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Il sistema copernicano di Goffredo Bettini

Draghi Catasto

“Una grande affabulazione, unita alla doppiezza della più antica tradizione comunista. Una miscela che ha consentito a Bettini di gestire le diverse fasi della vita del partito, segnata dai continui cambi di nome e dalla relativa inamovibilità del gruppo dirigente”. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Uno dei vantaggi dell’età più tarda, pochi per la verità, è quello di poter dire liberamente ciò che si pensa. E ricordare gli episodi di un tempo: dimenticati o poco noti. Conosco Goffredo Bettini da molto tempo. Per un certo periodo siamo stati nello stesso organismo di partito. Lui segretario cittadino del PDS, io coordinatore dei (pochi) miglioristi romani. Prima che Massimo D’Alema ne imponesse lo scioglimento.

Nella complicata geografia di quel periodo, Goffredo Bettini era un centrista. Berlingueriano, al tempo di Berlinguer, Dalemiano anche quando a regnare era Achille Occhetto, ed infine Veltroniano. Fu sua l’intuizione di candidare Francesco Rutelli a sindaco di Roma. Anche se i successivi rapporti con il “principino”, come il sindaco di Roma veniva chiamato da coloro che non nascondevano il loro fastidio, non erano stati sempre ottimali. È sempre sua la successiva scelta a favore di Walter Veltroni, come nuovo primo cittadino della Capitale.

La sua concezione della politica? Un sistema copernicano con al centro un sole e tanti satelliti destinati ruotargli intorno. Il cosiddetto “campo largo”, che sarà poi la piattaforma politica di Nicola Zingaretti, per l’incoronazione a segretario del partito. Schema destinato a durare nel tempo anche se con qualche intoppo. A metà degli anni ‘90, vi fu chi alla sua sinistra voleva dimostrare, come preconizzava Pietro Nenni, di essere ancora più puro e determinato. Bettini fu, quindi, accusato di aver infranto le regole della casa. Di essere comparso, con la sua immagine sui manifesti elettorali — il periodo coopto del PDS — e di aver accettato il sostegno delle cooperative.

Toccò ai miglioristi difendere quella scelta nel nome della modernità. Anche se quello fu, per il sottoscritto, l’ultimo atto di una militanza politica. Tanto più che di là a poco la corrente sarebbe stata sciolta. Unico irriducibile: Emanuele Macaluso, che costituì una cooperativa, con molti esponenti socialisti, per dar vita ad un mensile: “Le ragioni del socialismo”. Che rimase una grande piccola bandiera in difesa di quel riformismo che i più vecchi comunisti, prima della loro improvvisa conversione, consideravano una bestemmia.

Come si spiega la lunga carriera politica di Goffredo Bettini? Cinquant’anni e più spesi, da quando era un dirigente della Federazione giovanile, alla fine degli anni ‘70, ad oggi. Una grande affabulazione, unita alla doppiezza della più antica tradizione comunista. Una miscela che gli ha consentito di gestire le diverse fasi della vita del partito, segnata dai continui cambi di nome e dalla relativa inamovibilità del gruppo dirigente. Qualità in cui Bettini ha battuto ogni record, sopravvivendo a quegli stessi segretari, come D’Alema o Veltroni, di cui era stato appassionato sostenitore.

Ed ancora oggi è sempre quella capacità, quel tentativo di ricercare l’essenza delle cose, che gli permette di esercitare la sua influenza sui dirigenti più giovani del PD. Il crollo del muro di Berlino — queste le sue più recenti affermazione — ha determinato la crisi delle vecchie “forme” della politica. Quindi via libera agli esperimenti più spericolati, nel tentativo di mantenere nelle mani le leve del potere. Si spiega così il suo appoggio, “senza se e senza ma”, nei confronti di Giuseppe Conte. Fino ad incoronarlo leader di tutto lo schieramento, che doveva fare da argine alla destra. Quella più cattiva: Lega e Fratelli d’Italia. Ma non a Forza Italia, di cui all’improvviso si erano scoperte le virtù nascoste, dopo anni di condanna senza possibilità di appello.

Cinismo politico? Magari: convinzione ideologica. Per molti versi ancora più pericolosa. Del resto anni ed anni di storicismo giustificazionista non erano passati invano. Ed ecco allora tentare di spiegare, come ha già osservato Angelo Panebianco, dalle pagine del Corriere, la necessità di lottare contro il “modello produttivo e sociale che ha vinto”. Per “riformare il capitalismo” e “rendere più umana e più giusta” la globalizzazione. Missione impossibile: a prima vista. Ma che importa! Anche il sogno del comunismo lo era. Ma finché è durato comunque è servito. Forse solo a pochi, ma anche questo andava messo nel conto.

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