chatham House e Ali Vaez dell’International Crisis Group confermano questo spostamento di potere. Mojtaba firma o approva formalmente, ma spesso si trova di fronte a decisioni già prese: i fatti compiuti gli vengono presentati pronti. Non è ancora al comando pieno; i militari dominano su sicurezza, strategia bellica e diplomazia.

Il presidente Trump ha parlato di “regime change” e di nuovi leader “più ragionevoli”. In realtà la Repubblica Islamica non è caduta. Il potere è passato a un apparato militare radicato e intransigente, mentre l’influenza ampia del clero tradizionale si sta riducendo. Le fazioni riformiste e ultrà partecipano ancora alle discussioni politiche, ma i generali dettano la linea su guerra e pace.

L’ascesa delle Guardie della Rivoluzione

Le Guardie della Rivoluzione Islamica  nacquero per difendere la rivoluzione del 1979. Nel tempo hanno accumulato potere: posti di rilievo nella politica, quote in settori economici strategici, controllo dell’intelligence e legami stretti con gruppi armati nella regione ostili a Israele e Stati Uniti. Sotto Ali Khamenei dovevano comunque sottostare alla sua volontà come figura religiosa suprema e comandante in capo. Lui li aveva rafforzati, rendendoli pilastro del suo governo.

La morte del leader il primo giorno di guerra ha creato un vuoto e un’opportunità. Le Guardie hanno sostenuto Mojtaba nella lotta per la successione e hanno giocato un ruolo decisivo nella sua nomina.

Oggi controllano leve importanti: il comandante in capo è il generale di brigata Ahmad Vahidi; il nuovo capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale è il generale Mohammad Bagher Zolghadr, ex comandante hardliner; il generale Yahya Rahim Safavi rimane consigliere militare di primo piano per padre e figlio.

Come nota Ali Vaez, “Mojtaba non è supremo nel senso in cui lo era suo padre. È subordinato alle Guardie perché deve loro la posizione e la sopravvivenza del sistema”.

I generali vedono la guerra come una minaccia esistenziale al regime. Dopo cinque settimane di combattimenti intensi, ritengono di aver contenuto il pericolo. Hanno guidato ogni scelta strategica: la chiusura dello Stretto di Hormuz, gli attacchi contro Israele e i Paesi del Golfo, il cessate-il-fuoco temporaneo, i canali diplomatici riservati e i negoziati diretti con gli Stati Uniti.

Per la prima volta generali delle Guardie hanno fatto parte della delegazione iraniana che ha incontrato il vicepresidente JD Vance a Islamabad. Il presidente eletto Pezeshkian e il suo governo sono stati messi da parte e invitati a occuparsi solo di affari interni: garantire cibo, carburante e il normale funzionamento del paese.

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che prima guidava i colloqui con Washington, è stato emarginato; al suo posto ha preso la guida Mohammad Bagher Ghalibaf, ex generale delle Guardie e presidente del Parlamento.

Legami personali

Il peso dei generali non deriva solo dalla forza istituzionale, ma anche da legami umani profondi con Mojtaba. A diciassette anni quest’ultimo si era arruolato volontario nella guerra Iran-Iraq e aveva combattuto in una brigata delle Guardie, il Battaglione Habib.

Quell’esperienza lo ha segnato e gli ha creato amicizie durature. Molti commilitoni sono poi saliti ai vertici militari e dell’intelligence. Dopo gli studi in seminario, dove ha raggiunto il rango di ayatollah, Mojtaba ha lavorato nel compound del padre coordinando operazioni militari e di intelligence, rafforzando ulteriormente quei rapporti.

Tra gli amici più stretti ci sono l’ex capo dell’intelligence delle Guardie, il religioso Hossein Taeb, il generale Mohsen Rezaei e lo stesso Ghalibaf. Per anni i tre si incontravano una volta alla settimana per pranzi di lavoro prolungati nel compound dell’ayatollah. Erano noti come il “triangolo del potere”.

Oggi questi rapporti personali fanno sì che Mojtaba e i generali si trattino da pari, non da superiore e subordinati. Come sottolinea il Nyt, si chiamano per nome.

Divisioni e tensioni interne

La politica iraniana non è mai stata monolitica: esistono strutture parallele di potere e divisioni spesso pubbliche. Anche oggi Pezeshkian e Araghchi siedono nel Consiglio di Sicurezza Nazionale. Ma sotto questa leadership collettiva sono i generali a prevalere, e al momento non ci sono segni evidenti di fratture tra loro.

Un esempio chiaro è emerso quando le delegazioni iraniana e americana si preparavano a volare a Islamabad per un secondo round di colloqui. I generali hanno bloccato tutto. Da giorni covavano divergenze su come procedere mentre Trump manteneva il blocco navale: già 27 navi iraniane erano state respinte.

I post su social media di Trump, le minacce di bombardare centrali elettriche e ponti, e il sequestro di due navi iraniane hanno convinto i generali che i negoziati fossero inutili e che Washington volesse solo una resa.

Pezeshkian e Araghchi erano di parere opposto: il primo ha messo in guardia sui danni economici e sulla necessità di alleggerire le sanzioni per la ricostruzione. C’erano anche discussioni su quanto spingere con la chiusura dello Stretto.

Hanno vinto i generali e i colloqui sono saltati. Trump ha prolungato il cessate-il-fuoco ma mantiene il blocco finché i leader dell’Iran non presenteranno una propria proposta di pace.

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