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Il taglio del numero dei parlamentari? Un misfatto. L’opinione di Cazzola

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L’8 ottobre la Camera compirà il misfatto di introdurre nella Costituzione il cosiddetto taglio dei parlamentari il cui numero sarà ridotto a 400 a Montecitorio e a 200 a Palazzo Madama. L’opinione dell’editorialista Giuliano Cazzola

 

L’8 ottobre la Camera compirà il misfatto di introdurre nella Costituzione il cosiddetto taglio dei parlamentari il cui numero sarà ridotto a 400 a Montecitorio e a 200 a Palazzo Madama (non hanno neppure avuto l’accortezza di adottare dei numeri dispari). Visto che sono contrario a questa norma – ne spiegherò i motivi – ho sottoscritto un appello promosso da ‘’+Europa’’ dal titolo ‘’Non mutilate la Costituzione’’.

So che il mio, come quello di altri, è solo un atto di testimonianza, perché l’approvazione della norma di rango costituzionale potrà contare non solo sulla maggioranza giallo-rossa, ma anche sul voto di altri gruppi che non vorranno tirarsi indietro quando si è chiamati a ‘’tagliare delle poltrone e dei privilegi’’ e a ridurre ‘’i costi della politica’’, per compiacere a un’opinione pubblica forcaiola. Ed è anche un atto tardivo perché la norma ha subito ben due letture con un intervallo di sei mesi tra la prima e la seconda, come stabiliscono le procedure di modifica della Carta costituzionale (rigida).

A dire la verità mi sentirei di giudicare il ‘’taglio’’ con maggiore benevolenza del riordino istituzionale di cui alla legge Boschi. Meglio un Senato di 200 componenti, ma con poteri pieni ed eletto, di quell’organo ridicolo, inutile e depotenziato che era previsto nella legge citata, fortunatamente bocciata nel referendum popolare.

Va, tuttavia, riconosciuto che la riforma del governo Renzi rispondeva ad un disegno organico che – piacesse o meno – trovava corrispondenza anche nella legge elettorale. Non dimentichiamo, infatti, che è stata l’impostazione delle leggi elettorali a cambiare più volte il sistema politico, fino a contrassegnare, nei fatti, il numero delle Repubbliche, pur nella sostanziale continuità dell’ordinamento costituzionale.

La nuova norma che la nuova maggioranza ha ereditato da quella precedente, imposta ad ambedue gli alleati succedutisi nel (breve) tempo, dal M5S, è una specie di salto nel buio, perché, il profilo istituzionale che ne scaturirà dipenderà molto da come sarà cambiata la legge elettorale, in senso maggioritario oppure proporzionale.

Soprattutto al Senato – sottolinea +Europa – avrebbe accesso un numero minimo di forze politiche, sacrificando, così, la rappresentanza di ampie porzioni del corpo elettorale. Il che, aggiungiamo noi, potrebbe pure produrre una maggioranza diversa nelle due Camere.

Sempre sul piano tecnico-giuridico vi sarebbero altre critiche da fare, come, ad esempio, la mancata riduzione del numero dei rappresentanti dei Consigli regionali chiamati a partecipare all’elezione del Capo dello Stato. Si tratta di aspetti che vanno colmati rapidamente, attraverso misure adeguate, a partire da una nuova legge elettorale.

Ma proprio qui casca l’asino, perché è dubbio che si possano raggiungere le convergenze necessarie; poi c’è di mezzo – se sarà ammesso dalla Consulta – il requisito referendario promosso dai Consigli regionali dominati dalla Lega. Sarà in grado la maggioranza di tappare questi buchi nell’ordinamento e soprattutto ne avrà il tempo? Ma – per quanto gravi – non sono quelli tecnici gli aspetti di cui il Paese dovrebbe vergognarsi. E’ la logica che ispira siffatto provvedimento (come del resto anche la riforma Renzi-Boschi) a destare preoccupazioni, tanto più serie nella misura in cui esse non sono avvertite, come meriterebbero, dall’opinione pubblica.

Le istituzioni della democrazia vengono considerate un “costo’’, un “privilegio”, un fenomeno da limitare e circoscrivere, nella sua potenzialità di fare danni ai cittadini. Se è vero – come scrisse Piero Calamandrei – che una Costituzione nasce sempre da un atto di rottura polemica con il regime precedente, quella del 1948 era figlia dell’antifascismo e della lotta per la democrazia. Da dove provengono invece le modifiche (al pari di quelle bocciate dagli italiani nel 2016) che i pentastellati riusciranno a realizzare nelle prossime ore?

Le loro radici sono nell’antipolitica, si alimentano con la subcultura della denuncia della ‘’casta’’, che ha fatto la fortuna di tanti libri e di un numero ancora maggiore di talk show, da cui si è alimentato un clima mediatico-giudiziario che ha indotto la classe politica stessa a suicidarsi, a sottoporsi inerme e indifesa alla gogna, a rinunciare spontaneamente alle risorse pubbliche che erano previste per assicurare l’esercizio libero dell’agire politico e a mollare, nel deserto, chi di loro veniva ghermito dai meccanismi di una giustizia persecutoria.

Proprio nei giorni scorsi la Corte di Appello di Napoli ha assolto da tutte le imputazioni Alfonso Papa, ex magistrato ed ex deputato del PdL, che dieci anni or sono fu inquisito ed incarcerato come componente di una inesistente P4. Ma è solo l’ultimo di questi casi, vittime di un ‘’credo’’ giustizialista di parte della magistratura inquirente (‘’un imputato assolto è solo un colpevole che l’ha fatta franca’’) che ha inquinato l’opinione pubblica. Infatti, il taglio dei parlamentari sarà salutato come una vittoria (di chi?), anche se sarà invece una clamorosa sconfitta della democrazia. Colpiscono il silenzio e la condiscendenza di tanti che avrebbero l’autorevolezza e l’autorità di parlare.

Purtroppo – come affermava Winston Churchill – chi nutre il coccodrillo lo fa nella speranza di essere divorato per ultimo.

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